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mercoledì 19 marzo 2014

La visione novecentista dell'omosessualità non è solo quella di Amelio. La pessima recensione, perchè profondamente omofoba, di Vincenzo Scuccimarra.


Premetto subito che a me il film di Amelio non è piaciuto. Ne spiego il perchè su Gaiaitalia.com.

Se ne parlo qui, e se critico Scucciamarra, non è certo per una divergenza di gusto.

Anzi qui non parlo proprio del film, non parlo nemmeno della recensione di Scuccimarra in quanto recensione parlo piuttosto del modo in cui Scuccimarra, nella recensione, vede gli omosessuali, quelli intervistati nel documentario di Amelio e quelli che lui crede esistano oggi in Italia.

Scuccimarra nella sua recensione su The Kino Review usa un lessico offensivo sin dalle prime righe, riferendosi all'omosessualità come tendenza sessuale, come inclinazione sessuale usando un linguaggio discriminatorio e offensivo.
[Amelio] ci parla di omosessuali per parlarci di come vivere la propria diversità, la propria unicità, indipendentemente dalle nostre inclinazioni sessuali. (i neretti sono nel testo)

Nel farlo relega lo stigma contro le omosessualità al passato
Il documentario raccoglie le testimonianze di una dozzina di omosessuali anziani, di quelli che hanno vissuto clandestinamente e avventurosamente la propria vita quando la loro tendenza sessuale era un tabù sociale additato al pubblico disprezzo.
Evidentemente per Scuccimarra oggi il tabù non c'è e le persone non etero godono pienamente degli stessi diritti delle persone etero...
Possono manifestare la propria affettività senza essere sfottuti, aggrediti, picchiati, uccisi.

È una carrellata di volti, corpi, voci che parlano di emarginazione, sofferenza ma anche di avventure e libertà, dell’ambigua dolcezza del piacere clandestino. È un’ opera che presenta filmati d’epoca, foto e illustrazioni agghiaccianti su come venissero considerati gli omosessuali nel nostro Paese, ma al contempo sottolinea anche come sotto il pesante velo della discriminazione si potesse trovare un modo per vivere in maniera appagante la propria sessualità.
Ecco quel che Scuccimarra non capisce.

L'umiliazione di chi non avendo un luogo sociale riconosciuto pubblicamente dove vivere e costruire anche pubblicamente le proprie storie affettive era costretto a vivere clandestinamente solo la propria sessualità.
Scuccimarra ignora la disumanità di un patriarcato che, nel 1968, in Italia, curava gli  omosessuali, contro la loro volontà, a base di elettrochoc e coma insulinici come capitava a Giovanni Sanfratello il compagno di Aldo Braibanti.

Altro che pesante velo della discriminazione, io parlerei piuttosto di feroce repressione.
Lo fa innanzitutto facendo emergere chiaramente un aspetto spesso sottovalutato nel discorso sugli omosessuali. Ovvero quanto ci sia di prettamente maschile negli omosessuali. Di come rappresentino, in un certo senso, l’avanguardia estrema di una tendenza tipicamente maschile.


In molti degli omosessuali presentati nel documentario c’è la rievocazione di un’ aspirazione, inconscia o dichiarata. Quella di continuare a vivere perennemente una vita sessuale e affettiva avventurosa, di condurre un’esistenza libera dal giogo della procreazione e della famiglia, di bastare a se stessi e non dipendere da nessuno. La tentazione insomma di un’eterna adolescenza, l’irriducibilità al “sistemarsi”.
Una “hybris” tipicamente maschile che accomuna gli inveterati playboy e i puer aeternus eterosessuali agli omosessuali  presentati da Amelio. In questo senso è vero che in fondo in ogni uomo c’è un omosessuale. Il prezzo da pagare nell’assecondare questa “hybris” è spesso la solitudine, l’emarginazione sociale.
Che la promiscuità non appartenga solo ai gay ma allo stereotipo di genere maschile è una bella verità che Scuccimarra individua con acume ma scivola nel pregiudizio quando ne deduce che quella omosessuale sia la promiscuità par excellence.

Obnubilato dal pregiudizio cattolico Scuccimarra legge nella non procreazione del sesso tra maschi il segno amplificato di un libertinaggio fine al piacere sganciato dalla costruzione sacrale di una nuova famiglia che,s e ne deduce, pertiene solo alla coppia formata da un uomo e una donna, in barba a tutte le coppie omogenitoriali che esistono già oggi in Italia.

Come se il bunga bunga di Berlusconi le trans frequentate da Marrazzo le minorenni prostitute frequentate dal marito di Alessandra Mussolini non fossero versioni eterosessuali dello stesso libertinaggio sessuale....

Un delirio di pregiudizi insomma e pensare che per Scuccimarra il tabù sociale appartiene al passato...

La solitudine l'infelicità cui secondo Scuccimarra sono costretti a vivere i gay deriva da questa scelta anticonformista di non sistemarsi non dal giudizio talmente negativo sull'omosessualità di tutte e tutti, proprio come fa lui, che permette ancora oggi nel terzo millennio a chi pensa che gli omosessuali siano disgustosi di ucciderli, come ha tentato di fare Svastichella nel 2009.


Quel che sfugge a Scuccimarra è la Storia.
Perchè se è vero che 50 anni fa l'omosessualità maschile era quella dipinta da Paolo Poli, che nega l'omoaffettività facendone solo una questione di sesso e la relega alle amicizie,  oggi, nel 2014 di coppie dello stesso sesso e non solo maschili (chè omosessualità mica significa sessualità degli uomini), che convivono stabilmente e fanno figli, ce ne sono decine di migliaia.

Oggi i giovanissimi e le giovanissime si fidanzano si corteggiano e si combinano e scombinano anche in coppie dello stesso sesso, ragazzi con ragazzi  e ragazze con ragazze e per farlo non mi sembra si siano omologati a un bel niente, altrimenti la società dovrebbe essere contenta d questo loro imborghesimento invece nega loro ferocemente anche il diritto di essere visibili.

Forse Scuccimarra dovrebbe rivedere i propori parametri per scoprire che lo sitgma contro l'omosessulaità non dipende certo dal libertinaggio che c'è anche in campo eterosessuale (basta contare le prostitute che sono sfruttate in Italia da maschi, etero) ma che quello è solo uno dei tanti pregiudizi coi quali si cerca di relegare l'omosessualtià alla camera da letto, un po' come fa lui che parla di inclinazione e tendenza sessuale.
D'atronde a letto ognuno pul fare quello che gli pare che bisogno c'è di ostentare?

Certo se a nessun omosessuale interessa l'amore ma solo scoparsi un'intera caserma non c'è davvero necessità alcuna.
Ma siccome capita anche ai gay di innamroarsi come agli etero allora forse anche i gay vorrebbero poter manifestare tranquillamente la loro affettività dicendo pubblicamente che amano un altro uomo proprio come fanno le persone etero.

Trovo questa prospettiva dalla quale Scuccimarra discrimina, offende e relega gli omosessuali disgustosamente omofoba.
Il documentario di Amelio ci presenta dei casi di solitudine estrema, tali da indurre a mettere subito su famiglia con l’amica di infanzia e andare tutti i weekend da Ikea, ma anche vite orgogliosamente indipendenti. E come spesso accade nei suoi film, il regista calabrese sottolinea che le differenze di classe contano e discriminano prima ancora delle scelte di natura sessuale.
Ecco il capolavoro omofobico di Scuccimarra!

Sono le differenze di classe a discriminare non la società non lo Stato non la Chiesa non dei (re)censori così sprovveduti che per la terza volta nello stesso articolo riducono l'orientamento sessuale alle scelte di natura sessuale.

Ma è ancora presto per vomitare, possibilmente in faccia a Scuccimarra.

Perchè questo omofobo incallito arriva a scrivere che

In un mondo e, in particolare, in una società come quella italiana, dove l’accettazione della diversità è spesso sinonimo di omologazione. Dove la cultura egemone è la cultura del non solo ma anche. Siamo questi ma vogliamo essere anche l’opposto. Siamo uguali ma anche diversi. Siamo governo ma anche opposizione.
Ed ecco, per chi ne cercasse la prova,  la testimonianza diretta che Scuccimarra vede gli omosessuali diversi rispetto gli altri, di una diversità talmente irriducibile che quando si chiede di amare e non di scopare ci si sta omologando all'eterosessualità.

Ecco perchè quei continui richiami al sesso. Per Scuccimarra, che è della mia generazione e non di quella di Amelio, i froci sono quelli che fanno incularella dietro un cespuglio, mentre quelli che amano, che lavorano, che costruiscono relazioni sociali, sono solamente gli uomini etero ai quali i froci cercando di omologarsi distorcendo la propria natura promiscua.

In una realtà dove l’Istituzione pretende di offrire anche un’ alternativa a se stessa, come vivere la propria differenza, le proprie vocazioni specifiche è un tema di stringente attualità. Come si chiama una cultura dominante che si propone come onnicomprensiva e definisce ogni opposizione e autentica diversità come eversiva? Si chiama cultura totalitaria. 
Sfugge, curiosamente, a Scuccimarra, che la cultura totalitaria IMPONE certi valori, certi modelli comportamentali.

Mentre è il movimento lgbt è da almeno trent'0anni che chiede gli stessi diritti, la stessa visibilità, di considerare insomma l'omosessualità non come una diversità ma come una variante naturale del genere umano.
Altro che froci che fanno incularella!

Sarebbe come dire che visto che i vari Berlusconi & co fanno bunga bunga se poi un uomo vuole sposare una donna è lo stato che gli impone di snaturare la propria natura che per vocazione è farfallona e free.

Capite l'antifona?
Ecco, il documentario di Amelio, nel sottolineare che cosa sia vivere autenticamente una diversità, di come sia illusorio credere di potere essere una cosa ma anche il suo opposto, è un film contro la cultura dominante. 
E' umiliante che per cultura dominante qui si intenda quella cui moltissime persone discriminate chiedono di poter accedere e non quella che discrimina gli orientamenti non eterosessuali,  quella della Chiesa che ha scritto ancora oggi nel suo Catechismo che l'omosessualità è una grave disordine morale, che pretende l'omosessualità ancora una devianza curabile (le teorie riparative) che sfotte aggredisce se non uccide quando vede due persone dello stesso sesso darsi un bacio o andare in giro mano nella mano.

Nel suscitare diffidenza verso ogni tolleranza che soffoca in un abbraccio mortale ogni differenza, Il documentario di Amelio ci lascia di fronte ad un interrogativo che ci riguarda tutti. È meglio vivere fino in fondo la propria diversità e particolarità di individui, aliena da ogni convenzione, con il rischio dell’emarginazione e della solitudine o avere il conforto dell’accettazione nel sistema dei valori correnti, annacquando la propria specifica identità?
Scuccimarra ignora che la vita sentimentale non la si vive da soli ma in due e che dunque la propria diversità di individui va a confrontarsi e con-fondersi con quella del bene amato che può essere dello stesso sesso o dell'altro sesso e che tra le due cose NON C0E' DIFFERENZA che, davanti la legge, dovremmo essere tutte e tutti uguali mentre per Scuccimarra, proprio come per Amelio, i froci devono fare i froci (incularella, niente storie d'amore solo sesso, solitudine disperata perchè è quella la nostra natura di maschi solipsisti e adolescenti a vita) e gli etero gli etero.

Altrimenti se i froci chiedono stessi diritti non stanno compiendo una richiesta sacrosanta si stanno omologando. Parola di ex sessantottino ci dice Scuccimarra.

Adesso potete vomitare.

venerdì 8 novembre 2013

Inzia il Festival Internazionale del Film di Roma

Oggi inizia il Festival Internazionale del Film di Roma e il primo film che vedrò, alle 9.00 in anticipata stampa è l'opera prima

IL MONDO FINO IN FONDO (Italia,  2013) di Alessandro Lunardelli presentato nella sezione Autonoma e parallela Alice nella Città con Filippo Scicchitano (in foto) Luca Marinelli Barbora Bobulova Camilla Filippi Alfredo Castro Manuela Martelli Cesare Serra.
Il film racconta la storia di due fratelli uno dei quali è gay e arriva per amore fino a Santiago del Cile...

Leggerete del film sule pagine di gaiaitalia.com.

Se volete vedere il film le proiezioni ci saranno
8 Novembre, h.17:00 Sala Sinopoli PUBBLICO E ACCREDITATI
15 Novembre, h.17:00 Studio3 (replica) PUBBLICO E ACCREDITATI
Stay tuned!!!

domenica 1 settembre 2013

No Night Is Too Long in 28 fotogrammi.

No Night Is Too Long

(GB\Canada, 2006) di Tom Shanklad
Tim è un giovane studente universitario che ha un grande successo con le donne...
...che lo spompinano in luoghi esotici dicendogli "Ti amo"...

un bacio in ascensore lo fa invaghire di un professore del campus...
che prima non vuole saperne di lui
ma alla vigilia di capodanno lo va a trovare.
E se lo incula...
...e ancora....

..e ancora.
Sempre da dietro come fosse l'unica posizione...
 
Ma il professore è geloso e manesco e il giovane Tim
non vorrebbe più frequentarlo ma non vuole deluderlo...

Così durante un tour di conferenze del professore Tim conosce una donna
ed è subito amore che, come diceva Tozzi, a letto si fa

Tim cerca di prendere tempo col prof, che, nonostante Tim non voglia se lo incula di nuovo
ma stavolta Tim non ride...


Messo alle strette Tim gli confessa di non amarlo più già da parecchio e di amare una donna.
Il prof prima piange...

poi in un eccesso di ira cerca di strozzarlo minacciando di dire alla donna, che non lo sa,
che ha avuto una relazione con lui

Ne nasce una colluttazione alla fine della quale il prof cade malamente...
E Tim lo abbandona esanime

Roso dai sensi di colpa Tim è disperato anche perchè l'indirizzo della donna amata è rimasto nella giaca di pelle del prof e lui gira a Vancouver senza meta.
La fortuna gli fa incrociare la donna su un pullman che Tim si mette a inseguire
Ma qualcosa di tremendo lo blocca
Gli sembra di vedere il prof dappertutto
Alla ricerca di qualcuno con cui parlare del delitto commesso Tim si lascia rimorchiare da una marchetta

Che se lo incula
(in una posizione che con il prof non ha praticato mai...)


E Tim stavolta piange

Intanto a casa della donna, ignara che Tim sia in città a cercarla, ritorna il marito
che l'aveva abbandonata per la quarta volta.

Qualcuno altro arriva in casa. Sorpresa! E' il fratello della donna, cioè il professore, che non è morto!!!
e il fratello la mena perchè lei gli ha rubato il ragazzo che lui amava tanto

Il marito la difende dalle ire del cognato? No quando il prof finisce la mena pure lui perchè lei lo ha tradito con Tim...

Dopo varie vicissitudini (il prof ammazzato dalla marchetta che lo aveva preso per Tim) solo e triste Tim
un giorno vede la donna venire verso la sua casa.
Tim si accascia dietro l'uscio


La donna chiama inutilmente il suo nome...



...Tim fa il gesto di aprire la porta ma non riesce a raggiungere la maniglia.
FINE DEL FILM


Tratto dal romanzo omonimo di Barbara Vine (pseudonimo di Ruth Rendell) il film offende per la sessualità tra uomini vista esclusivamente in chiave penetrativa. Dove Tim si fa sempre scopare e dove il coito anale all'inizio visto come una gioia è anche una umiliazione subita (col prof.) e cercata (con la marchetta in segno di espiazione per l'omicidio commesso). Un film maschilista dove le donne sono talmente sprovvedute da fare pompini e dire ti amo e dove la sorella del prof viene picchiata da chiunque perchè fedifraga (nel caso del prof ladra di uomini altrui) e dove Tim è descritto come personaggio deleterio e ambiguo in base alla propria irrisolta bisessualità (anche da bambino aveva irretito un compagno di scuola più grande).

sabato 31 agosto 2013

quarta edizione del GenderDocu Film Fest: la seconda serata

Tre i documentari in programma per la seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Fest.

Si è cominciato con il piccolo (per la durata) sorprendente film documentario di Filippo Demarchi, Taglia corto! (Svizzera, 2013). Giovane di Losanna, nato a Zurigo, Demarchi ha girato il suo film in Italiano, che è la lingua madre del padre ma non della madre.
Il corto, che è il saggio di fine corso alla École Cantonale d'Art de Lausanne, ritrae i genitori del regista mentre discutono con lui della sua omosessualità che entrambi non riescono ad accettare. Il padre gli garantisce il rispetto ma non il sostegno mentre la madre è più interessata che il figlio si lasci la porta aperta anche verso le ragazze.

Girato senza una particolare ricerca formale dell'inquadratura, il corto, selezionato da diverso materiale registrato, restituisce con una icasticità commovente un confronto familiare tra tre adulti: padre, madre e figlio 24enne, il cui rispetto individuale è riscontrabile sia nella reciprocità sia nella onestà intellettuale con la quale sanno tutti e tre guardarsi dentro e comunicare l'uno con l'altra .

Così il figlio chiede solidarietà ai genitori non in nome di un astratto rispetto per la diversità ma perchè vorrebbe avere dei consigli sul ragazzo del quale è innamorato.
Il padre a vedere la foto del ragazzo (molto giovane, con i capelli lunghi biondi e fluenti) commenta che sembra quasi una ragazza e quini tanto varrebbe che e che pensando agli uomini si immagina persone più maschili di quelle che piacciono al figlio.
Nessuna imposizione, nessun dover essere, solo un onesto confronto tra quello che si pensa, si sente, ci si aspetta.

Il figlio può così dire al padre senza rimproveri di esserci rimasto male quando una volta, prima del suo coming out, gli ha presentato un suo amico, del quale il padre gli aveva chiesto se fosse gay perchè il figlio si è snetito sentito sminuito nella sua amicizia, platonica,  con quel ragazzo, che il padre riduceva a una questione sessuale.

Mentre il padre commenta che all'epoca lui non sapeva che il figlio fosse gay il figlio da un lato afferma il suo risentimento per quel modo di pensare, dall'altro riconosce al padre, come individuo, il diritto di esprimere le proprie idee anche se lui le aborre chiedendogli poi come dovrebbe reagire (ti dovrei forse odiare?).
La madre dal canto suo lo esorta a non farsi influenzare negativamente dalle loro reazioni o commenti negativi.

Ai dialoghi tra padre madre e figlio, insieme o separatamente, nei quali il figlio è presente solo in voce trovandosi sempre dietro la videocamera e dunque fuori campo Demarchi alterna alcuni momenti di vita familiare (le cure del giardino dove il padre gli dice cosa potare e cosa no o come muovere ila tosaerba in un confronto tra quotidianità ed eccezionalità che restituisce l'idea di una vita familiare è già una ricostruzione dei rapporti e degli assetti genitori figli che per gli standard della famiglia Demarchi è un processo normale pur in una dialettica di rifiuto ma che, visti con l'occhio cattolico italiano è un paradigma quasi irraggiungibile.


Senza insistere troppo sulla chiave religiosa intesa qui nella sua dimensione culturale e non confessionale la statura etica di queste persone, di questa famiglia è anni luce lontana dalle bassezze delle famiglie italiane, quelle in cui ancora oggi i figli e le figlie omosessuali vengono letteralmente buttati e buttate fuori di casa dai genitori senza che i figli e le figlie così illegalmente trattai\e non si ribellano e non rivendicano i propri diritti rivolgendosi come si dovrebbe sempre fare a un giudice. Perchè anche nell'Italia omofoba a un genitore a una genitrice non  è più consentito di cacciare di casa e smettere di mantenere un figlio o una figlia perchè omosessuali. Sono lontani per fortuna i tempi del caso Braibanti.

Invece nella maggior parte dei casi la prole non rivendica i propri diritti perchè in fondo, là dove si annida l'omofobia interiorizzata, non vogliono imporsi ai propri genitori e si sottraggono a un confronto anche duro, aspro, inchiodandoli alle loro responsabilità.

Questo cortometraggio mostra come se la forma documentario sa cogliere la realtà (a saperlo usare bene naturalmente non è un risultato che si ottiene automaticamente) questo non è certo garantito dalla presa diretta ma dall'operazione che segue (il montaggio del materiale selezionato) e precede le riprese.

All'inizio, ha raccontato Demarchi presente al Village, i genitori non volevano affatto parlare del suo coming out e pretendevano di essere presentati come esperti di capitalismo ai quali il figlio doveva rivolgersi dando loro del lei.
Poi l'insistenza e la pratica di ripresa hanno ammorbidito i genitori ed è stata resa possibile una modalità comunicativa così intima e spontanea nonostante la presenza della videocamera.
Un processo graduale e non sempre facile del quale rimane una traccia anche nella  selezione drastica fatta da Demarchi (appena 13 minuti di durata, essenziale anche in questo in controtendenza rispetto una certa tendenza alla pletoricità che molti cineasti della camera verità hanno)  quando a un certo punto il padre si sottrae all'intervista definendola una pagliacciata e Demarchi continua a riprendere il suo posto vuoto.

Sottraendo il corto all'equivoco che la verità di quanto accade sullo schermo scaturisca naturaliter dalla spontaneità della diretta e non dall'istanza produttrice che riprende e monta le riprese Demarchi si attesta nel cuore del meccanismo documentario che è sempre un meccanismo traslato perchè la verità non sta nelle immagini mostrate ma in quell'oltre che hanno determinato quelle immagini, in un prima e un dopo la ripresa di cui il cortometraggio è un esempio paradigmatico della stessa una pratica discorsiva dei tre protagonisti. Un confronto d'altissima onestà intellettuale.

Presente anche sulla rete con altri lavori Demarchi si distingue per il discorso intelligente e l'occhio sincero che sanno usare gli strumenti video della contemporaneità sottraendosi alla estetica farlocca dell'immediato e della spontaneità sostenuta dal mercato e cerca, riuscendoci appieno, di usare il video per mostrare quell'oltre pirandelliano raggiungendolo con incedibile efficacia.



Più tradizionale e privo di novità formali il mediometraggio con alcune lungaggini e ripetizioni  My Love – The Story Of Poul and Mai (danimarca, 2013) di Iben Haar Andersen.
64 minuti di durata che potevano benissimo scendere a 50 nei quali la regista allestisce un materiale raccolto nell'arco di sei anni (ma nel documentario non ne viene dato conto oltre alla didascalia due anni dopo)  raccontando della storia d'amore tra Poul uomo danese ultrasessantenne che ha fatto coming out solo dopo la morte della figlia 17enne in un incidente d'auto (che l'ha vista morire carbonizzata) e del quarantenne thailandese Mai che ha conosciuto in un locale. 
Il documentario ci racconta delle vicissitudini burocratiche per ufficializzare la loro unione, l'accesso al registro per le unioni civili prima, la richiesta di permesso permanente di soggiorno dopo, alle quali si alternano alcuni racconti dei due uomini.
La famiglia che Mai ha in Thailandia e che vediamo quando Poul va in visita, una figlia grande, un figlio più piccolo e una sorella (della donna madre dei sui figli nulla sappiamo) e le vicissitudini di Poul la gioventù dell'uomo che pur sapendo da sempre che gli piacevano gli uomini non ha mai fatto sesso con un ragazzo in gioventù e ha deciso invece di farsi una famiglia (etero) e avere dei figli.
Tra immagini del menage familiare, molto sessista, Mai che cucina e Paul che fa il marito aspettando in salone (perchè Mai non lo vuole in cucina), alle interminabili giornate di lavoro (Poul è pescatore di salmoni), tra i racconti di gioventù di Paul e la brama di Mai di portare il figlio più piccolo, maschio, con lui in Danimarca (la figlia pi grande, fidanzata, è già di un altro maschio)  quello che manca completamente nel documentario è la sfera affettiva e sessuale della coppia che la regista non affronta minimamente.
Nemmeno un cenno alla sessualità di Poul che è stato con un uomo quasi da anziano (a 60 anni), non la restituzione pornografica o voyeuristica del suo rapporto con Mai ma il vissuto emotivo  della sessualità (com'è stato fare sesso con un uomo per la prima volta a età così avanzata?) della quale nel documentario non è presente nemmeno come assenza allusiva, ma, più semplicemente, non c'è. La storia d'amore fra questi due uomini è quella di una amicizia platonica di solidarietà e reciproca assistenza che farebbe contento anche Papa Francesco visto che nel film i due uomini vivono una vita casta dove il sesso viene sublimato nella solidarietà proprio come consiglia il catechismo cattolico alle persone omosessuali. Anche i baci che i due si danno sono rigidi e poco spontanei.
Quando l'ho fatto notare alla regista, anche lei presente al Village, lei mi ha risposto, piccata, che non sentiva l'esigenza di entrare nella camera da letto dei due uomini e che la loro storia d'amore non aveva bisogno del sesso.
Durante questa sua risposta il pubblico presente ha applaudito confermando la sessuofobia di noi italiani (e italiane) che separiamo borghesemente  il sesso dall'amore per cui a casa bacini e coccole mentre andiamo a cercare il sesso dalle prostitute o magari dagli escort...

E no cara Iben Haar Andersen la sessualità è parte integrante di ogni storia d'amore che posa definirsi tale e che nel tuo documentario del vissuto sessuale non ci si preoccupi nemmeno di spiegarne l'assenza è un atto di censura figlio di una visione della vita borghese e sessuofoba che inficia completamente il film che, da questo punto di rappresenta una negazione della pienezza della dignità dell'opzione omosessuale che quando assume le forme di una amicizia affettuosa tra adulti con alle spalle un vissuto etero ed entrambi padri di figli nati da quelle relazioni, questa relazione legittima ma non paradigmatica assurge a storia omosessuale tout court.  Perchè il sesso è amore anche non si fanno figli.

Terzo film della serata Ein Wochenende In Deutschland (Germania, 2013) di Jan Soldat, l'unico autore non presente al Village,  che in 25 minuti racconta del fine settimana di una coppia di uomini maturi (molto sopra la sessantina) che praticano del sesso sm abbastanza soft (spanking e l'uso di ortica).
Un sesso esplicito nelle riprese video (il sedere arrossato i corpi nudi dei tre uomini) non incentrato sull'orgasmo o sull'erezione ma su alcune pratiche sadomaso vissute nella loro centralità del piacere per il dolore, ricevuto e inferto, tra confidenze, dialoghi ricordi e risate, in amicizia e con tanto di caffè e torta dopo le sessione di pratiche sm.

Un film che deve tutto alla capacità del  regista Jan Soldat, classe 1984, di relazionarsi con la coppia della quale il regista è amico tramite la videocamera dietro la quale rimane sempre celato e restituire con uno guardo schietto divertito e non morboso la quotidiana assoluta normalità delle pratiche svolte sdoganando così anche la sessualità (n)(d)ella terza età che nella nostra società ipergiovanilista ruba il sesso riconcedendo la legittimità di pratica solo della gioventù. Nella realtà così non è  ce lo dimostrano questi tre signori divertenti e divertiti.

Questa seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Festival, che ha visto ripristinati i voti del pubblico grazie alla presenza delle brochure assenti nella prima serata, ci ha regalato tre documentari molto diversi tra loro che costituiscono tre esempi squisiti di come il documentario può raccontare delle storie vere restituendo uno sguardo quello dei loro autori e autrici cui in qualche modo fa da specchio quello stimolato e suggestionato dello spettatore, il cui merito dall'assortimento alla qualità va all'intelligenza di Giona Nazzaro che tramite la sua creatura offre una comune pietra di paragone per misurare la comunanza di una stessa lingua parlata pur se delcinata in istanze assai diverse tra loro.

Chi ha avuto la fortuna di assistere alle proiezioni ha potuto godere di un programma di altissima qualità proposto da Nazzaro con una umiltà e e una onestà intellettuale molto poco italiane che fanno pensare a un brano di una canzone di Gaber:  Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Ecco ieri sera Giona ci ha fatto pensare che tutto sommato è ancora una fortuna essere italiani.






venerdì 30 agosto 2013

4 edizione del GenderDocu Film Fest (1)



La creatura di Giona A. Nazzaro (ora che  Filippo Ulivieri ha abbandonato), fortemente voluta da Imma Battaglia (che ci ha messo i soldi) è giunta quest'anno alla sua quarta edizione.

Con una mission sfocata sin dalla prima edizione i film presentati ogni anno dal festival si pongono nei confronti della parola gender e del concetto che la parola inglese indica (il genere sessuale come costruzione socio antropologica) in un rapporto molto vario, per alcuni dei film è poco più di un pretesto per altri invece un valido elemento per contribuire all'analisi della costruzione e decostruzione del genere e dei suoi stereotipi.

I film presentati secondo la scelta insindacabile del suo creatore non sono mai banali anche se talmente eterogenei da non declinare il gender come tema ma come punto di vista, nodo gordiano di altre istanze, cinematografiche politiche e di militanza lgbt come specificato nel sito del festival:
Ancora una volta si afferma con forza lo specifico del festival: non una selezione “contenutista” di argomenti da discutere, ma la scelta di uno sguardo, sempre schiettamente cinematografico, diretto sull’insieme delle relazioni che fanno del nostro corpo il fulcro di tutte le nostre interazioni sociali.

Questa quarta edizione inizia un po' in sordina a cominciare da uno schermo che non si può dire davvero tale visto che è composto da pannelli assemblati insieme, che soprattutto nelle scene più luminose lascia vedere fin troppo bene i bordi di giuntura tra un pannello e l'altro.
Schermo che va benissimo per la videoproiezione di immagini per la musica o per la discoteca, ma che poco ha a che fare con la cultura della visione cinematografica.

Lo diciamo senza polemica  sperando che per la quinta edizione si torni a uno schermo davvero cinematografico (un unico telo o altro materiale tutto di un pezzo...).
Anche se quest'anno a differenza degli anni passati lo staff tecnico è più sollecito e presente sia dal versante degli strumenti (i microfoni per il pubblico che arrivano subito) sia da quello della sicurezza (con gli addetti che zittiscono con cortesia ma determinazione quella parte di pubblico sciagurata che non solo durante i film parla ma, addirittura, gioca con lo smartphone senza nemmeno azzerare il volume dei suoni di gioco...).


Purtroppo e la responsabilità non è certo di Nazzaro e della sua creatura, il Gay Village ha più la vocazione dell'intrattenimento sostenuto dalla verve di Vladimir Luxuria (direttore** artistico), intervenuta dopo la proiezione del secondo film,  che sa sempre rubare la scena ma che tramuta tutto in gioco, traendone occasione per battute anche quando si riflette su dei temi difficili già per un pubblico più selezionato figuriamoci per quello discotecaro del Village.

Ma tant'è.
Bisogna dare atto a Imma Battaglia di essere stata l'unica a credere e a sostenere il progetto di Giona Nazzaro e, come si dice, a caval donato non si guarda in bocca.

Certo constatare quale sia la qualità dell'attenzione che gli avventori e le avventrici del village sono capaci  di dare a un prodotto culturale di notevole spessore come quello del GenderDocu  film Fest è anche un modo per tastare la salute culturale del paese che è a dir poco moribonda.


Durante il primo documentario, di cui  parlo poche righe più giù, ci sono state continue defezioni data la natura cinematografica (racconto per suoni e immagini)  e non televisiva (dialoghi esplicativi) del film che sarà stato sicuramente recepito come noioso se non incompressibile. 

D'altronde il Gay Village è una impresa commerciale e non è di competenza delle imprese  educare gli spettatori ma solo coltivare dei clienti e allora cosa chiedere di più all'impresa Gay Village che ci regala il GenderDocu Film Fest?


Altra mancanza, davvero ingiustificata, perchè facilmente rimediabile,  quella delle brochure con le note sui film che (a detta di Imma) sono state perse dal corriere...

Una fotocopia cartacea non poteva venire stampata?
Non c'è una fotocopiatrice in tutto il Village?
Non si possono fare 50-100 copie? Davvero?!

Poco grave per la mancanza di informazioni sui film alla quale sopperisce Nazzaro, vera machine à festival. che introduce e traduce dal francese e dall'inglese (ma parla correntemente anche il tedesco...) ma gravissimo per il voto del pubblico previsto per ogni film con tanto di assegnazione finale di un premio - sempre più aleatorio e casalingo - che ierisera non si è potuto svolgere visto che nessuno aveva la brochure con le classiche faccine da strappare e consegnare e che nessuno è passato per raccogliere in altro modo le preferenze di voto del pubblico.

D'altronde solo alla conclusione della serata Nazzaro ha ricordato di votare (e come?!) senza ricordarlo a inizio serata, magari informando il pubblico di quello che il festival aveva pensato per rimediare all'assenza delle faccine della brochure.

Insomma populismo italiota anche in questo caso anche se nessuno tra il pubblico sembra essersene non dico risentito ma nemmeno accorto.

E spero che Giona, che mia accusa di massacrare il festival ogni anno, perdoni questa mia puntualizzazione che mi sembra d'obbligo non per polemica ma per onestà intellettuale.

E, finalmente, passiamo ai due documentari presentati in serata.

Il primo film è l'interessante La Bagne (Francia, 2012*) di Maud Martinin in Prima internazionale come tutti (o quasi) i film selezionati quest'anno (film cioè che per la prima volta vengono presentati fuori dal paese di origine).

La regista filma le prove di una coreografia di Bernardo Montet ispirata a Il bagno penale di Genet.
Tra improvvisazioni, movimenti di gruppo e a solo il film più che documentare la ricerca coreografica allestisce questo materiale seguendo lo sguardo personale della regista che indaga più che sulla coreografia del corpo che balla, sul rapporto tra corpo e persona o, come dice ha detto la regista presente al festival) il corpo e lo spirito.

Ne deriva un lavoro interessante dal punto di vista visivo per la capacità di Martinin di riprendere i corpi, avellendoli dal contesto coreografico per reinscriverli in uno spazio astratto anche con un certo gusto per la composizione dell'inquadratura, in uno splendido 4\3 che le permette di riprendere il corpo di ballo in figura intera mantenendo una certa vicinanza della mpd alle persone riprese, i cui corpi vengono restituiti nella loro datità fisica piuttosto che in quella di corpo atletico danzante. Riprese alle quali  Martinin contrappone alcune riprese in bianco e nero e in super8 montate a supporto visivo delle interviste ai danzatori a danzatrici che raccontano della loro esperienza con la coreografia e l'argomento trattato (una colonia penale, un gruppo di persone condannate ai lavori forzati).

Criptico e vagamente estetizzante ma mai davvero noioso (nonostante la defezione di parte del pubblico di cui si è già detto) La Bagne non si sottrae ad alcune ambiguità che delle semplici note esplicative poste in esergo al documentario (parola che al film sta stretta trattandosi più di un film non narrativo che di un film di documentazione) e non dette dalla regista in seguito a un paio di domande del sottoscritto e di Nazzaro, avrebbero chiarito tutti e tutte il vero senso dell'operazione. 

Martinin è la documentarista ufficiale di Bernardo Montet che le ha chiesto per questa sua ultima produzione per il Centre chorégraphique national de Tours un film più personale dove lo sguardo della regista potesse permettersi un registro più creativo.

Ne nasce una sorta di testamento morale tra coreografo Centre chorégraphique national de Tours dove il coreografo non lavora più, mentre Martinin sì, e i danzatori e le danzatrici. 

Un bell'inizio per questa quarta edizione. 


Più tradizionale il documentario Statunitense di Beth Nelsen, Ana Grillo Camp Beaverton (2013) presentato anche questo come prima internazionale mentre è in una più  modesta prima Europea visto che è già passato un mese fa al Rio Gay Film Festival dove ha vinto il premio speciale e al festival di Vancouver lo scorso 21 agosto (fonte pressbook del film).

Il film restituisce l'esperienza delle due registe al Camp Beaverton l'unico americano dedicato esclusivamente alle donne, comprese quelle trans, ospitato da Burning Man, un festival di arte sperimentale che dura per 8 giorni nella città di Black Rock costruita apposta per l'evento nel deserto del Nevada. 

 
Il film riprende le dichiarazioni di alcune partecipanti che riflettono molte diverse posizioni, nel mare immenso delle identità di genere e negli orientamenti sessuali. Trattandosi di un Campo per sole donne, lesbiche ma non solo, biologiche e trans, le intervistate parlano di sessualità, del proprio corpo sessuato distinguendo tra vagina e vulva (gli uomini parlano smepre di vagina vagina vagina ma in realtà si riferiscono alla vulva) mai del tutto avulsa dalla vita sentimentale di coppia o meno.

Così accanto alla vita monogamica di coppie e threesome (anche se una delle intervistate ammette che, non sapendo lei cosa è una coppia, non si vede molto bene nel rapporto a tre, soprattutto a fare la terza persona...), ci sono coppie aperte,  e donne multigender come una splendida ragazza che ha due identità di genere declinate in entrambi gli orientamenti sessuali (quelli binari gay e straight del pensiero americano la bisessualità non esiste) a ognuno e ognuna dei\delle quali piace un tipo di persona diversa.  Al ragazzo gay fare rimming ai berar (arrivoooooo) al ragazzo etero bionde dalle grosse tette, alla donna etero dei giovani biondi e imberbi e alla donna lesbica donne mascoline (Dykes).
Tra incontri a base di strap on e lezioni sulla masturbazione, il documentario è una apologia del lesbismo e della donna e costituisce una sorta di  risarcimento che il festival paga alle donne dopo che l'anno scorso non aveva presentato nemmeno un film lesbico.

Un film intelligente e divertito (lo strap on è un in più che hanno solo le donne visto che non esiste uno strap on con la fica per gli uomini) dove le donne si dimostrano molto più schiette e prive di barriere degli uomini e dove una ricchezza lessicale prolifica quanto fantasiosa diverte (i clit-tail invece dei cock-tail clit=clitoride) e fa pensare, come la differenza tra donne boi, che pur avendo l'aspetto di ragazzi si considerano ancora donne, e le donne boy che invece si considerano ragazzi trans; oppure le persone cis-sexual o cis-gender (abbreviato in cis) che identifica le persone il cui sesso percepito, quello che le identifica, coincide con quello assegnato alla nascita.


Un documentario da vedere per capire che il sesso visto dalle donne è davvero privo di compartimenti stagni e sempre fortemente responsabile (al Beaver Camp si diffonde e sostiene in ogni momento il safe sex. Una delle intervistate spiega come in base alle risposte che riceve dalla donne che incontra decide che tipo di sesso può fare con loro.

Un documentario da studiare e col quale rinnovare il proprio amore per le donne, sempre e ancora.

 
Stasera la seconda serata.


* sul sito del festival è datato 2013 così come riporta l'articolo maschile le invece che quello femminile.




giovedì 8 agosto 2013

Major Crimes non proprio gayfriendly, eppure...

Vi ho già parlato di questa serie così come della serie di cui Mzjor Crmes è lo spin-off.

Ambientato a L.A. California, racconta delle indagini della squadra omicidi della città.

Spesso per raccontare situazioni che portano all'omicidio vengono descritte persone omosessuali.

Nel secondo episodio della seconda stagione, ancora inedita in Italia, si indaga sulla morte di un fratello e sorella, lui gay, lei divorziata con trascorsi di abusi dell'ex marito.

I sospetto cadono prima su di un ragazzo proprietario della pistola con la quale sono stati uccisi fratello e sorella, che poi si scopre essergli stata rubata.

Punto forte della serie tv sono le deposizioni dei sospetti che vengono condotte con abilità per far confessare quasi inconsapevolmente i e le colpevoli.

Ecco la sequenza della deposizione del ragazzo gay, proprietario della pistola, sospetto scagionato.




Per i gay è semplice. Una app per lo smartphone e scopi a gogo. Certo ti può dir male come si scopre nel resto dell'episodio.

Certo poco importa che a fare quel commento omofobo sia Provenza, prossimo alla pensione, la capitano Rydor lo guarda e non inorridisce ma sorride (impercettibilmente, tipico del personaggio).

Ora è indbbio che CERTI gay usino le app per scopare. Lo faccio anche io anche se io non ho gli addominali del rapinatore e nessuni me se incula né metaforicamente né metadentricamente.

Ma lo fanno anche gli uomini etero. Solo che hanno un altro modus operandi, vanno a mignotte.


Eppure, nonostante la non alta stima delle forze dell'ordine per questo tipo di comportamento promiscuo, non di esclusivo appannaggio dell'omosessualità, nonostante i danni che può fare perchè si propone come un modello negativo di identificazione per cui un pischello di 14 anni sa non potrà fare l'amore con un ragazzo ma dovrà accontentarsi di scoparci, la legge contro gli hate crimes che con qualche forzatura è equiparabile alla legge contro l'omofobia, è chiara anche ai poliziotti omofobi nell'identificare il modus operandi del rapinatore, trasformato in assassino.








Ecco come anche un telefilm che non brilla certo per gayfriendevolezza attesta come l'omofobia non solo sia un reato, non solo uccida le persone, ma possa e debba essere contrastata.

I nostri politici e le nostre politiche di merda hanno da imparare anche da questa serie tv...

lunedì 1 aprile 2013

Outing Fidanzati per sbaglio: l'talia reazionaria del terzo millennio

Il plot è quello classico da commedia degli equivoci.
Riccardo e Federico, due ragazzi pugliesi amici sin dall'infanzia, il primo trasferitosi a Milano con la fidanzata, l'altro  rimasto in Puglia, orfano, disoccupato e con fratello minore a carico, si ritrovano quando Riccardo, litigato con la ragazza, decide di tornare in Puglia e accettare la proposta di Federico di aprire un atelier di moda con i finanziamenti della Regione. Scoprono però che il finanziamento è per coppie di fatto e, complice uno dei membri della commissione giudicante (gay non dichiarato),  si fingono gay per ottenerlo.

Grazie agli amici del gay velato - che parlano al femminile, vestono da donna o hanno comunque un aspetto femminile - la coppia di amici viene istruita per sembrare una coppia gay.

La copertura non funziona a causa anche all'eccessivo zelo della coppia nel vestirsi da gay (pantacollant fucsia per Federico, giacca da marinaretto per Riccardo) e la verità viene  a galla.
Il finanziamento non viene loro concesso.
Il successo arriva grazie alla ragazza petulante di Riccardo che, scoperto che due famosi stilisti milanesi - notoriamente gay e radicalchic- , cui ha fatto vedere i bozzetti da stilista del fidanzato, se ne sono appropriati attribuendoli a un loro giovane protégé (gay secco allampanato e stupido come una ragazza)   fa in modo che l'autentica paternità dei vestiti sia ristabilita mentre la giornalista che indaga su un politico corrotto locale (che ha causato la morte in un incidente stradale dei genitori di Federico, e ha scoperto la verità sulla coppia finta gay) si fidanza con Federico.

I corrotti restano al loro posto.

Outing non è un film grossier. Nei momenti in cui non si parla di omosessualità  (la prima mezzora del film) ha delle qualità.

Questo non vuol dire che le semplificazioni che la storia propone non siano lo stesso ideologiche e reazionarie.
 

1) Il titolo.

Outing vuol dire rivelare pubblicamente l'omosessualità non dichiarata di un personaggio pubblico che è notoriamente ostile nei confronti dell'omosessualità. Il motivo di questa rivelazione è politico e serve a sottolineare l'ipocrisia di chi ufficialmente afferma cose negative sull'omosessualità e poi magari nel privato ha un comportamento omosessuale.

Comportamento e non necessariamente orientamento. Io posso percepirmi e voler essere percepito come etero anche se ogni tanto faccio sesso con persone dello stesso sesso.

In Italia il termine outing è usato erratamente come sinonimo di coming out che invece significa dichiarare pubblicamente la propria omosessualità o bisessualità.

Fa coming out Tiziano Ferro quando rilascia una intervista in cui dice che è gay.

Fa coming out il ragazzo di 15 anni quando lo dice ai genitori, a scuola, agli amici e alle amiche.

Fanno coming out il professore quando lo dice a scuola, l'operaio in fabbrica, il politico in un comizio.

Il coming out è positivo.
L'outing no.
L'outing è uno sputtanamento ma non della propria omosessualità taciuta ma della propria contraddizione, della propria ipocrisia, della propria omofobia interiore irrisolta.

In nessun caso dunque Riccardo e Federico fanno outing. Anche perchè l'outing non lo fai tu ma lo fa qualcun altro contro di te. 

L'errore semantico tradisce l'ideologia di Matteo Vicino -  che firma sceneggiatura regia e montaggio - che evidentemente pensa che l'omosessualità non è proprio una cosa positiva  e che chi si finge gay lo fa per disperazione e un po' si sputtana.
L'idea generale  è che il paese è così corrotto e incline ai compromessi che si arriva a fingersi anche gay pur di ottenere un finanziamento.
Un po' come fingersi invalidi per ottenere la pensione...

Questa idea è corroborata dal film in maniera scientifica.

Quando la giornalista scopre che Federico finge di essere gay lo rimprovera ricordandogli che ha un fratello minore al quale sta infliggendo traumi e che rischia di perderlo.

Adesso nessuno perde la tutela legale del fratello minore perchè omosessuale.

La perde però se è disoccupato e non può garantire al minore le risorse necessarie per la sua crescita ed educazione.
E Federico è disoccupato non gay.
Quindi non si capisce di cosa la giornalista parli.

Quando la commissione arriva a casa dei due ragazzi per verificarne la coppia di fatto il fratello di Federico dice a memoria, evidentemente istruito a dire così,  che lui è felice di avere due padri e che non subisce alcun trauma psicologico.

Quando nel finale il gay velato (che ha nel frattempo fatto coming out) annuncia che si è fidanzato con un certo Ugo (che non abbiamo mai visto prima) un primissimo piano del fratello di Federico ce ne mostra un'espressione del viso  tra imbarazzo e disgusto.


2) Il rapporto d'amicizia tra i due protagonisti è bello, profondo sincero. Si tratta di vero amore, amicale, ma amore.
Quando si rincontrano dopo parecchi tempo (e dopo qualche litigio di troppo) ai due lati di una vetrata, Riccardo e Federico pongono le mani ai due lati del vetro in segno di affetto. Questa intimità e affettività danno forza alla resistenza che entrambi hanno quando viene proposto loro di fingere che stanno insieme.

Però quando nel finale i due amici annunciano il rispettivo fidanzamento (nel senso inglese del termine, cioè si sposeranno)  l'uno cogliendo di sorpresa l'altro, e si alzano per rimanere un momento da soli, per guardarsi e sorridersi, la fidanzata di Federico li segue e vedendoli in quell'atteggiamento intimo si porta un dito sul mento in segno di dubbio: saranno froci?

Il film uccide così una delle cose più belle che ci aveva regalato l'amicizia tra due ragazzi, etero, che non ha niente di sessuale, che non nasconde alcuna omosessualità sotterranea, ribadendo una libertà di comportamento dei giovani uomini di oggi contro l'ideologia patriarcale (se baci un uomo e ti ci abbracci sotto sotto sei frocio) ripristinata nel finale.


3) L'omosessualità

Gli omosessuali del film sono dei froci acidi, invidiosi, stupidi, frivoli, disonesti, che si aiutano tra di loro facendo lobby, sessualmente ambigui, né uomini né donne, tutti effeminati,  incapaci di una relazione stabile.

Questa immagine però il film non la inventa, ma la raccoglie. La raccoglie  da quella sottocultura gay di tanto associazionismo italiano che crea, elabora, sostiene anche teoricamente un terzo sessismo spinto, né uomo né donna ma gay.

Sarebbe intellettualmente disonesto accusare  Matteo Vicino di  essersi inventato questo mondo omosessuale.
Perchè questo mondo omosessuale esiste.
Misogino, terzosessista, maschilista e dolorosamente omofobo.
Un mondo che non rappresenta tutte le persone omosessuali, ma che identifica certa militanza quelli che fanno i froci per professione.


Non si può accusare solamente Vicino di dare una immagine  parziale e stereotipata dell'omosessualità.
Si devono accusare tutti i gay che hanno accettato di partecipare a questo film (da Spyros, il vincitore gay dichiarato di Master Chef dello scorso anno che interpreta uno dei due stilisti froci all'amica che deve dare lezioni di omosessualità a Riccardo e Federico).

Non si può puntare solo il dito contro chi scrive questi film. Va puntato anche contro chi accetta di parteciparvi.


4) La misogina del film.

Non solo quella dei froci del film ma quella del film.

La ragazza di Riccardo, petulante e che comanda il ragazzo a bacchetta e che, quandro Riccardo la lascia si chiede come prima cosa chi le cucinerà e farà le pulizie di casa...

La raccomandata di ferro stupida e naif (cui fa da pendant il protégé dei due stilisti, sua controparte maschile).

La donna della commissione per il finanziamento interessata a sedurre il gay velato accettando di finanziare anche i gay se lui la invita a cena...

Anche la fidanzata di Federico, giornalista integerrima che arriva a dubitare dei due amici perchè li vede troppo vicini.

A suo modo Outing, pessimo, ignobile nei risultati e nella sua weltanschauung esprime i limiti antropologici di una Italia arretrata anche dal versante dell'omosessualità i cui froci (le lesbiche non esistono) quelli veri e concreti che militano sembrano usciti da film come il Vizietto vecchi di 30 anni.

Un film che riesce in un colpo solo  ripristinare le priorità:
I minori sono turbati dai froci. I froci non si sposano al limite provano a stare insieme
Solo uomini e donne si sposano.
Le reazioni basite dei genitori di Riccardo quando i giornalisti chiedono loro sull'omosessualità del figli o sono occasione di divertimento in barba a tutti i ragazzi  e le ragazze omosessuali cacciati di casa da genitori intolleranti. Un filmc he mette d'accordo tutti e tutte dal pd al Vaticano, dal pdl ai grillini, dai froci sinistri a quelli di sinistra. Ognuno al suo posto e guai a mischiarsi, froci con froci ed etero con etero, tranne nel finale assurdo e à la Ozpetetk dove allo stesso tavolo ci sono Riccardo e Federico con le rispettive fidanzate l'amica esperta in omosessualità e una suora che si fa il sengo della croce quando vede il gay velato non più velato baciarsi con Ugo.


In barba alle ragazze e ai ragazzi di oggi che non militano nelle associazioni, associazioni  distanti dalla società che vivono in un mondo fucsia lontano dalla realtà nella quale fanno dei raid camp stantii e imbarazzanti (basta vedere la proposta culturale per il trentennale della morte di Mario Mieli tutta incentrata sul queer) ma vivono nel mondo di ogni giorno  e che da sole e da soli affrontano l'omofobia, Outing i cui froci che vi partecipano criminalmente contribuiscono  a diffondere.

venerdì 28 dicembre 2012

Perchè il gossip fa disinformazione: a proposito di una intervista a Matt Demon sulle lezioni di baci gay per il film tv Behind The Candelabra

Matt Demon ha girato Behind The Candelabra un film tv per la HBO, diretto da Stven Sodenbergh nel quale interpreta Scott Thorson il compagno di una vita del pianista Liberace, interpretato da Michael Douglas.

Su Playboy è comparsa una lunga intervista nella quale Damon parla delle rughe del suo viso, del fatto che il pubblico lo percepisce come una brava persona e questo gli ha probabilmente precluso i ruoli da cattivo, dove ammette la sua paura per i serpenti e per l'altezza,  dove parla di com'è cambiata la sua percezione di attore dopo essere diventato padre per ben 3 volte, con la stessa donna che ha sposato 10 anni fa. Verso la fine dell'intervista Damon ha anche parlato delle scene di nudo richieste dal ruolo di Scott.
PLAYBOY: Are there any kinds of roles you think twice about doing now that you’re a family man?


DAMON: Well, normally I’d say no to nudity, but I just did a lot of it playing the long-term partner of Liberace, Scott Thorson, in Behind the Candelabra. I mean, it’s tastefully done. Steven Soderbergh directed it, and Michael Douglas plays Liberace. But this movie’s not going to be for everyone.

PLAYBOY: A movie about a closeted, larger-than-life TV and Vegas entertainer and his much younger lover, whose plastic surgery he paid for so they could look more alike? Sounds like must-see family viewing to us.

DAMON: These two men were deeply in love and in a real relationship—a marriage—long before there was gay marriage. That’s not an insignificant thing. The script is beautiful and relatable. Their conversations when they’re dressing or undressing or having a spat or getting ready for bed? That’s every marriage. It feels like you’re witnessing something really intimate you would normally see with a man and a woman, but instead it’s two men, which was thrilling. There’s stuff I think will make people uncomfortable. Great. It’s HBO—they can change the channel.

PLAYBOY: How did you and Michael Douglas ease into your roles?

DAMON: We both have a lot of gay friends, and we were not going to screw this up or bullshit it. It wasn’t the most natural thing in the world to do, though. Like, for one scene, I had to come out of a pool, go over to Michael, straddle him on a chaise longue and start kissing him. And throughout the script, it’s not like I kiss him just once. We drew it up like a football plan.

PLAYBOY: Did that help?

DAMON: Not completely. I remember asking Heath Ledger after Brokeback Mountain, “How’d you do that scene with Jake?”—meaning the scene where they start ferociously kissing. He said, “Well, mate, I drank a half case of beer in my trailer.” I started laughing, and he goes, “No, I’m serious. I needed to just go for it. If you can’t do that, you’re not making the movie.”

PLAYBOY: Is Michael Douglas a good kisser?

DAMON: [Laughs] Michael was a wonderful kisser. My concerns ended up mattering a lot less once we were filming. The dynamic between the men was complex and interesting. Liberace was very powerful and adored, a great showman making $50,000 a week doing his act in Vegas. Scott was much younger and grew up in foster homes, so there was a lot to play.

PLAYBOY: Liberace lived his life in the closet, and times have changed a bit. What was it like when you and Ben Affleck were constantly asked if you were gay, back when you were starting your careers?

DAMON: I never denied those rumors because I was offended and didn’t want to offend my friends who were gay—as if being gay were some kind of fucking disease. It put me in a weird position in that sense. The whole thing was just gross. But look, there have been great signs of progress—the fact that Anderson Cooper and Ellen DeGeneres can come out so beautifully and powerfully, and it’s a big fucking deal that it turns out nobody gives a shit. If Liberace were alive today, everybody would love his music and nobody would care what he did in his private life. Like with Elton John*.
L'idea che per baciare Jake Gyllenhaal Heath Ledger abbia dovuto bere mezza cassa di birra è triste e maschilista, perchè lascia insinuare che un uomo etero per baciare un altro uomo e sembrare spontaneo abbia bisogno di essere ubriaco.

Significa anche che invece è capace di baciare qualunque attrice, anche se non gli paice, basta che sia donna. Belle o brutte sele inuclamo tutte...

Anche Pierfrancesco Savinio  dopo aver girato una scena di baci con Luca Argentero nel film Saturno Contro di Ferzan Ozpeteck, disse a Ciak di essere dovuto correre poi dalla sua fidanzata.

Che non sia mai che un attore non chiarisca che se bacia un altro uomo non lo fa solamente perché così richiede la sceneggiatura mica perchè gli paice, anzi a lui farebbea anche un po' schifo ma che vuoi si è attori...

Lo stigma dell'omosessualità è talmente pericloso che nessun attore si sente di correre il rischio di non prendere le distanze del caso, just in case. Così facendo non solo contribuisce allo stigma ma ne riconsce la potenza, la legitimità, l'importanza, sancndone l'inevitabilità.

E questo nonostante Matt Demon spenda delle parole bellissime sulla storia di amore di Liberace col suo personoaggio constatando come l'amore tra due perosne sia lo stesso qualunque sia l'assortimento sessuale della coppia;  o quando spiega che non ha mai smentito le voci sulla sua presunta omosessualità perchè essere gay non è mica una cazzo di malattia.


Naturalmente i siti di gossip si sono guardati bene dal riportare la parte dell'intervista in cui Matt Demon parla bene dell'omosessualità e si soffermano slamente su quella in cui, suo malgrado, ne parla male.

Così la sezione gossip del sito yahoo cinema titola
Matt Damon a lezione di bacio gay da Heath Ledger


e riporta esclsuivamente delle sue difficoltò a baciare un uomo



La sezione di Gossip del portale Virgilio titola: Matt Damon: "Non sono gay" "Ma Michael Douglas è un gran baciatore" nonostante nella stessa intervista, poche righe sopra, Damon spieghi perchè non ha mai smentitto

Ma questa spiegazione non ferma il blog starletime che in una prodezza da arte oratoria arriva a scrivere nel pezzo di Elide Messineo Matt Damon non è gay: la smentita ufficiale. post nel quale si legge:
Matt Damon è gay? Di queste dichiarazioni non sarà felice la sua famiglia, tenuta sempre ben lontana del gossip. Eppure, per quanto una star di Hollywood possa mantenersi discreta, le malelingue non mancheranno mai. Ma dopo tanto tempo, è stato l’attore a parlare di queste indiscrezioni.
Se dicono che sei gay si tratta di malelingue. Anche se quell'indiscrezioni fa più pensare che dicano la verità...
Nel mondo del cinema si è parlato di omosessualità per molti attori, in primis George Clooney, ma adesso che sta per interpretare un gay in un film, Matt Damon ne ha approfittato per smentire una volta per tutte questa voce:
Non ho mai negato quelle voci perchè ne sono stato offeso e non volevo offendere i miei amici gay, come se essere gay volesse dire avere una fottuta malattia.
Breve e chiaro quanto basta, parolacce comprese. Ma non si può di certo dargli torto.

D'atronde questo dire e non dire fa parte del gossip che vive del luogo comune, del sentito dire, dell'insnuazione volgare, perchè facile e che non prova niente.

Una variante riassuntiva è quella del sito Chedonna che titola: MATT DAMON: “Non sono gay ma Douglas che baciatore”

Mentre il sito gay.tv titola come al solito con ridondanza pleonastica, e ridicola,
Michael Douglas e Matt Damon amanti gay nel film Behind the Candelabra, perchè non basta scrivere Michael Douglas e Matt Damon amantise non specifichii quello che è giuà evidente con laggettivo gay poi il itolo mica esce fuori dai motori di ricerca.

Quel che conta è il dettaglio morboso inquesti pezzi non c'è precisione nè onestà che inducano a riportare  quel che ha detto davvero Matt Demon o, nel caso del sito gayrelated gay.tv, spinga a sottolienare quel che di buono e quel che di non buono Damon ha detto dnell'intervista sull'omosessualità. Gay.tv preferisce ricordare che Damon ha già recitato il ruolo del gay in un episodio di Will and Grace.

Certo se anche i siti che pretendono di contribuire alla legittimazione dell'omosessualità si fermano al dettaglio piccante e non fanno informazione...

Per questo odio il gossip perchè disctorce sempre la verità, e si alliena al maschilismo nel quale il gossip è coltivato e diffondono luoghi comuni legittimando la curiosità morbosa abituando alla mancanza di rispetto per la dingitò della persona.

Poi magari qualcuno può anche credere che il gossip gay serva alla causa. Contento lui...



Per voi che non leggete l'inglese...

 *
PLAYBOY: Ci sono dei tipi di ruoli cui pensi due volte prima di fare ora che sei un padre di famiglia?

    
DAMON: Beh, di solito direi di no alla nudità, ma ho appena fatta un sacco interpretando il partner a lungo termine di Liberace, Scott Thorson, in Behind the Candelabra. Voglio dire, è fatta con gusto. Steven Soderbergh lo ha diretto, e Michael Douglas interpreta Liberace. Ma questo film non sarà per tutti.

    
PLAYBOY: Un film su un non dichiarato, intrattenitore tv e di las vegas e il suo amante molto più giovane, cui ha pagato la chirurgia plastica in modo che potessero sembrare più simili? Suona come un film da vedere per ogni famiglia...

    
DAMON: Questi due uomini erano profondamente innamorati e sono in un vero e proprio rapporto, un matrimonio molto prima che ci fosse il matrimonio gay. Non è una cosa insignificante. La sceneggiatura è bella e. Le loro conversazioni quando si vestono o si spogliano o hanno un battibecco o si preparano ad andare a letto? Sonoq uelle di ogni matrimonio. Sembra di stare assistendo a qualcosa di veramente intimo che normalmente si vede con un uomo e una donna, invece si tratta di due uomini, e questo è stato emozionante. Ci sono cose potranno mettere certi spetatori a disagio. Bene. E l'HBO possono cambiare canale.

    
PLAYBOY: Come avete fatto tu e Michael Douglas a sentirvi a ovstro agio nei rispettivi ruoli ?

    
DAMON: Entrambi abbiamo un sacco di amici gay, e non avevamo intenzione di rovinare tutto o fare stronzate. Non era la cosa più naturale del mondo da fare, però. Come, per esmepio, in una scena, ho dovuto uscire da una piscina, andare verso Michael, metermi a cavalcioni su di lui sdraiato su una chaise longue e iniziare a baciarlo. I baci ci sono n tutto lo script, non è che lo bacio solo una volta. L'abbiamo elaborato come un piano di gioco del calcio.

    
PLAYBOY: Ha aiutano?

    
DAMON: Non del tutto. Ricordo di aver chiesto a Heath Ledger dopo Brokeback Mountain, "Come hai fatto la scena con Jake?", Cioè la scena in cui iniziano a baciarsi di brutto. Mi rispose "Beh, amico, ho bevuto una mezza cassa di birra nella mia roulotte." Ho iniziato a ridere, e lui fa: "No, dico sul serio. Avevo bisogno solo di fare il primo passo. Se non riesci a fare una cosa del genere non fai quel film"

    
PLAYBOY: Michael Douglas è un buon baciatore?

    
DAMON: [Ride] Michael era un baciatore meraviglioso. Le mie preoccupazioni hanno finito per contare molto di meno una volta che abbiamo girato. La dinamica tra i due uomini era complesso e interessante. Liberace era molto potente e adorato, un grande showman che faceva 50.000 dollari la settimana facendo il suo show a Las Vegas. Scott era molto più giovane ed era cresciuto in case-famiglia, quindi c'era molto da recitare.

    
PLAYBOY: Liberace non ha mai fatto coming out i tempi sono cambiati un po'. Com'è sttao quando a te e e Ben Affleck veniva costantemente chiesto se foste gay, agli inzi della tua carriera?

    
DAMON: Non ho mai smentito queste voci perché non ne ero offeso e non volevo offendere i miei amici che erano gay, come se essere gay fosse una cazzo di specie di malattia. In questo senso mi ha messo in una posizione strana. Era semplicemente indecente. Ma guarda, ci sono stati grandi segni di progresso, il fatto che Anderson Cooper e Ellen DeGeneres hanno fatto coming out in modo così bello e potente,  è stata una cosa importante visto che a nessuno è fregato niente. Se Liberace fosse vivo oggi, a tutti piacerebbe la sua musica e a nessuno sarebbe importato quello che fa nella sua vita privata. Come con Elton John.