sabato 25 agosto 2012

GenderDocu Film Fest 2012 seconda serata

Che cosa è il Gender (genere sessuale)?
E' caratterizzato da tre aspetti:

1) Biologico (si è maschi, femmine o intersex)
2) Identità (la disforia basata su fattori ormonali, in aumento per via del cibo che mangiamo pieno di ormoni)
3) espressione di genere (determinata culturalmente)

Questo il nodo centrale  della chiacchierata con Jonathan Skurnik di ierisera, alle 20-00, prima della proiezione dei due film della seconda serata del GenderDocu Film Fest 2012.


Come avevo intuito, e ierisera Skurnik me ne ha dato conferma, questo modo di pensare il genere sessuale (gender) è platonico e realista.
Individua, cioè, delle differenze dal modello standard (culturale e stereotipato) di maschile e femminile e invece di provare a cambiare aspetti e connotati culturali cerca di trovarne la radice della differenza nella biologia, che è un po' come cercare il gene dell'omosessualità, cioè trovare scritto nella biologia del nostro corpo frutto di una evoluzione biologica durata milioni di anni un concetto culturale che nasce quasi 200 anni fa...

A riprova che diagnosticare il transgederismo  in persone prepuberali è un abominio Skurnik ci ha aggiornato su quanto successo ad Anneke dopo i fatti raccontati nel suo cortometraggio: Anneke è stata convinta alla riassegnazione del sesso, dai genitori e dal medico e oggi è un ragazzo.

Skurnik stesso ha dovuto ammettere che questa scelta è frutto di un pregiudizio altrimenti Anneke sarebbe rimasta nel suo stato di genere fluido.

Quel che Skurnik intende per genere fluido è semplicemente una femmina (un maschio) che non si conformano agli stereotipi di genere.

Mai come ierisera mi è stato chiaro le persone le vittime del nuovo millennio sono le persone transgender definite (e discriminate) in base allo stesso equivoco epistemologico terzosessista che ha preteso per decenni che i gay  e le lesbiche fossero femmine e maschi mancati.

Oggi è la non conformità agli stereotipi di genere  a farti entrare nel transgenderismo.

Skurnik cita un libro che tiene in grande considerazione The Trangender Child
A Handbook for Families and professionals di Stephanie A. Brill, Rachel Pepper a pagina 3 del quale nel paragrafo How Can You Know a Child Is Transgender? si legge:
The Trangender Child A Handbook for Families and professionals

Siamo tornati davvero agli anni 50 e il grosso guaio è che nessuno sembra non solo accorgersene ma nemmeno provare a fermare questi nazisti, questi Mengele del transgenderismo che femminilizzano e maschilizzano maschi e femmine appena questi preferiscono un costume da bagno con un fiore in più o fanno la pipì in piedi...

In realtà, spiegano le due autrici,

Quindi i bambini e le bambine che no si omologano agli stereotipi di genere vengono catalogati come gender-nonconforming child.

Come dire che le lesbiche e i gay sono sexual orientation-non conforming people...

A pagina sei di questo libro degli orrori si legge questa definizione




Se lo fai per poco va bene, se lo fai per molto, o per sempre, allora sei non conforme.

Più fascista di così!




Intelligenti, artistici e sensibili, proprio come una volta si diceva dei gay.

La cosa sconvolgente è che invece di modificare il mainstream   si vedono questi bambini e queste bambine come persone che vanno contro il mainstream.
Cioè conta di più un concetto che dovrebbe servire a descrivere la realtà invece di tener conto che se quel concetto non descrive più la realtà in maniera adeguata è il concetto a dover essere modificato. Invece questi Nicolosi del transgenderismo pretendono di modificare le persone pur di non mettere in discussione l'idea che mettere una mutanda coi fiori sia una cosa da femmine


Tornerò su questo libro appena avrò modo di leggerne qualche stralcio in più. Intanto santo amazon.com e le sue preview!


poster3E veniamo ai film visti ieri sera.

Il primo è Gvarim Bilti Nir'im (The Insible men) un documentario  di  Yariv Mozer che racconta la storia di Louie, un ragazzo gay palestinese che vive da 10 anni, da clandestino, a Tel Aviv.
Tramite i racconti suoi e di Abdu e Fares, altri due ragazzi arabi palestinesi, conosciamo storie di rifiuto, di arresti in Palestina (dove l'omosessualità è reato) e in Israele dove Louie non può avere un regolare permesso di soggiorno in quanto palestiense viene continuamente arrestato e rimpatriato in Palestina (anche quando ha ottrnuto l'asilo in un paese terzo...) non importa le minacce di morte ricevute dal padre..., ancora storie di ludibrio familiare che arriva sino alle minacce di morte.
Quando un amico di Louie mostra alcune sue foto intime col suo ragazzo a suo padre questi lo aggredisce con un coltello colpendolo in viso sul quale rimane, indelebile, una cicatrice.

Un doppio orrore quello della cultura arabo palestinese che uccide i figli maschi omosessuali e quella nazista del governo di Israele che in nome di un odio razziale cieco e ignominioso (la storia non insegna nulla a nessuno a quanto appare...) rispedisce gli arabi a casa loro anche se sono froci e possono crepare sgozzati come agnelli (sono parole di Louie).

Un film di palestinesi e arabi, dove Luoie soffre a lasciare Israele che considera posto vicino a casa sua e non vuole imparare una lingua e una cultura altra (andrà in Svizzera in un paesino con la neve...) che ignora il consumismo gaio dei palestinesi ma mostra come gli arabi palestinesi vivono la propria omosessualità da clandestini in Tel Aviv (una festa una volta al mese in posto segretissimo, perchè molti arabi lavorano nella zona palestinese della città e se vedono un parente omosessuale lo rapiscono lo riportano a casa e lo uccidono...).
Un documentario che dice molto e informa e denuncia mostrando come molti israeliani e israeliane, militanti, volontari, avvocati, aiutino questi giovani uomini la cui vita è indifferente al governo di Israele.

Però il documentario è troppo scritto, troppo leccato, una fotografia splendida, ha tropo la vocazione di cogliere le cose nell'attimo in cui succedono (Louie riprende  con una sua telecamera i suoi cani proprio quando arriva la polizia a fare una retata e lui si riprende mentre si nasconde dai poliziotti e chiama il regista del film... regista  che non appare mai in campo.
Quando Luoie deve lasciare la sua casa per alcuni giorni lo vediamo dormire per strada (cioè il regista si limita a filmare la sua notte all'addiaccio? Non poteva ospitarlo a casa sua o da amici?).
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Abdu, uno dei tre protagonisti del documentario

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Louie, il protagonista.
. Notare la cicatrice sulla guancia
segno della coltellata infertagli dal padre
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Fares, il terzo palestinese del documentario
I tre giovani arabi sono bellissimi (beh il terzo forse un po' meno) e sono fino troppo disposti a farsi riprendere (e solo alla fine del film ci viene detto che hanno accettato solo dopo che i governo di paese terzo che ne ha accettato l'asilo politico garantiva per la loro protezione).
Insomma un documentario che ha troppo la vocazione del film, fatto che se non intacca minimamente la potenza o l'importanza della denuncia e del racconto che fa, getta però un'ombra ambigua sull'etica e la politica di un racconto che si presenta per altro da quel che è, spacciandosi per racconto vero, immediato, per un documentario mentre è una ricostruzione che pur non intaccandone la verve informativa ne appanna quella documentale, piegando la verosimiglianza alle esigenze dello spettacolo (come l'insostenibile lieto fine) e del racconto.
Per cui alla fine meglio leggere un articolo, magari quello di Sarah Schulman sul New York Times che vedere un documentario che si fa vedere come un film senza essere alla fine nessuna delle due cose.


E poi la volta di Unter Männern: Schwul in der DDR [t.l. Tra uomini froci nella DDR] (Germania 2012) di Ringo Rösener, Markus Stein. 


L’idea di realizzare il documentario è venuta a Ringo Rösener, che è partito dalla considerazione di essere nato nella DDR nel 1983 e di non avere dunque memoria di come fosse la vitae da gay nella Repubblica Democratica Tedesca e cerca di ricostruire quel tempo attraverso le interviste a sette uomini gay:
Il parruccheire Frank Schäfe, figlio di un noto comico della DDR, regolarmente arrestato dalla polizia (una volta anche stuprato);  Jürgen Lemke, autore di un libro sulla vita gay nella DDr del 1989 dal titolo Ganz normal anders; Christian Schulz un insegnante di latino che cerca di sublimare l'omosessualità nello sport e poi cerca di curarsi da uno psichiatra prima di risolvere le proprie pulsioni, come molti altri, nei gabinetti pubblici; Helwin Leuschner, figlio di immigrati tedeschi in Cile che pensa alla DDR come al paradiso per gli omosessuali.  Non manca l'attivista più famoso della DDrREddy Stapel detto il pastore dei gay tenuto sotto controllo dalla Stasi (I servizi segreti di Stato), che gli mandò persino quattro Romeo, spie che dovevano fidanzarsi con lui e riferire tutto ai superiori... fino al famoso illustratore grafico  Jürgen Witt che non si rende subito conto di essere gay saranno i suoi estimatori che apprezzano i suoi ritratti di nudo maschile a fargli capire la propria omosessualità rivolgendoglisi come se ne fosse consapevole... Infine Joe Zinner, il più giovane degli intervistati che vive da gay in un villaggio della Turingia, scoprendo che dopo aver fatto coming-out altri troveranno il coraggio di farlo...

Il documentario è caratterizzato da una reticenza cui fa da contraltare quella degli intervistati. Nulla ci viene detto della vita nella DDr in quegli anni che non venga dedotto dal racconto, rapsodico e parziale, dei sette intervistati.
Un racconto caratterizzato da brani di vita personali che però non distinguono  sempre la vita da frocio nella DDR ma più in generale quella di una intera generazione di omosessuali che, per esempio, non avendo locali dove incontrarsi, andava nei cessi, ma questo, ricorda  giustamente Stapel, accadeva non solo a Berlino ma in tutte le capitali europee.
Quello cche manca al documentario è un punto di vista proprio che si ponga tre le dichiarazioni degli intervistati e il suo pubblico fornendogli informazioni, uno sfondo storico dal quale queste sette interviste possano emergere come testimonianze, Tutto invece è appiattito dall'ingenua convinzione che basti il racconto di ciascuno di loro per farne una testimonianza storicamente spendibile dalla quale gli spettatori e le spettatrici possano imparare qualcosa. I due autori del documentario non glossano mai nemmeno su alcune affermazioni infelicidei sette intervistati come quella di Schäfe che si chiede come sarebbe svegliarsi un giorno eterosessuale paventando le lunghe serate a corteggiare le donne portandole a cena e intavolando lunghe conversazioni aspettando che siano pronte  (per andare a letto) o il racconto di Witt che nara di come uno dei suoi denigratori una sera, lasciato dalla moglie, ubriaco, pensò di penetrarlo, ma fui io a penetrare lui, era troppo ubriaco per difendersi,  e così mi sono vendicato.

A parte alcuni timidi brani tratti da filmati e foto dell'epoca e varie scene del primo film apertamente a tematica gay prodotto nella DDR  Coming Out di Heiner Carow del 1989 che uscì lo stesso giorno che il murò crollò, del quale il documentario si diverte a rivisitare spazi e scene, il film manca di una vera curiosità storica che contestualizzando queste sette testimonianze restituiscano davvero uno spaccato della vita da froci nella DDR. 
 

Nessun accenno storico, nemmeno al famigerato paragrafo 175, abolito nel 1094, che rendeva l'omosessualità maschile illegale, cose che magari sono note ai tedeschi (militanti omosessuali) ma assolutamente ignote al resto dei cittadini europei cui pure il film si rivolge.

Tutte le informazioni sui sette intervistati e sulla situazione nella DDR non li ho dedotti dal documentario ma dal press-book del film e da  un articolo preziosissmo  al quale devo quasi tutto di Simone Buttazzi che ne ha palrato lo scorso Febbraio durante il passaggio del documentario al festival di Berlino.

Unter Männern: Schwul in der DDR è più interessato a rivisitare i gabinetti dove si faceva sesso (oggi in disuso ma ancora accessibili) che a contestualizzare la vita da gay nella DDR. Dopo un'ora e 30 di proiezione sulla vita dei gay nella DDR non ne sappiamo molto di più che prima di aver visto il documentario che  si attesta su una sensibilità gay consumistica quella delle discoteche e del sesso promiscuo (con qualche perla qui e là magra consolazione data l'estenuate durata di 90 minuti del film che poteva durarne benissimo la metà).
Del tutto inutile  la testimonianza di Joe Zinner simile a quella di tanti altri gay occidentali (paura, accettazione litigio con la madre) col quale pure, il film si conclude. Vediamo Zinner che per tutta l'intervista si è mostrato col pizzetto radersi, truccarsi e vestiri da donna, nei panni della “principessa del vetro”, e camminare salutando tutti per le vie del suo paesino  nella Turingia mentre ascoltiamo l'aria O mio babbino caro dell'opera Gianni Schicchi (1918) di Giacomo Puccini nella quale la figlia minaccia il suicido se il padre non le farà sposare l'uomo che ama...
Un finale queer per un film che sussume la vita delle persone omosessuali (solo gli uomini le donne non contano) secondo i canoni del gay gaudente e grande consumatore di sesso, senza mostrare (anche se qualche accenno alla vita di coppia vene fatto) le loro famiglie o i loro rapporti stabili, senza nemmeno riannodare, anche con pochi cenni, le fila di questi racconti passati con la contemporaneità della vita delle persone omosessuali. Quasi a ipostatizzare che tra allora e adesso non ci siano differenze. Come se nelle confessioni della pavidità e nella vita di sotterfugi e vite nascoste si celi la vera cifra esistenziale dei froci (non solo) della DDR  non per costrizione sociale o omofobia intriorizzata, ma per vocazione propria, per congenialità.


Un film inutile, noioso e irritante del quale si poteva benissimo fare a meno.

venerdì 24 agosto 2012

GenderDocu Film Fest 2012 prima serata


La serata di apertura della terza edizione del GenderDocu Film Fest ha presentato tre documentari, due corti e un mediometraggio, che centrano pienamente la tematica di quest'anno del festival, il corpo inteso come istanza politica, unica Istanza che, ha giustamente ricordato Giona A. Nazzaro direttore e ideatore del festival, il quale ha selezionato i sette documentari di quest'anno assieme a  Filippo Ulivieri, sembra avere ancora una possibilità di espressione in un paese politicamente bloccato come l'Italia.

Scompaginando orari e scaletta rispetto quella proposta dalla brochure questa terza edizione è stata inaugurata dal corto Spiral transition (Usa, 2010) di Ewan Duarte, in prima italiana, nel quale la giovane Rachel Duarte ci racconta della sua transizione di sesso da femmina a maschio, raccontata dal punto di vista di sua madre, le emozioni della quale sono espresse anche da alcuni suoi quadri che le vediamo dipingere, nei quali cerca di cristallizzare il ricordo di sua figlia Rachel che per lei viene a morire nel momento in cui sua figlia transita verso l'identità maschile di Ewan.
Non un documentario sull'aspetto clinico della transizione (sappiamo solo che Rachel prende degli ormoni maschili, che la sua voce si abbasserà permanentemente) ma, piuttosto, sull'aspetto emotivo della madre di chi transita, che pur se lamenta la morte della figlia,  non rifiuta affatto l'approdo maschile cui Rachel giunge, cioè Ewan, accogliendolo anzi a braccia aperte, ma dando voce e spazio alla sua reazione emotiva, giusta o sbagliata che sia.
Per conto suo Ewan dice che Rachel non morirà e che farà sempre parte di sé, perchè il suo percorso di transizione non è lineare ma spiraliforme.

Vincitore di innumerevoli premi negli oltre 50 festival lgbtqi cui ha partecipato in tutto il mondo Spiral Transition ha il grande pregio di parlare di una transizione f to m mostrando come non ci siano solo donne trans ma anche uomini trans,  presentandosi, al contempo, come un documentario che dice molto e non dice quasi nulla.

Dice molto a chi, addentro alla questione trans\transgender, sa riconsocere le nuove istanze di chi oggi transita e sa che per quanto approdi a un nuovo sesso il sesso biologico da cui comincia la transizione farà sempre parte di te, con un approccio meno dualistico alla transizione che, in sempre molti più casi, può anche non implicare la riassegnazione chirurgica di sesso.
E' forse il caso di ricordare come tutte le leggi che consentono il cambio di sesso lo fanno riconoscendo nel transessualismo una patologia (disforia di genere, problema di identità sessuale)  e che nel riconoscere il diritto alla transizione, sia legale si medicalmente assistita, pretendono la riassegnazione chirurgica del sesso per registrare il cambiamento di sesso nei documenti di identità.
Oggi le persone trans e transgender richiedono invece non solo la depatologizzazione ma anche il diritto a cambiare identità sessuale senza che la riassegnazione chirurgica sia conditio sine qua non.

Dice poco perchè nessuno di questi aspetti viene davvero affrontato nei sei minuti di filmato che preferisce indugiare selle immagini dei quadri della madre di Rachel\Ewan o su spirali disegnate da pietre nel suolo... 

Ci chiediamo cosa dica davvero questo corto a chi, digiuno di questioni transgender, si affaccia alla questione per la prima volta...


Poi è stata la volta di I'm Just Anneke (USA, 2011) di  Jonathan Skurnik nel quale ci viene presentata la dodicenne Anneke che, restia ad omologarsi agli stereotipi di genere, viene percepita dalla società che la circonda come una tom boy, una ragazza che sembra un ragazzo. 
Per questo suo non volersi adeguare allo stereotipo di genere femminile (portare i capelli lunghi, indossare la gonna, voler giocare con le bambole) Anneke ha sofferto, ci racconta la madre, di forti depressioni già all'età di 4 anni, depressione che è stata curata con gli omega 3 e con il prozac!

Con uno slittamento semantico che il corto dà per scontata, proprio come fanno i genitori di Anneke i suoi medici curanti e Anneke stessa, la giovane è sottoposta, a 12 anni, a un trattamento ormonale per fermare la crescita puberale in modo da permetterle di raggiungere una età più matura per decidere se rimanere di sesso femminile o avviare la procedura di transizione verso il sesso maschile.

I'm Just Anneke  è il primo di una serie di quattro corti chiamata The Youth and Gender Media Project per educare le comunità scolastiche al transgenderismo e alla gioventù dal genere sessuale non conforme (gender nonconforming youth) come si legge nelle note di presentazione del film nel sito del festival Media that Matters.

Il corto indica uno dei punti nodali più controversi e d'avanguardia in tutta la ricerca sul transgenderismo che cade, secondo il mio modesto parere,  in un errore epistemolgico epocale e pericolosissimo.


Nel sito del   The Youth and Gender Media Project si legge che Aneke è una ragazza di 12 anni dal genere fluido (a gender fluid twelve–year–old girl) che prende degli ormoni per ritardare la pubertà così può decidere, quando cresce, se vuole essere maschio, femmina, o qualcosa nel mezzo.

A parte il fatto che trovo maschilista che tra le tre possibili scelte la prima presentata sia quella maschile, quando biologicamente Anneke è una femmina e  dunque l'opzione più naturale sarebbe quella del sesso biologico in cui è nata, e a parte la discutibile e non meglio specificata terza via del qualcosa nel mezzo, il corto mette in campo sotto la stessa luce questioni di natura completamente diversa.

Anneke rifiuta di portare la gonna e vestiti femminili (in inglese dress), di giocare con giocattoli femminili o portare i capelli lunghi reputati anch'essi femminili.

Questi sono stereotipi di genere ai quali vanno aggiunte certe caratteristiche comportamentali di carattere, di temperamento e di attitudine verso certe capacità con le quali di solito attribuiamo qualità intrinseche ai due sessi che pretendiamo innate e congenite mentre invece sono solo e sempre determinate dalla società (so che molti non la pensano così ma non c'è modo di dimostrare una innatezza biologica di un comportamento sessuato perchè nessuno è immune al sistema antropologico di valori e di stereotipi attraverso i quali ci muoviamo percepiamo e interpretiamo il mondo).

Se Anneke non vuole indossare la gonna o vestire colori pastello è per questo forse meno femmina? O femmina in maniera diversa?

Certamente no anche se così può essere percepita dalla società tanto da indurla, come pare le sia davvero successo, alla depressione (nel corto ci viene detto che soffre di depressione per questa sua inadeguatezza di genere ma chissà se la vera causa è questa...).

Come può il non omologarsi a uno stereotipo culturale tradursi in una questione biologica?

Invece di intervenire sulla società smontando questo pregiudizio sessista, col quale si investono uomini e donne di ruoli pre-determinati e non paritari (io sono l'uomo e i pantaloni in casa li porto io) si compie un salto epistemologico, che il corto dà per scontato e che meriterebbe almeno una qualche spiegazione.

Basta il rifiuto di indossare la gonna per fare di Anneke una transgeder?  


A quanto pare per Jonathan Skurnik sì.

Quando dopo la proiezione gli ho chiesto lumi proprio su questo punto Skurnik mi ha risposto dicendo che da bambino giocava con i giocattoli per maschi e  quelli per femmine ma che poi si reso conto di non poterlo più fare.


Mi sembra, e stasera, nel seminario che terrà alle 20, prima della proiezione dei due documentari previsti in scaletta, cercherò di verificare meglio questa mia impressione, che invece di mettere in discussione il significato sessista (e ridicolo) di giocattoli per maschi e giocattoli per femmine si creda che questi concetti abbiano un loro significato a prescindere dall'essere umano (e donnano) e invece di percepirli come stereotipi da de-costruire si preferisca mettere le persone che non si omologano ad essi nella categoria del gender nonconforming youth. 

Sono loro ad avere un problema. Così facendo però non solo non si mettono in discussione certi stereotipi culturali ma anzi li si radicalizza e universalizza arrivando addirittura a creare una categoria a sé per chi, qualunque ne sia il motivo, non vuole omologarsi a questi stereotipi, arrivando addirittura a dare ad Anneke degli ormoni per bloccare la crescita puberale in modo da farla arrivare a una età più matura per decidere a quale sesso appartenere o rimanere nella, un po' da freak, del qualcosa in mezzo.

Qualunque cosa significhi essere maschio o essere femmina la discriminante ultima, quella insormontabile, o, al contrario, quella da cui non si può non paritre è proprio quella biologica del corpo sessuato.
Tertium non datur.

Il tertium è dato solo da quelle persone che, sentendo il proprio corpo biologicamente sessuato inadeguato alla propria percezione di sé, decidono di modificarlo parzialmente o integralmente per adeguarlo alla propria percezione di sé.
Io posso voler essere percepita come donna anche se ho il pene e ho la barba se questo è il sesso che meglio mi esprime e non è detto che per essere riconosciuta come donna debba per forza farmi asportare chirurgicamente il pene, o togliere i follicoli piliferi con l'elettrocoagulazione...

Ma posso anche voler portare la gonna e continuare a essere percepito come maschio.

L'automatismo nel leggere il sottrarsi allo stereotipo di genere come difformità di genere e dunque di farla gravitare attorno al transgenderismo che viene definito come identità di genere fluida spacciandolo per un rifiuto alla logica binaria dei sessi, mi ricorda troppo da vicino, mutatis mutandis, gli errori epistemologici che si compivano negli anni 50 del secolo scorso (e prima ancora) quando si cercava di ascrivere l'orientamento  sessuale gay e lesbico a un terzo sessismo inesistente.

Di più, mi pare pura follia nazista.

Nel sito si legge che

 I film [della serie] introducono dei nuovi concetti radicali per gran parte del pubblico a cominciare dall'idea che un giovane bambino  (o bambina, in inglese child vale per entrambi i sessi) possa essere transgender e avere la capacità di combattere contro la pressione di conformarsi a un paradigma di genere binario fino al nuovo e ancora molto raro uso di ormoni per ritardare la pubertà*. 
A me sembra che esprimere il rifiuto ad adeguarsi agli stereotipi di genere sia un po poco per ascrivere questi giovani children al transgederismo o a volersi sottrarre  alla logica binaria del paradigma di genere.

Mi sembra che invece di riconoscere che ci possono essere diversi paradigmi di  femminilità il binarismo paradigmatico apparentemente cacciato dalla porta rientri dalla finestra nel momento in cui invece di allargare i concetti di maschile e femminile si crea una terza categoria he contempla i casi ad essi difformi.

Anneke è e resta una ragazzina qualunque cosa la puritana società americana ipernormalizzante pretenda che lei sia.
Nel corto la madre a un certo punto affronta la questione dicendo che, in fondo, sua figlia è solo una che non si vuole omologare.
Basta questo a farne una appartenente alla gender nonconforming youth?


Anneke stessa mentre, dolorante, riceve la sua dose di medicinali per arrestarle la pubertà, dice alla videocamera che pensa di voler restare come è CIOE' UNA FEMMINA anche se non vuole indossare la gonna.

Spero dopo il seminario di stasera di avere le idee più chiare...

Grazie alla rete posso proporvi l'intero cortometraggio, in inglese... Per vederlo cliccate qui.

Per voi che non capite l'inglese... peggio per voi! Non è mai troppo tardi studiarlo.


Poi è la volta del mediometraggio Les carpes remontent les fleuves avec courage et persévérance (Francia, 2011) di  Florence Mary che racconta in 60 minuti, che potevano benissimo essere sforbiciati a 45/50, le vicissitudini di una coppia di ragazze alle prese con la gravidanza. 

Parco di dettagli medici, burocratici e degli annessi problemi di salute, il documentario si sofferma sul rapporto tra le due donne, una documentarista l'altra aspirante mamma, il rapporto con le rispettive famiglie e qualche riferimento all'orizzonte contemporaneo francese nel quale emerge tutt'altro che quell'esempio di civiltà che molti pretendono nel paese dove ci sono i pacs.

La fecondazione assistita eterologa non è  consentita. L'adozione non è consentita alle coppie pacsate (ma lo è ai single) e la felicitò media dei giovani e delle giovani omosessuali è striminzita tanto che, viene detto durante un gay pride ripreso nel documentario, negli ultimi 10 anni i suicidi tra giovani omosessuali sono raddoppiati rispetto quelli tra giovani etero.

Splendide le reazioni dei genitori delle due donne e quello dei vari nipoti della aspirante mamma che è l'ultima di 5 tra fratelli e sorelle i nipoti della quale basiscono del divieto di adozione, o del divieto di fecondazione assistita.

Dopo sette tentativi di fecondazione non in vitro falliti in Olanda vanno a Bruxelles per la fecondazione in vitro che riesce al primo tentativo giusto in tempo per non rientrare nel successivo rifiuto di accettare coppie straniere dato il problema dei donatori di sperma sempre di più avversato a livello nazionale (Francia) ed europeo.
Un bel documentario, con qualche lungaggine e formalmente non proprio ben girato o montato 8soprattutto nella prima parte) ma che h affronta l'argomento con l'immediatezza della vita vera di due persone che si amano e che volgono crescere insieme un figlio.

E se a farlo sono due donne invece di un uomo e di una donna dobbiamo ricalibrare il nsotro immaginario collettivo, anche quello di noi militanti omosessuali altrimenti rischiamo di cadere in domande ingenue come quella che Giona A. Nazzaro ha fatto a Florence Marypresneta al Village alla quale ha chiesto se la nascita del bambino (sì, alla fine il bebè arriva ed è un maschietto) ha cambiato il rapporto tra lei ela sua compagna.
Si fosse trattato di un umo e una donna Giona avrebbe fatto la stessa domanda?

Infine mentre gli ultimi danno il voto con le faccine da ritagliare dalle brochure e da consegnare all'organizzazione che gira in platea è la volta della performance di
Julien Touati N'importe où je repose ma tête un assolo di danza su testi di Charles Bukowski, Edouard Limonov e Allen Ginsberg che ha poco della danza e molto della performance che non colpisce né per l'originalità della coreografia né per la forza dell'esecuzione, un po' come il documentario Kathakali,col quale aveva partecipato alla scorsa dedizione del festival vincendo, immeritatamente, il premio della giuria.




 *  The films introduce radical new concepts for many audiences, from the very idea that a young child can be transgender and have the wherewithal to fight against the pressures to conform to a binary gender paradigm, to the new and still very rare use of hormone blockers to delay puberty. 
 .

mercoledì 22 agosto 2012

Ma il compito di un(a) giornalista è quello di informare o di limitarsi a riportare le dichiarazioni di chicchessia facendo da tam tam al potere da qualunque parte questo provenga? Su un pessimo articolo di Giulia Foschi su Repubblica.

E mentre tutti ancora parlano delle ecolalie dei giovani ciellini del Vatic-ano che anche Famiglia Cristiana accusa di essere omologati al potere, Giulia Foschi, che è stata la prima a riportare le dichiarazioni dei ragazzini di Don Giussani, non contenta, riporta in un altro articolo, le dichiarazioni, mendaci e ideologiche di Maurizio Lupi, vice presidente della camera, in area pdl.

nel suo articolo Foschi si limita a riportare le dichiarazioni di Lupi, senza informare né correggere le evidenti  interpretazioni discutibili di leggi e comportamenti sociali.

Partiamo dal titolo dell'articolo


Il ciellino Lupi apre ai diritti gay
"La dignità umana va tutelata"
Diritti gay, come se se fossero cosa diversa dai diritti umani.
Pensate se Foschi avesse scritto diritti ebrei, o diritti di colore. La definizione stessa sarebbe razzista. Per questa giornalista e donna, le persone omosessuali devono godere dei diritti ad hoc non in quanto appartenenti allo stesso consesso umano dei non gay  ma proprio per una caratteristica che li distingue e li rende necessari di diritti appositi.

Il contrario di quanto chiede il movimento (tranne Imma Battaglia, Guido Allegrezza e tutti quelli e quelle della campagna una volta per tutti) che non vuole una civil partnership solo per coppie omosessuali a chiede l'estensione del matrimonio (l'unico esistente) anche per le coppie dello stesso sesso.

Certo, messa così chi si direbbe contrario ai diritti gay? Peccato che questi diritti la Costituzione già li riconosce perchè prima di essere gay le persone omosessuali sono uomini e donne come tutti gli altri (tutte le altre).

Nel sommario si legge 
Il vicepresidente della Camera vuole il dialogo, a differenza del popolo riunito al Meeting di Rimini: "Se c'è un problema di accesso ai diritti va affrontato. Ma sono contrario al matrimonio"
Che, in retorica, è una simulazionerealizzata tramite affermazioni o esortazioni non sincere, attraverso le quali l’oratore finge di condividere le tesi della parte avversa (fonte Stefano Arduini & Matteo Damiani Dizionario di retorica LabCom Books 2010.

Adesso, Giulia Foschi se ne sarà resa conto?

L'articolo si apre con questa frase:

No al matrimonio gay, sì ai diritti civili per il pieno riconoscimento della dignità della persona.
Che è come scrivere No al matrimonio razziale sì ai diritti civili per il pieno riconoscimento della dignità delle persone di colore.

Una ipocrita contraddizione.
La posizione del ciellino Maurizio Lupi (Pdl) sulle unioni omosessuali
termine generico del cazzo che non significa nulla visto che in Italia non ci sono leggi che riguardano le unioni civili (pacs) a meno che con questa parola non si voglia distinguere ancora di più il matrimonio esteso anche alle coppie dello stesso sesso.
è decisa, ma nettamente più propensa al dialogo rispetto ad alcune dichiarazioni del popolo Cl, che sul tema non ha concesso spiragli di apertura, dimostrando una netta avversione.
Una tendenza ad accettare la discriminazione in nome di qualsiasi blanda concessione che Giulia Foschi ha in comune con molti esponenti del movimento lgbtqi, Imma Battaglia e Guido Allegrezza in testa. Quindi non possiamo infierire su di lei più di qunato non facciamo già su Imma e Guido (che è un amico...).


“E’ necessario distinguere tra matrimonio, quale legame esclusivo tra uomo e donna così come espresso dalla Costituzione, e diritti civili”,
Peccato che la Consulta non abia mai detto che il matrimonio è  un legame esclusivo tra uomo e donna.

Interrogata sulla possibilità ermeneutica (interpretativa)  di dedurre direttamente dagli articoli 3 e 27 della Costituzione l'estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso la corte Costituzionale non ha potuto che rispondere che:

ribadendo anche che.

Lupi, nell'articolo di Foschi, continua

“Sono assolutamente contrario al matrimonio gay, ma allo stesso tempo se c’è un problema di accesso ai diritti, questo deve essere affrontato”. (...) Tuttavia, nonostante secondo Lupi il problema dei matrimoni gay non sia così diffuso, “come dimostrano le scarse richieste pervenute ai registri delle unioni civili promossi da alcuni comuni”, se ci sono carenze nel campo dei diritti allora la questione deve essere approfondita, “perché la dignità umana viene prima di tutto, e
deve sempre essere tutelata”.
 Adesso Lupi mi deve spiegare come la dignitò umana possa essere tutelata se non si riconosce alla coppia omosessuale (=dello stesso sesso) la dignità di famiglia.

Non solo Lupi discrimina ma prende anche in giro pretendendo di non starlo facendo. Complice una silente e ignara autrice dell'articolo, che non si perita di commentare, di informare i suoi lettori, le sue lettrici, che quello che dice Lupi è un suo punto di vista e non l'unico né tanto meno la verità. Manca il contraddittorio che in un articolo di informazione ci dovrebbe sempre essere.

A maggior ragione non viene nemmeno smontato il falso ideologico di derivare dallo scarso utilizzo delle unioni civili promossi da alcuni comuni (che riguardano tutte le coppie di fatto e non solo quelle dello stesso sesso) come segno evidente che alle persone omosessuali il matrimonio non interessa.

I registri delle unioni civili hanno validità amministrativa comunale solo per accedere ad alcuni benefici finora riconosciuti solo alle coppie sposate e non hanno alcuna dimensione legale nazionale. Quindi stanno al matrimonio come la prima vista del fidanzato (fidanzata) a casa dei genitori del partner... (della partner). Non per questo la coppia è sposata.

Di nuovo Foschi tace, per ignoranza, per insipienza, per complicità. Non lo sapremo mai finché tace.
“L’importante è farlo senza pregiudizi e scontri ideologici”,
di nuovo Lupi ci prende in giro (e con lui anche Foschi che riporta le sue parole).
Lupi fa il suo mestiere di uomo di destra, discriminatorio, irrispettoso dei diritti e che crede di poter prendere belluinamente in giro il suo elettorato.

Foschi non si perita nemmeno di ricordare che Lupi   è tra i firmatari del documento del Pdl Diritti dei componenti della coppia di fatto nel  quale si legge, tra l'altro,

Una visione liberale della società concepisce uno Stato che entri il meno possibile nella vita delle persone: che, dunque, non invada con la sua potestà regolatoria la sfera dei liberi legami affettivi, ma si limiti a disciplinare e a dare forma giuridica alle unioni che rivestono una funzione sociale e in quanto tali accanto al godimento di diritti contemplino l'adempimento di doveri e l'assunzione di responsabilità. E' questo il caso della famiglia disegnata dalla Costituzione come "società naturale fondata sul matrimonio" (ricordiamo che l'aggettivo "naturale" fu suggerito da Palmiro Togliatti), potenzialmente aperta alla procreazione e in quanto tale deputata a garantire la continuità generazionale sulla quale si fonda qualunque comunità umana. *
Alla faccia della dignità umana per le persone omosessuali!

se Lupi fa il suo mestiere, e lo fa talmente bene da riuscire a discriminare  le persone omosessuali  riuscendo ad affermare il contrario Giulia Foschi il suo mestiere, che è quello di infromare, non lo sa invece proprio fare. Per lei vanno benissimo le parole di Famiglia Cristiana contro Comunione e Liberazione:

C’è il sospetto che a Rimini si applauda non per ciò che viene detto. Ma solo perché chi rappresenta il potere è lì, a rendere omaggio al popolo di Comunione e liberazione. Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. Quell’omologazione da cui dovrebbe rifuggere ogni giovane. E che rischia di trasformare il Meeting di Rimini in una vetrina: attraente, ma pur sempre autoreferenziale.
Giulia Foschi in questo suo articolo si limita a fare da cassa di risonanza delle idee (sic!) discriminatorie di Maurizio Lupi e parla di apertura ai diritti gay. Certo rispetto Hitler che i gay li metteva nei campi di concentramento Mussolini che si limitava a mandarli al confino certo faceva meno danno, ma da qui a dire che Mussolini apriva ai diritti gay...
Foschi si prostra dinanzi uno dei tanti uomini di potere al quale si limita a dare voce acriticamente,  nella stessa omologazione al potere che, fatta da un organo di stampa, è ancora più insidiosa per ogni  democrazia, soprattutto quella malata del nostro paese.

E pensare che c'è chi continua a comperare questo giornale tra i pià nefasti, infelici, analfabeti del nostro paese.

Repubblica dovrebbe chiudere per lasciare spazio a un quotidiano che possa davvero portare questo nome senza infangarne il prestigio.



* A proposito dei diritti delle coppie di fatto etero(=coppie di sesso diverso) nello stesso documento si legge:
anche se formalmente sotto questa dicitura vengono ricomprese tanto le coppie formate da persone dello stesso sesso quanto le unioni fra persone di sesso diverso, nella sostanza le proposte sulle unioni civili sono finalizzate a riconoscere in forma giuridicamente rilevante le coppie omosessuali. La convivenza eterosessuale, infatti, nel nostro Paese molto spesso precede semplicemente il matrimonio, oppure è il risultato di una scelta ben precisa da parte di coppie che non intendono ufficializzare il proprio legame né assumere doveri sanciti per legge. Tanto è vero che non esistono associazioni di coppie eterosessuali conviventi che invocano una legge ad hoc per disciplinare il loro status (al contrario di quanto accadeva per il divorzio), mentre è cronaca quotidiana la richiesta avanzata in questo senso dalle associazioni gay.
Diritti dei componenti della coppia di fatto



Le ecolalie di Comunione e liberazione sul matrimonio tra persone dello stesso sesso.


Sempre più convinto che non bisogna riportare ogni esternazione omofoba di ogni organizzazione omofoba perchè così si finisce per dare corpo e spessore alle ecolalie della  peggior specie, anche perchè i giornali che riportano queste esternazioni cavalcano l'onda dell'omofobia per vendere qualche copia in più, o incrementare il numero di visite sui loro siti, visto che nessuna legge impedisce a Comunione e Liberazione non già di esprimere le proprie opinioni (anche se ci vuol coraggio a chiamarle così) ma a contribuire, nell'esprimerle, allo stigma discriminatorio contro le persone omosessuali, che almeno questa merda (che viene dal Vatic-ano da dove, come da ogni altro buco del culo, escono solo escrementi e flatulenze) sia occasione per un esercizio di ragionamento, per vedere insomma l'ideologia che si cela dietro i vari commenti registrati con eccesso di zelo dalla giornalista di Repubblica la quale, bontà sua, chissà che opera di assemblaggio significante avrà fatto nell'organizzare le opinioni (sic!)  che ha registrato.

Come al solito mi piacerebbe avere la fonte perchè non mi fido di nessun(a) giornalista.

Certo se al posto dei matrimoni tra gay (con una odiosa, razzista e omofobica espressione che ormai pervade la nostra stampa come segno evidente di un cancro del pregiudizio che accomuna tutti, dal Giornale a manifesto al fatto quotidiano) si fosse detto matrimonio tra razze diverse quelli di Comunione e Liberazione sarebbero già stati sciolti (nell'acido?) grazie alla legge Mancino.

Questo alla faccia di chi dice che una legge contro l'omofobia non serve...

Dunque nel suo ameno articolo su repubblica dal titolo Unioni gay, barricate Cl
"Un male per l'umanità",
articolo alternato a due link uno al video Protesta sexy al Meeting: "Fate l'amore, non lo spread" e uno a un articolo su Grillini  "Non fomentare odio contro gli omosessuali" Giulia Foschi riporta le affermazioni dei  militanti Cl che accettano una sola versione del matrimonio quale unione tra uomo e donna, funzionale alla procreazione. 

E già qui c'è una prima ambiguità semantica: matrimonio gay, cioè tra persone dello stesso sesso o unioni gay (unioni civili, pacs, NON matrimonio)?

Per Cl entrambi visto che di riconoscere alle coppie dello stesso sesso la dignità  di famiglia proprio non ci pensano (come del resto non ci pensa il PD che nel suo documento parla di diritti dei singoli, insomma niente Pacs al limite dei risicati Dico).

Nell'articolo si spiega come per i giovani di cl  il matrimonio tra persone dello stesso sesso (Foschi parla di matrimoni gay) sia
“Un male per l’umanità”
“un rischio per l’avanzamento della specie”
“un’assurdità”
 “Se in futuro ci fossero metà famiglie tradizionali e metà gay, cosa succederebbe? Forse uno scisma, non si sa. Non si può andare contro natura”
“Una coppia etero dà dei figli allo Stato. Una coppia gay cosa dà? Vogliono dei diritti, ma in cambio cosa portano alla società?”

 “Abbiamo diversi amici gay - aggiunge una ragazza - ma nessuno di loro vorrebbe sposarsi, perché le unioni gay non durano.
Il matrimonio è una cosa diversa, si basa su ideali estranei a quelli di una coppia di omosessuali”.

“E’ vero - prosegue un altro della compagnia - non c’è una reale richiesta di questi diritti, io sento provenire queste voci solo da quelli che vanno al Gay Pride con le minigonne, i boa o travestiti da preti e suore”.

 “Il diritto al matrimonio gay è come il diritto a girare nudo. Si può benissimo ovviare”.

“Con le coppie gay la vita muore, non avremmo più bambini”.

“Dal matrimonio alla richiesta di adozione il passo è breve" 

“Qui dentro mai nessuno dirà di essere d’accordo con le unioni gay!”
Non solo no al matrimonio dunque ma nemmeno riconoscimento delle unioni gay, come avrebbe fatto, secondo alcuni militanti del movimento lgbtqi, Imma Battaglia e Guido Allegrezza in testa,  Pierferdinando Casini quando ha detto che
"Stabilire garanzie giuridiche per una coppia di conviventi anche dello stesso sesso è un fatto di civiltà ma i matrimoni tra gay sono una idea profondamente incivile, una violenza della natura e sulla natura". Non solo. Stesso giudizio anche per le adozioni gay".
A Casini infatti i ciellini mandano a dire che 

Casini che approva le unioni civili? Una provocazione”, “un cattolico senza Chiesa” (...)  “Deve aver fiutato i voti, e a me i giochi politici non interessano”, spiega un volontario.

Più passa il tempo e più noto, da parte dei miei amici e delle mie amiche etero, una sottile e strisciante resistenza all'estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.
O sono perplesse nei confronti delle adozioni (come se le persone omosessuali fossero sterili e non potessero fare figli o averne fatti in precedenza da altri legami)...

o accusano noi (à la Bindi, con un modo di interloquire discriminatorio, noi, i normali, voi i diversi) di volerci incaponire sul matrimonio per gay (come fosse un altro Istituto e non lo stesso, esteso) invece di cercare altre vie, come le unioni di fatto ché anche quelle sono famiglia...

vuoi vedere che noi che siamo discriminati, esclusi dal matrimonio, siamo in realtà i veri discriminatori perchè richiedendo l'estensione del matrimonio pensiamo solo a noi e non ci preoccupiamo anche delle coppie di fatto - etero e gay - che, poverine, non hanno diritto alcuno...?

Una resistenza di chi pur non volendolo ammettere quel che CL dice platealmente in fondo la pensa allo stesso modo.

Intanto si confonde il motivo per cui si chiede l'estensione che, non mi stancherò mai di ribadirlo, non è solamente né tanto accedere a dei diritti e a dei doveri, ma perchè anche le coppie formate da due persone dello stesso sesso abbiano la stessa dignità di famiglia che non le viene invece riconosciuta. Riconoscimento, è vero, che manca a tutte le coppie di fatto, ma mentre le coppie di fatto etero (=di sesso differente) volendolo, possono sposarsi, le coppie omosessuali (=dello stesso sesso) NO.

E' facile discettare sulle forme alternative al matrimonio quando il divieto di sposarsi non ci colpisce direttamente, c'è un modo di dire, maschilista e vagamente omofobico, che però rende bene l'idea fare i froci col culo degli altri...


Non c'è incompatibilità tra le due richieste. Non c'è nemmeno conflitto. Chi dice che chi chiede l'estensione ignora i diritti delle coppie di fatto non è intellettualmente onesto (onesta)

Certo è che che chi pur potendolo fare non si vuole sposare perchè ideologicamente contrario al matrimonio non si capisce a che titolo chieda allo stato un riconoscimento del suo volontario status di coppia di fatto.

Fermo restando il diritto a sposarsi di chi non lo fa perchè impedit* dalla separazione da un matrimonio precedente che non è ancora possibile convertire in divorzio  o da motivi economici (perchè divorziare costa, o perchè sposarsi costa lo stesso) o per motivi contingenti (si teme in un nuovo fallimento e si tentenna a riaffrontare il matrimonio) che non sono ragioni contro il matrimonio, chi vede nel matrimonio una istituzione superata, o da combattere, si mette nella posizione ambigua di dire no al matrimonio ma di chiedere lo stesso garanzie legali.


Il matrimonio è l'unico istituto che riconosce socialmente che una coppia sia famiglia.
Con buona pace di chi non ne vuole usufruire e vuole accedere a una unione civile che darà solo alcuni dei diritti del matrimonio e ne riconoscerà lo status di famiglia solo parzialmente, altrimenti non si capisce in cosa si distingue dal matrimonio, e perchè non accedere (chi può) direttamente a quello  invece di chiedere un istituto sostitutivo.

L'unione civile, il riconoscimento delle coppie di fatto, richiesta e diritto sacrosanto, non si sostituisce al matrimonio né lo amplia né vi si affianca tant'è che i pacs possono farli anche persone che non sono legate da un vincolo sessuale ma affettivo e di solidarietà amicale.

Se davvero si è contrari al matrimonio e lo si vuole sostituire con un altro istittuo vanno visti allora i difetti del matrimonio e tolti quelli mantenendo però tutti i privilegi e lo status sociale che il matrimonio dà.

A meno che quello che si vuole mettere in discussione non è il matrimonio ma la famiglia che, come dice la nostra Costituzione, su di esso è fondata.

Ora mentre alcune caratteristiche della famiglia che si tentavano di eliminare (superare?) sono rimaste per ineluttabilità (la monogamia) perchè le esperienze  concrete alternative alla famiglia (coppia aperta, comune) sperimentate negli anni 60 e 70 del secolo scorso sono fallite dinanzi le questioni più pratiche, negli ultimi 40 anni la famiglia italiana si è sensibilmente modificata.
Divorzio, nuovo stato di famiglia, aborto, diritti delle donne, diritti dei figli la famiglia di oggi è ben diversa da quella della Repubblica italiana degli anni 50.

E a questo cambiamento hanno contribuito anche le persone omosessuali che (Mario Mieli docet) dopo aver avversato la famiglia (non il matrimonio ma la famiglia) come istituto eterosessista e patriarcale (e negli anni settanta lo era ancora) l'hanno fatta propria aprendola, modificandola, estendendola, di fatto, all'omogenitorialità.

Per cui oggi è più ancorato al passato, a forme vecchie del pensiero, chi non crede nel matrimonio ma vuole altre forme giuridiche di riconoscimento della famiglia (quali? con quali caratteristiche? Con quali differenze rispetto l'attuale matrimonio?) rispetto chi ne richiede l'estensione anche alle persone dello stesso sesso.
Il matrimonio gay è l'ultimo (?) tassello di tutta una serie di correzioni giuridiche ed etiche che hanno visto il matrimonio di appena 40 anni fa   subire sostanziali modifiche.

Con buona pace di questi ragazzini di cl (scusate il paternalismo patriarcale) che ripetono male le sciocchezze che hanno sentito dire dagli adulti che frequentano.

La vera rivoluzione oggi, nel 2012, in Italia, non sta nel cercare altrove nuove forme di riconoscimento legale della coppia omosessuale come famiglia ma nel richiedere l'unica ineluttabile possibilità l'estensione dello stesso matrimonio.

Ogni altra richiesta non ha nulla a che vedere col matrimonio e chi la fa (anche Imma Battaglia e Guido Allegrezza) ci sta chiedendo di acconterarci.

martedì 21 agosto 2012

Gender Ducufilm fest 2012 al via la terza edizione

Giunta alla sua terza edizione questa creatura di Giona A. Nazzaro, pur non avendo trovato ancora una sua identità cinematografica certa oscillando tra istanze diverse del mondo lgbtqi e, per certi versi, immiscibili come l'identità di genere (se cioè mi percepisco e volgi che le altre persone mi percepiscano come maschio ovvero come femmina a prescindere dal mi sesso biologico di nascita) e l'orientamento sessuale (se cioè sono sessualmente e affettivamente attratto da persone del mio stesso sesso, dell'altro sesso o di entrambi) ritorna ospite gradito del Gay Village.

Eppure punto nodale, con pervicacia costanza di tutte e tre le edizioni del Gender Docufilm Fest  festival sono proprio
(...) le forme mutevoli dell'identità di genere. Ampliando i confini del transessualismo e dell'omosessualità, il festival vuole costruire una visione più aperta e malleabile dei nostri corpi e dei nostri ruoli sociali, mettendo in discussione la logica binaria del maschile/femminile.
Peccato che non sempre i film e i documentari proposti nelle due passate edizioni si siano sempre incentrati su questo aspetto ma abbiano affrontato in maniera più tradizionale il transessualismo o l'omosessualità (e nessuno dei film proposti nell'edizione 2011 parlava nemmeno alla lontana di omosessualità femminile o il transessualismo f to m...).

A scorrere l'elenco dei sette film in concorso c'è anche una storia di pedofilia che con l'orientamento sessuale e l'identità di genere c'entra come i cavoli a merenda...

Ma poco male, Roma non ha un festival ufficiale a tematica omosessuale, e quest'anno l'attesa terza edizione del Queering film fest non ha (ancora?) avuto luogo  e vedere dei film a tematica lgbtqi non è mai un male, anche quando il cirterio organizzatore-selettivo è poco chiaro a se stesso.

Questa terza edizione è caratterizzato dall'assenza di un vero e proprio manifesto del festival sostituito dal video promozionale, un'opera in grafica generativa (dove il software ha una certa autonomia creativa partendo da una discreta interazione con l'artista umano) di Giuseppe Randazzo sulla costruzione e trasmutazione dell'identità sessuale, mentale e fisica del soggetto, attraverso il confronto e a volte la collisione con la realtà esterna.



Sette i documentari e film presentati quest'anno in tre serate ricche di eventi (c eh anticipano l'inizio delle proiezioni e degli eventi addirittura alle 20.00

L'ingresso come al solito è libero, grazie al Gay Village che ospita la manifestazione.


Nella serata inaugurale del 23 agosto Julien Touati regista del film vincitore dell'edizione del festival del 2011 Kathakali, presenta in anteprima italiana il suo spettacolo Ovunque poggi la mia testa, un assolo di danza - si legge sul sito del festival dal quale prendiamo a piene mani- in cui oriente e occidente, arte e recitazione, corpo maschile e corpo femminile si fondono liberamente.

Se i risultati sono gli stessi del suo documentario, davvero timido secondo le istanze direttrici del festival, dove lo sguardo occidentale su un mondo alieno  non sapeva nemmeno restituire la curiosità etnocentrico di un occhio occidentale soffermandosi solo sulla superficie dei corpi maschili de danzatori la libera fusione rischia di confondersi con l'equivoco epistemologico di sempre che confonde identità di genere con intromettano sessuale (ricordate? Proprio quelli che il festival vuole ampliare verso un superamento della logica binaria tra maschile e femminile peccato che l'orrore dell'ipotesi terzo sessista sia in agguato dietro l'angolo dopo che il terzo movimento di liberazione delle persone omosessuali negli ultimi 40 anni abbia faticosamente fatto tonare nel coacervo di sciocchezze universali dal quale è venuto.

Ma chissà. Mai giudicare l'opera nuova in base a quella vecchia. Soprattutto se si tratta di danza e non di un documentario (sulla danza).

Per saperne di più su Kathakali rimando al mio post sulla passata edizione della festa.

Prima delle proiezioni della seconda serata Jonathan Skurnik terrà il seminario su Adolescenti e identità di genere.
Un seminario interessante, sulla carta, nel quale si discutono di stereotipi di genere (se sono maschio non posso indossare la gonna che è un vestito femminile) ma dove la conclusione ricorda l'errore nella scolastica medievale, fra i realisti quanti cioè credevano nell'esistenza concreta di cose dietro le parole umane quali bontà, il bene, la giustizia, proprio come esistono i cani le pietre e la pioggia dietro le parole umane che abbiamo scelto per designare questi oggetti\animali\fenomeni atmosferici.
Cioè invece di dire anche se  mi metto la gonna rimango maschio come prima questo signore americano dice che non sei più un maschio tradizionale ma che non sei nemmeno una femmina e che il tuo concetto di identità di genere è ondivago...

Secondo il mio modestissimo parere qualcosa di vago c'è nella mente di questi signori... Signore? Signuara? Signuori? Oh signur!


Gender Spectrum founder Stephanie Brill discusses gender with a group of 4th and 5th graders.



Una giuria ridotta a soli 3 membri (la crisi si fa sentire dappertutto) (JULIEN TOUATI,CECILIA ERMINI, ALESSANDRO RAIS) giudicherà i sette film proposti. E, come per le scorse edizioni ci sarà anche un premio del pubblico.

Ecco il programma delle tre serate:

GIOVEDI 23 AGOSTO
20:30 • LE CARPE [Les carpes remontent les fleuves avec courage et persévérance] Trailer
di Florence Mary, Francia 2011, 60 mins.
La lotta di due donne per costruire una famiglia.

21:30 • SONO ANNEKE E BASTA [I'm just Anneke] Trailer
di Jonathan Skurnik, USA 2011, 12 mins
Adolescenti alle prese con questioni di genere.

22:00 • TRANSIZIONE SPIRALIFORME [Spiral transition]
di Ewan Duarte, USA 2010, 6 mins
Confronto familiare in vista della transizione.
22:30 • OVUNQUE POGGI LA MIA TESTA [N'importe où je repose ma tête] di Julien Touati Presentazione
Assolo di danza su testi di Charles Bukowski, Edouard Limonov e Allen Ginsberg.

VENERDI 24 AGOSTO

20:00 • ADOLESCENTI E IDENTITA' DI GENERE
Seminario di Jonathan Skurnik
Il tema ancora poco conosciuto degli adolescenti con identità di genere non conforme e le storie delle loro famiglie.
20:30 • GLI UOMINI INVISIBILI [The invisible men]
di Yariv Mozer, Israele 2012, 67 mins.Trailer
La dura vita dei gay palestinesi profughi in Israele.
21:45 • TRA UOMINI: FROCI NELLA DDR [Unter Männern: Schwul in der DDR]Trailer
di Ringo Rösener, Markus Stein, Germania 2012, 90 mins.
Omosessualità nella Germania dell'Est.

SABATO 25 AGOSTO
20:30 • AVANA MUTA [Habana muda] Trailer
di Eric Brach, Francia/Cuba 2011, 67 mins.
Un amour fou tra prostituzione e mutismo.
21:45 • OUTING [Das outing] Trailer
di Sebastian Meise, Thomas Reider, Austria 2012, 60 mins.
Confessarsi pedofili e aprire una voragine.
Come ogni anno sarò il vostro inviato  e vi racconterò tutto quello che c'è da raccontare...

A proposito della presentazione della nuova collana di e-book lesbici ql2 diretta da Sarah Sajetti.

Non posso che gioire nel leggere sul Fatto quotidiano la nascita di una nuova collana di libri a tematica lesbica perchè una collana del genere mancava.
Se la playground sta facendo del suo meglio nel costruire un immaginario collettivo adolescenziale gay una tale ricostruzione dell'immaginario adolescenziale, e non, lesbico mancava.

La collana si chiama QL2, acronimo quelle due, termine col quale si allude allo stigma nei confronti delle donne lesbiche e che fu anche titolo italiano di un film drammatico di William Wyler The Children's Hour (Usa, 1961) tratto dall'omonima pièce teatrale di Lillian Hellman scritta addirittura nel 1934 nella quale si attaccava il perbenismo borghese mostrando come reagiva dinanzi un pettegolezzo sull'omosessualità femminile.

Direttrice della collana Sarah Sajetti, scrittrice, - come si legge sull'articolo del Fatto - attivista per i diritti degli omosessuali (sempre al maschile anche quando si parla di lesbiche...), redattrice e poi direttrice editoriale della rivista lgbtq Babilonia.
Pubblica la Robin Edizioni di Claudio Maria Messina.
Nell'articolo del Fatto si leggono alcune dichiarazioni di Sajetti che sono al illuminanti.
L’omosessualità non riguarda solo la sfera sessuale, ma le relazioni in generale, lo sguardo sul mondo. È necessario mettere in circolazione idee e stati d’animo delle donne lesbiche raccontando dal loro punto di vista su viaggi, lavoro, sport, insomma su qualsiasi aspetto della vita.
Una collana che è alla ricerca di esordienti, di nuove scrittrici e di testi inediti da pubblicare. Sul sito Lista Lesbica Italiana  che riporta stralci di una intervista di Sarah al programma radio Beate lesbiche di Radio Onda d'Urto si legge
Le autrici avranno un regolare contratto di edizione elettronica e a loro non saranno richieste spese di pubblicazione. Le proposte editoriali potranno essere inviate in formato word all’indirizzo email: QL2@robinedizioni.it.
Un progetto importante che può essere occasione di sbocco professionale per molte scrittrici.
Una collana con un taglio editoriale interessante. Nella stessa intervista si legge
Cerchiamo scritti che veicolino una visione più ampia della letteratura lesbica; spesso il passato e il presente continuano a darci racconti che ruotano quasi esclusivamente attorno a storie d’amore, che sono un po’ limitanti rispetto al modo in cui l’omosessualità si può esprimere. Cerchiamo libri che raccontino anche qualcos’altro, libri di fantascienza, gialli, d’avventura, di fantascienza o fantapolitica, etc. Libri dove c’è l’amore, ma questo non deve essere il solo tema attorno cui si sviluppa l’intera trama.
Insomma dove la letteratura lesbica finalmente si ampli e contamini di sé tutta la letteratura.

Nell'articolo del Fatto Sara spiega come
QL2 ha l’ambizione di fornire strumenti utili alla formazione libera e serena della propria identità, creando per le omosessuali uno spazio di legittimazione. Perché autorizzare se stesse a vivere la propria identità è una condizione propedeutica alla lotta per i diritti. Ho la speranza che i libri possano agire positivamente sulla società, anche perché si rivolgono a tutti i lettori
Peccato per quel lettori, maschilista, eppure l'articolo, che palra di omosessualità al femminile,  è scritto da una donna, ma questo non le impedisce di usare sempre il maschile, anche nel sommario, quando annuncia le prime uscite a settembre con autori inediti.
Autori
!?
Ma non si trattava di scrittrici lesbiche??? ...


La scelta di uscire in ebook oltre all'evidente motivo economico ha anche un'altra ragione si legge sempre nello stralcio dell'intervista
La collana sarà esclusivamente in formato digitale permettendo in tal modo di reperire con la massima facilità libri introvabili nelle librerie e agevolando la fruizione di testi lesbici alle lettrici che per varie situazioni e contesti non gradiscono l’acquisto dagli scaffali.
Questo concetto un po' ambiguo emerge in tutta la sua sprovvedutezza e miopia politica nell'articolo del Fatto Quotidiano  dove si legge
La scelta di uscire in ebook, spiega, ha una duplice ragione. La più scontata è quella economica, ma la più importante, a suo parere, è la garanzia di riservatezza: le donne lesbiche soffrono ancora di scarsa visibilità e subiscono la riprovazione sociale più degli uomini gay, “perché pagano il peso di essere sia donne sia omosessuali. Ma la timidezza e i timori che si possono avere comprando in libreria un’opera a tematica omosessuale scompaiono se l’acquisto è anonimo”.
Timidezza e timori. Sembra quasi il titolo di un romanzo di Amélie Nothomb.

Invece  è il pavido orizzonte entro cui Sara e la sua collana sembrano muoversi.



Lo spazio di legittimazione, l'autorizzazione a vivere la propria identità sono buttate nel cesso quando Sarah, per giustificare l'edizione in e-book e non in volume della collana, parla di garanzia di riservatezza, manco si trattasse di pornografia!

Insinuando quasi che, comprando un libro a tematica omosessuale, ci si attiri indosso un po' di quello stigma che quella collana vuole combattere...
Facendolo in anonimato mi sottraggo allo stigma, senza rendersi conto che, riconoscendo il ...diritto alla vergogna., lo stigma viene diffuso e non combattuto.

Una uscita davvero infelice.

Ammesso e non concesso che comperare un libro a tematica (manco fosse porno) comprometta la riservatezza (di che?) invece di combattere questo riserbo invitando a non vergognarsi (sic!) a comperare libri di lesbiche si enfatizza il fatto che grazie al formato digitale si possa mantenere tutto nell'anonimato.

Come se comperare un libro lesbico in libreria ti marchi di un alone viola che ti espone al pubblico ludibrio.

E' proprio vero che la prima forma di omofobia da combattere è smepre quella interiorizzata.


Ora siccome un libro pubblicato solamente in digitale non ha lo stesso spessore e la stessa importanza editoriale di un libro cartaceo pubblicato anche in digitale, spero che questa uscita davvero infelice sia un lapsus per mascherare la pochezza (editoriale) di una collana di libri lesbici pubblicati solamente in digitale.

Se fosse altrimenti questa collana nascerebbe davvero sotto una cattiva stella.


Purtroppo la stessa giustificazione lesbofoba la si trova anche sul sito della collana dove si legge

Il digitale permetterà di reperire con la massima facilità libri che spesso le librerie considerano poco vendibili o che, essendo considerati ancora un tabù, molte lettrici omosessuali preferiscono non acquistare.
Dove, tra l'altro, l'aggettivo omosessuali attribuito a lettrici non si sa bene quale categoria debba individuare se cioè lettrici dall'orientamento sessuale lesbico o lettrici di libri a tematica omosessuale, con buona pace delle donne, lesbiche, bisessuali o etero, che non si vergognano di comperare dei libri e basta e se ne infischiano del tabù molto più della casa editrice di una collana lesbica che tradisce una certa vocazione mercantile punto di vista dal quale lo stigma è sempre bene che rimanga, altrimenti la collana non avrebbe più motivo di essere...





sabato 18 agosto 2012

Come non detto: dal trailer a qualche considerazione sulla causa lgbt(qi)

Agosto volge al termine e come ogni anno aspettiamo con ansia (?) le novità cinematografiche, tra le quali quest'anno, spicca (??) un film gaio dal titolo Come non detto (Italia, 2012) di Ivan Silvestrini.

Ecco il trailer che quant* di voi sono andat* al cinema in queste settimane hanno già potuto ampiamente vedere.



Il trailer è un florilegio di luoghi comuni sul mondo lgbt(qi) che mi danno spunto per le mie solite elucubraz... dissertaz... speculaz... ragionamenti sull'omosessualità (maschile) e su come questa venga rappresentata al cinema e su come certi cliché diventino, nostro malgrado, un mezzo per permetterci di esprimere la nostra gaiezza.

La bellezza (stereotipata) dei protagonisti gay
Tutti gli attori del film sono magri, belli, di una bellezza morbida e non troppo virile, giovani se non giovanissimi.

Come se di gay di mezza età, meno belli, meno magri non sia pieno il mondo...

I baci mai
Essendo una commedia dovrebbero esserci dei baci invece Mattia e il suo ragazzo sono solo abbracciati... Il trailer di un film sui froci censura i baci (oppure magari nel film di baci non ce ne sono proprio).

Ecco invece due commedie italiane non a tematica gaia dove i baci ci sono, eccome.


La misoginia

Essere froci significa, prima ancora che ci piacciono i maschi come noi, che non ci piacciono le femmine.

Mattia il giovane protagonista del film quando la sua amica Stefania (roomate?) che (chissà perchè) dorme nello stesso letto con lui nota l'erezione mattutina e subito per ischerzo ci agita il bacino sopra, le dice, serio e per niente divertito, che anche se lui fosse etero ce lo avrebbe portato lei sull'altra sponda con la sua fiatella, capito?!

Dunque sull'altra sponda ci si va o ci si viene portati.

Un po' come dire che l'omosessualità non è una delle possibilità di default ma che solo l'eterosessualità lo è, all'omosessualità ci si arriva, ci si viene portati, magari per disgusto, magari perchè se una ragazza ha la fiatella mica le dico tesoro lavati i denti ma dico sono così disgustato (non già da questa donna ma da tutte le donne) che divento frocio.

Immaginiamoci la situazione al contrario. Il protagonista è il frocio che, vedendo l'erezione mattutina del suo amico gli si ...sbacina addosso proprio come Stefania ha fatto con lui e l'amico etero gli dice anche se  fossi gay mi ci avresti portato tu con la tua fiatella sull'altra sponda, capito?! 

Ditemi con sincerità. Funzionerebbe ugualmente come battuta?


Il coming out

Il problema centrale del film, almeno da come lo si desume dal trailer, è il fatto che Mattia non abbia fatto coming out in famiglia.
Si presume che con alcuni amici sì. Non ci è dato sapere dal trailer se Mattia studia e lì coming out l'ha fatto, o lavora, e se, lo stesso, lì coming out l'ha fatto o no.
Il problema è la famiglia. Sfera privata. L'unica che, ci dice il film, sembra contare.

Per carità la famiglia è importante ma se dirlo ai genitori diventa il problema mi fa sempre incazzare.

1) perchè miminizza tutti gli altri problemi del fare coming out (a lavoro, a scuola, con gli amici, per strada)

2) Perchè fanno del coming out un problema che non va spiegato. 

Oddio!!! Sono frocio (=cosa non proprio facile da gestire) come lo dico ai miei?


Non mi fraintendete conosco storie di amici, conoscenti miei ex studenti che hanno avuto problemi, anche gravi, con le rispettive famiglie, sono stati buttati fuori di casa, hanno dovuto interrompere gli studi, si sono dovuti sottrarre a cure forzate, perchè minorenni e omosessuali.

Ma da quel che si evince dal trailer è Mattia ad avere problemi a dirlo ai suoi perchè, in fondo, lui per primo pensa che non sta dando proprio loro una buona notizia.
Anche quando Stefania si incazza con lui per i suoi timori e resistenze a dirlo ai suoi non gli dice che essere gay è la cosa più bella che ci sia proprio come essere etero, che non deve vergognarsene (o qualcosa del genere) ma gli dice che forse sta esagerando manco avessi ammazzato qualcuno. 

 Cioè magari non è omicidio però è sempre qualcosa di negativo. 

 Capita l'antifona? 

Invece di denunciare la società, lo stato, il Vatic-ano (con tutta la merda che ne esce...) I FILM che educano e costringono allo stigma dal quale, forse Mattia coltiva tutte le sue paure i froci hanno difficoltà a dirlo a mammà perchè si sa, un figlio ricchione dà tanti dispiaceri...


Il travestitismo\le drag Queen\il camp (frainteso)

L'altro giorno leggevo sul blog Voglio sposare Tizano Ferro un post di Andrea Bordoni nel quale, commentando la pubblicità dell'ultimo Gay Village dice
pochi meriti ha il cartellone del GAY VILLAGE di quest’anno (...) perché, col suo calciatore in tacchi a spillo, per quelli che sono totalmente digiuni sull’argomento, questo cartellone fa confusione tra orientamento sessuale e identità di genere, alimentando la credenza che per essere gay devi per forza vestirti da donna o sentirti donna… (...)
Chissà se Andrea dirà lo stesso della scena di questo film, così come presentata nel trailer, dove Mattia  riceve consigli da una Drag.

Là  abbiamo un tacco a spillo su due polpacci maschili (che magari sono di corpo di donna, biologica o trans, visto che non ne vediamo il torso né il viso).

Qui invece abbiamo tanto di viso ipermaschile truccato come una maschera del teatro No per sembrare quel che nella mente distorta di un uomo frocio (e misogino) una donna appare e dispensare i suoi consigli di vita (che le corna sono come i tacchi a spillo perchè slanciano).

Chissà se Andrea per onestà intellettuale accuserà il film dello stesso effetto del manifesto (scordandosi che nel caso del manifesto c'è l'ironia forse a non confondere orientamento sessuale con identità di genere).

Oppure visto che questo film conferma una ideologia e lo status quo di certa (sotto)cultura gay, che a me sta stretta come un tanga extra small, ideologia che credo, Andrea, da altri suoi commenti e post, predilige e condivide, non troverà il trailer  divertente, ironico e leggiero.

Io trovo questa sotto sottocultura gay fatta di checche ipertricotiche, di ragazzine sculettanti agitate da una misoginia contraddittoria (come fai a odiare le donne se poi pretendi di comportarti come loro?), ragazzoni truccati come 20 Silvane Pampanini tutte insieme, stantia, vecchia, superata, demodè, e, anche, di una noia mortale.

Se sedici anni fa le drag e i travoni (termine offensivo e transfobico usato anche nell'ultima parodia di un video di madonna senza che nessuno abbia battuto ciglio) del film Come mi vuoi (Italia, 1996) di Carmine Amoroso avevano un senso politico, perchè contribuivano alla visibilità,  oggi, nel 2012 Tsunami, Alba Paillet nel trailer confermano solo quel comune sentire che ancora vuole i froci delle femmine mancate, delle checche invidiose delle donne che non sono e non potranno mai essere potendo aspirare a essere solo dei travoni di merda (felice insulto che si sente smepre più spesso).

Il provincialismo della sotto sotto cultura drag italiana è d'altronde perfettamente coerente al gap culturale, politico e civile di un paese di vecchi e di mignotte come dicono ormai tutti, anche a sinistra...

Perchè mai i gay dovrebbero essere migliori del resto degli italiani?

L'omofobia\il politically corretc


In un'altra scena vediamo il padre di Mattia chiedergli perchè non gli dice le cose come stanno, commentando, credi che non abbia capito? Mattia quasi commuovendosi perchè il padre lo sta sottraendo all'umiliazione di fare coming out   gli dice papà... In quel momento un motorino quasi li sfiora e l'uomo gli grida dietro a frocio!

Ecco qui non c'è nulla da ridere. E' un momento serio del trailer (del film) perchè mostra, anche se solo per un attimo, i motivi per cui Mattia è restio a dire ai suoi che è gay.
Non tanto o non solo perchè suo padre è omofobo ma perchè suo padre, COME TUTTI E TUTTE usa il termine frocio in maniera dispregiativa.
Al di là del fatto che suo figlio lo sia e lui non lo sa.

E qui si apre una grande questione che il trailer, grazie a questa sequenza, mette così bene in luce.

Perchè non si deve usare il termine frocio come offensivo?

Semplificando un po' per due ordini di motivi completamente diversi e, in fondo, incompatibili. 



a) Non dire a frocio per offendere qualcuno perchè potrebbe esserci vicino un

gay senza che tu lo sappia.
Quel che conta è la forma. Usare gay come offesa non è un problema di per sé lo diventa solo in presenza di qualche rappresentate della categoria che si sente offeso.


b) Non dire a frocio per offendere qualcuno perchè è un modo di pensare maschilista che non piace a nessun* e da fastidio a tutt* qualunque sia il suo orientamento sessuale

A frocio non offende solo i gay offende tutt* perchè coinvolge in un sistema di valori che rende patriarcali e fascist* proprio come chi lo ha pensato e detto.


Il maschilismo

Dopo aver visto Stefania sculettare sul pacco di Mattia senza che lui ne abbia alcun effetto la voce fuori campo di Mattia commenta: ecco ora molti di voi penseranno !chi c'ha il pane non ha i denti!...

Cioè daccela a noi Stefania che a noi ...la fiatella nun ce fa schifo.

Insomma dacce du' etti de gnugna, tre chili de fregna, quattro quintali de ciccia coi baffi che noi nun semo froci.

Non che il maschilismo non ci sia pure a sinistra, pardon, tra i froci.  Ma la donna oggetto anche nel film di lelle no, dai! Che trash!


Ecco.


Il resto solo dopo aver visto il film... Se mai lo vedrò...


p.s.

Esilarante la battuta Mamma (io) sono gay che la donna intende come mamma (loro) sono gay.

Ci rido ogni volta che la vedo!