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venerdì 8 novembre 2013

Inzia il Festival Internazionale del Film di Roma

Oggi inizia il Festival Internazionale del Film di Roma e il primo film che vedrò, alle 9.00 in anticipata stampa è l'opera prima

IL MONDO FINO IN FONDO (Italia,  2013) di Alessandro Lunardelli presentato nella sezione Autonoma e parallela Alice nella Città con Filippo Scicchitano (in foto) Luca Marinelli Barbora Bobulova Camilla Filippi Alfredo Castro Manuela Martelli Cesare Serra.
Il film racconta la storia di due fratelli uno dei quali è gay e arriva per amore fino a Santiago del Cile...

Leggerete del film sule pagine di gaiaitalia.com.

Se volete vedere il film le proiezioni ci saranno
8 Novembre, h.17:00 Sala Sinopoli PUBBLICO E ACCREDITATI
15 Novembre, h.17:00 Studio3 (replica) PUBBLICO E ACCREDITATI
Stay tuned!!!

mercoledì 12 giugno 2013

Il sessismo e la storia: rimandati a settembre.
La serata sul documnetario Vorrei ma non posso il film di Enzo Facente al Mario Mieli di Roma

Come vi avevo preannunciato sono andato alla serata un organizzata al Mario Mieli da Gaynet e Quore Torino in cui sulla carta si sarebbe dovuta analizzare la situazione del matrimonio egualitario in Italia  in occasione della proiezione al pubblico del film documentario Vorrei ma non posso il film di Enzo Facente.

In realtà di matrimonio si è parlato poco ma la serata è stata lo stesso molto interessante sia per gli argomenti presentati, sia per il comportamento, o la reazione degli astanti, e degli speaker.

La mancanza di senso storico

La serata è stata condotta da Simone Alliva giornalista e militante, secondo il classico standard delle serate fatte da una organizzazione aperte al pubblico: è il giornalista che introduce pone domande agli altri ospiti, stimola la conversazione.

Una interfaccia che funziona quando un gruppo ristretto si presenta a un pubblico eterogeneo come può essere quello di una festa dell'Unità o simili. Un po' curiosa come scelta se si presenta la serata in un circolo di cultura omosessuale ad un pubblico dunque più mirato e sensibile all'argomento.
L'atteggiamento psicologico di chi ha organizzato la serata è quello voi non ci conoscete scegliamo una interfaccia istituzionalmente, tradizionalmente alta.
Un po' troppo formale, insomma.

Certo se l'alternativa era il militante di associazione con scarsa capacità comunicativa sulla carta il giornalista è meglio ma possibile che non esiste una terza via?

Le domande che Alliva ha posto agli speaker erano interessanti anche se hanno tagliato fuori il matrimonio che doveva essere la questione principe.

Al posto suo io avrei chiesto a tutti Qual è lo stato delle cose sul matrimonio egualitario in Italia (meglio questa espressione che matrimonio gay)?

Chi ha partecipato ieri stava lì era anche per informarsi su questo come era spiegato nel comunicato.

Invece Alliva è partito da una non meno interessante domanda sul Pride. Il Pride come carnevalata ha ancora senso? E' una strategia comunicativa ancora efficace?

La risposta più interessante, almeno dal mio punto di vista, l'ha data Senio Bonini, giornalista di Rainwes24, anche lui giovane (ma meno di Alliva) e molto avvenente (sapendo di esserlo).

Senio ha detto che tra le immagini e i filmati di repertorio sui pride scarseggiano quelle che non contengano trans culi e tette. Senio parlava del database di Rainews24 ma posso aggiungere sicuro di non sbagliare che lo stesso vale per le altre testate e per le agenzie di servizio che forniscono immagini e filmati alle tv.

Chi fa quelle riprese, aggiungo io, sceglie di riprendere solamente questi elementi per connotare e denotare il pride come baracconata di pessimo gusto.

Non c'è solamente un pregiudizio ma anche una intenzionalità in un o una giornalista che, nel riferirsi a una donna trans, lo fanno al maschile sottolineando così il esso di partenza (cui li condannato eternamente a rimanere) e non quello d'arrivo.

Non è del mio avviso Senio Bonini, che, con un comportamento squisitamente da casta, giustifica il comportamento professionale dei colleghi e colleghe dicendo che si tratta di ignoranza.

Per Senio se un giornalista sbaglia la parola non esprime un giudizio ma solo ignoranza.

Ne nasce un battibecco con il sottoscritto che serpeggerà per il resto della serata...

Alliva parla giustamente di problema deontologico (cosa che fa inalberare Senio) e per corroborare il suo punto di vista cita un passo da L'apocalisse di Oriana Fallaci

Oriana Fallaci, Oriana Fallaci intervista sé stessa - L'Apocalisse Rizzoli, Milano 2004
La sua morte per cancro non risarcisce purtroppo nessuna delle persone che Fallaci ha infangato con la sua bocca di fogna nazista nel corso degli ultimi anni della sua vita...

Le risposte  degli altri (vedi il vantaggio di un parterre di intervenuti tutti uomini? Non devi preoccuparti del sessismo della lingua: tutti non sta per uomini e donne ma solo per gli uomini visto che di donne nemmeno l'ombra...) sono state di routine

Andrea Maccarrone ha difeso il pride  lamentando la strumentalizzazione della carnevalata, mentre Valerio Mezzolani di Gay.net ha ricordato la natura festaiola della parata come legittima rivendicazione politica.
Nessuno che si sia sentito in dovere di ricordare l'origine storica del gay pride (che oggi, in una forma di rimozione omofobica, chiamano tutti pride e basta con la scusa che la parola gay escluda le altre categorie della sigla lgbtqi...) la reazione delle trans dello Stonewall di N.Y.C.....


D'altronde la mancanza di una percezione storica, e anche di una consapevolezza storica, manca a tutti gli astanti.

Manca ad Alliva che, riferendosi al documentario, si meraviglia di come nel 1992, quando in piazza della Scala a Milano vennero celebrate alcune unioni civili simboliche (riprese dal documentario di Antoio Mai Stand By Me, citato nel documentazio di Facente), non si usasse la parola matrimonio (Paolo Hutter nel documentario dirà "allora ci sembrava una parola conformista") e ne chiede d'onde ai presenti.

Andrea Maccarrone fa una lettura sociopsicologica anche interessante e dice che una volta le stesse persone omosessuali sentivano di non potere sposarsi di non potere avere figli, connotando questo sentimento nell'alveo dell'omofobia interiorizzata.

Lo interrompo e non lo faccio finire, ricordandogli del cambiamento culturale e politico che è successo negli ultimi 40 anni.

Di come Mario Mieli nel suo libro Elementi di critica omosessuale legga la richiesta del matrimonio anche tra persone dello stesso sesso come un adeguarsi alla norma:  Passare   dalla   nostra   parte (...) Significa sposare  il  piacere  tuo  al  mio  senza  vincolo  castrante,  senza matrimonio.  Vuol  dire  godere  senza  Norma,  senza  legge.
(Mario Mieli Elementi di critica omosessuale Einaudi, Torino 1977 p.205)


Di come la Famiglia negli anni settanta era quella dello stato di famiglia mussoliniano del 42, quella criticata da David Cooper e analizzata da Laing.
Di come avendo un po' di prospettiva storica  contestualizzare il diniego di 40 anni fa della famiglia spiega più che agevolmente perchè non si parlasse allora  di matrimonio (di)mostrando come la gente, le persone, gli uomini e le donne, etero gay  e bisex abbiano saputo costruire sulla propria pelle una nuova famiglia in maniera molto più rivoluzionaria di quando non pontificassero i vari (e le varie) no pasaran di allora...

Pochi gli interventi del pubblico oltre i miei.


Solo quando Senio Bonini, rispondendo a Daniele Vigliotti che, pur criticando la proposta di legge Galan sulla civil parntership, ne apprezza la presenza dell'inammissibilità dell'obiezione di coscienza, ricordandogli che non ci si può sottrarre dall'erogare un diritto, la sala gli  ricorda i precedenti della 194...

Sarà la mia voglia di compartecipazione  ma sono rimasto deluso dal fatto che dopo la proiezione del documentario (60 minuti di durata che potevano essere tranquillamente 45...) nessuno abbia sentito l'esigenza di intervenire, commentare, condividere e, perchè no?, criticare.

Era tardi, la gente già stava facendo salotto e gli speaker per primi, dal loro linguaggio del corpo, facevano capire che non erano interessati a proseguire la discussione.

Invece di cose da dire sul video documentario ce n'erano.

Vado in ordine sparso dei tanti spunti che il video offre.

1) la vocazione cattolica di fondo di tutte e tutti che vogliono un matrimonio cerimoniale dove la cerimonia ha sempre qualcosa di  religioso e mai di laico (lo scambio delle fedi, vagheggiato da una coppia di donne, che nel matrimonio civile non sono obbligatorie; l'abito borghese, al comune ti puoi posare vestita e vestito come ti pare). Si ha l'impressione, sentendo gli intervistati e le intervistate,  che l'esigenza del matrimonio sia più legata alla possibilità di accedere a uno status symbol borghese di normatività (vuoi vedere che c'aveva visto bene Mieli ?) piuttosto che dall'esigenza che la propria unione venga riconosciuta davanti la società come famiglia.

2) la mancanza assoluta nel documentario di una cornice storica di riferimento, legislativa, rivendicativa, che contestualizzi anche la campagna sostenuta da quore. Il video dà per scontato che tu sappia quali diritti il popolo lgbt ha (non ha).

3) L'uso incongruo delle interviste nelle quali si chiede a persone che non ne hanno la competenza di esprimersi su concetti delicati, legislativi, di diritto civile, di storia delle istituzioni.
Così le dichiarazioni di due coppie di persone dello stesso sesso che vivono insieme e non si limitano a testimoniare la discriminazione che lo stato compie nei loro confronti ma esprimono anche giudizi sul Vaticano e sul parlamento italiano senza averne la necessaria competenza  sono giustapposte alle dichiarazioni di Anna Paola Concia (quando era ancora deputata) e di Don Gallo (che esprime opinioni a titolo personale essendo le sue idee, per quanto condivisibili, al di fuori della dottrina ufficiale della Chiesa...).



In questo il documentario indulge in una pratica attuata dai tg nazionali (tg4 in testa) che danno voce populisticamente al sentire comune senza sostenerlo da una competenza necessaria e imprescindibile.

Il provincialismo di tutte e di ognuno che non riesce a prescindere nemmeno in una lotta laica e democratica sull'estensione del matrimonio civile (l'unico ad avere una dimensione legale in Italia) di specificare, smarcarsi, confrontasi con il matrimonio religioso (la presenza asfittica di Don Gallo che è smepre un prete e dunque che c'azzecca in un documentario laico?).

4) Il sessismo radicato nella lingua italiana anche nel caso delle dirette interessate. Persino la coppia di donne accorda i participi al maschile.


Sessismo radicato anche nel linguaggio degli speaker presenti alla serata che, per esempio,  usano tutti, più o meno disinvoltamente, l'articolo la davanti i nomi al femminile o usano smepre il maschile come termine neutro con valenza anche per il femminile (quando anche l'Accademia della Crusca ha ricordato che non esistendo in italiano il neutro un sostantivo maschile è e resta maschile e non sostituisce quello femminile...) .

Quando lo faccio notare a Senio Bonini, che ha appena detto la Boldrini  Senio prima minimizza con il classico gesto della mano e poi, piccato perchè lo sto correggendo, mi risponde che anche io prima ho sbagliato a costruire una frase (ho detto menare ai poliziotti mentre, ricorda giustamente, menare è transitivo e dunque si dice menare i poliziotti complemento oggetto diretto) e mi prega dunque di correggermi.

La mia non era certo una correzione grammaticale (non mi permetterei mai) ma politica ed è sul quel piano che voglio mantenere la discussione.

Mentre dire ho menato ai poliziotti è un errore grammaticale (nemmeno troppo giustificato dall'uso dialettale dell'oggetto preposizionale cioè il complemento oggetto introdotto dalla preposizione "a" ho visto a tuo fratello), dire la Boldrini non è tecnicamente un errore ma una asimmetria di genere, perchè non si dice altrettanto il Berlusconi (a meno che non ci troviamo al nord...).

Che un giornalista voglia  proporre ai colleghi e alle colleghe un uso meno discriminatorio della lingua quando ci si riferisce a questioni lgbt ma poi minimizza sull'uso sessista della lingua la dice lunga sulla arroganza dei giornalisti, anche quelli belli e che hanno fatto la scuola di giornalismo a Perugia come ci tiene a ricordare Senio...


D'altronde Senio si considera talmente il giornalista par excellence che
ogni volta che critico i giornalisti facendo qualche esempio dei loro orrori concettuali - quelli che lui pretende siano solo il frutto dell'ignoranza (lui che ha lavorato in sei diverse redazioni rai...)  si sente chiamato in causa e mi accusa di starne facendo una questione personale.
Capito?
Io parlo male dei giornalisti e delle giornaliste e lui pensa che stia parlando male di lui.

Fossi un altro mi sarei alzato per menare a Senio... buon per lui noi froci siamo tutti mammolette.

venerdì 28 dicembre 2012

Perchè il gossip fa disinformazione: a proposito di una intervista a Matt Demon sulle lezioni di baci gay per il film tv Behind The Candelabra

Matt Demon ha girato Behind The Candelabra un film tv per la HBO, diretto da Stven Sodenbergh nel quale interpreta Scott Thorson il compagno di una vita del pianista Liberace, interpretato da Michael Douglas.

Su Playboy è comparsa una lunga intervista nella quale Damon parla delle rughe del suo viso, del fatto che il pubblico lo percepisce come una brava persona e questo gli ha probabilmente precluso i ruoli da cattivo, dove ammette la sua paura per i serpenti e per l'altezza,  dove parla di com'è cambiata la sua percezione di attore dopo essere diventato padre per ben 3 volte, con la stessa donna che ha sposato 10 anni fa. Verso la fine dell'intervista Damon ha anche parlato delle scene di nudo richieste dal ruolo di Scott.
PLAYBOY: Are there any kinds of roles you think twice about doing now that you’re a family man?


DAMON: Well, normally I’d say no to nudity, but I just did a lot of it playing the long-term partner of Liberace, Scott Thorson, in Behind the Candelabra. I mean, it’s tastefully done. Steven Soderbergh directed it, and Michael Douglas plays Liberace. But this movie’s not going to be for everyone.

PLAYBOY: A movie about a closeted, larger-than-life TV and Vegas entertainer and his much younger lover, whose plastic surgery he paid for so they could look more alike? Sounds like must-see family viewing to us.

DAMON: These two men were deeply in love and in a real relationship—a marriage—long before there was gay marriage. That’s not an insignificant thing. The script is beautiful and relatable. Their conversations when they’re dressing or undressing or having a spat or getting ready for bed? That’s every marriage. It feels like you’re witnessing something really intimate you would normally see with a man and a woman, but instead it’s two men, which was thrilling. There’s stuff I think will make people uncomfortable. Great. It’s HBO—they can change the channel.

PLAYBOY: How did you and Michael Douglas ease into your roles?

DAMON: We both have a lot of gay friends, and we were not going to screw this up or bullshit it. It wasn’t the most natural thing in the world to do, though. Like, for one scene, I had to come out of a pool, go over to Michael, straddle him on a chaise longue and start kissing him. And throughout the script, it’s not like I kiss him just once. We drew it up like a football plan.

PLAYBOY: Did that help?

DAMON: Not completely. I remember asking Heath Ledger after Brokeback Mountain, “How’d you do that scene with Jake?”—meaning the scene where they start ferociously kissing. He said, “Well, mate, I drank a half case of beer in my trailer.” I started laughing, and he goes, “No, I’m serious. I needed to just go for it. If you can’t do that, you’re not making the movie.”

PLAYBOY: Is Michael Douglas a good kisser?

DAMON: [Laughs] Michael was a wonderful kisser. My concerns ended up mattering a lot less once we were filming. The dynamic between the men was complex and interesting. Liberace was very powerful and adored, a great showman making $50,000 a week doing his act in Vegas. Scott was much younger and grew up in foster homes, so there was a lot to play.

PLAYBOY: Liberace lived his life in the closet, and times have changed a bit. What was it like when you and Ben Affleck were constantly asked if you were gay, back when you were starting your careers?

DAMON: I never denied those rumors because I was offended and didn’t want to offend my friends who were gay—as if being gay were some kind of fucking disease. It put me in a weird position in that sense. The whole thing was just gross. But look, there have been great signs of progress—the fact that Anderson Cooper and Ellen DeGeneres can come out so beautifully and powerfully, and it’s a big fucking deal that it turns out nobody gives a shit. If Liberace were alive today, everybody would love his music and nobody would care what he did in his private life. Like with Elton John*.
L'idea che per baciare Jake Gyllenhaal Heath Ledger abbia dovuto bere mezza cassa di birra è triste e maschilista, perchè lascia insinuare che un uomo etero per baciare un altro uomo e sembrare spontaneo abbia bisogno di essere ubriaco.

Significa anche che invece è capace di baciare qualunque attrice, anche se non gli paice, basta che sia donna. Belle o brutte sele inuclamo tutte...

Anche Pierfrancesco Savinio  dopo aver girato una scena di baci con Luca Argentero nel film Saturno Contro di Ferzan Ozpeteck, disse a Ciak di essere dovuto correre poi dalla sua fidanzata.

Che non sia mai che un attore non chiarisca che se bacia un altro uomo non lo fa solamente perché così richiede la sceneggiatura mica perchè gli paice, anzi a lui farebbea anche un po' schifo ma che vuoi si è attori...

Lo stigma dell'omosessualità è talmente pericloso che nessun attore si sente di correre il rischio di non prendere le distanze del caso, just in case. Così facendo non solo contribuisce allo stigma ma ne riconsce la potenza, la legitimità, l'importanza, sancndone l'inevitabilità.

E questo nonostante Matt Demon spenda delle parole bellissime sulla storia di amore di Liberace col suo personoaggio constatando come l'amore tra due perosne sia lo stesso qualunque sia l'assortimento sessuale della coppia;  o quando spiega che non ha mai smentito le voci sulla sua presunta omosessualità perchè essere gay non è mica una cazzo di malattia.


Naturalmente i siti di gossip si sono guardati bene dal riportare la parte dell'intervista in cui Matt Demon parla bene dell'omosessualità e si soffermano slamente su quella in cui, suo malgrado, ne parla male.

Così la sezione gossip del sito yahoo cinema titola
Matt Damon a lezione di bacio gay da Heath Ledger


e riporta esclsuivamente delle sue difficoltò a baciare un uomo



La sezione di Gossip del portale Virgilio titola: Matt Damon: "Non sono gay" "Ma Michael Douglas è un gran baciatore" nonostante nella stessa intervista, poche righe sopra, Damon spieghi perchè non ha mai smentitto

Ma questa spiegazione non ferma il blog starletime che in una prodezza da arte oratoria arriva a scrivere nel pezzo di Elide Messineo Matt Damon non è gay: la smentita ufficiale. post nel quale si legge:
Matt Damon è gay? Di queste dichiarazioni non sarà felice la sua famiglia, tenuta sempre ben lontana del gossip. Eppure, per quanto una star di Hollywood possa mantenersi discreta, le malelingue non mancheranno mai. Ma dopo tanto tempo, è stato l’attore a parlare di queste indiscrezioni.
Se dicono che sei gay si tratta di malelingue. Anche se quell'indiscrezioni fa più pensare che dicano la verità...
Nel mondo del cinema si è parlato di omosessualità per molti attori, in primis George Clooney, ma adesso che sta per interpretare un gay in un film, Matt Damon ne ha approfittato per smentire una volta per tutte questa voce:
Non ho mai negato quelle voci perchè ne sono stato offeso e non volevo offendere i miei amici gay, come se essere gay volesse dire avere una fottuta malattia.
Breve e chiaro quanto basta, parolacce comprese. Ma non si può di certo dargli torto.

D'atronde questo dire e non dire fa parte del gossip che vive del luogo comune, del sentito dire, dell'insnuazione volgare, perchè facile e che non prova niente.

Una variante riassuntiva è quella del sito Chedonna che titola: MATT DAMON: “Non sono gay ma Douglas che baciatore”

Mentre il sito gay.tv titola come al solito con ridondanza pleonastica, e ridicola,
Michael Douglas e Matt Damon amanti gay nel film Behind the Candelabra, perchè non basta scrivere Michael Douglas e Matt Damon amantise non specifichii quello che è giuà evidente con laggettivo gay poi il itolo mica esce fuori dai motori di ricerca.

Quel che conta è il dettaglio morboso inquesti pezzi non c'è precisione nè onestà che inducano a riportare  quel che ha detto davvero Matt Demon o, nel caso del sito gayrelated gay.tv, spinga a sottolienare quel che di buono e quel che di non buono Damon ha detto dnell'intervista sull'omosessualità. Gay.tv preferisce ricordare che Damon ha già recitato il ruolo del gay in un episodio di Will and Grace.

Certo se anche i siti che pretendono di contribuire alla legittimazione dell'omosessualità si fermano al dettaglio piccante e non fanno informazione...

Per questo odio il gossip perchè disctorce sempre la verità, e si alliena al maschilismo nel quale il gossip è coltivato e diffondono luoghi comuni legittimando la curiosità morbosa abituando alla mancanza di rispetto per la dingitò della persona.

Poi magari qualcuno può anche credere che il gossip gay serva alla causa. Contento lui...



Per voi che non leggete l'inglese...

 *
PLAYBOY: Ci sono dei tipi di ruoli cui pensi due volte prima di fare ora che sei un padre di famiglia?

    
DAMON: Beh, di solito direi di no alla nudità, ma ho appena fatta un sacco interpretando il partner a lungo termine di Liberace, Scott Thorson, in Behind the Candelabra. Voglio dire, è fatta con gusto. Steven Soderbergh lo ha diretto, e Michael Douglas interpreta Liberace. Ma questo film non sarà per tutti.

    
PLAYBOY: Un film su un non dichiarato, intrattenitore tv e di las vegas e il suo amante molto più giovane, cui ha pagato la chirurgia plastica in modo che potessero sembrare più simili? Suona come un film da vedere per ogni famiglia...

    
DAMON: Questi due uomini erano profondamente innamorati e sono in un vero e proprio rapporto, un matrimonio molto prima che ci fosse il matrimonio gay. Non è una cosa insignificante. La sceneggiatura è bella e. Le loro conversazioni quando si vestono o si spogliano o hanno un battibecco o si preparano ad andare a letto? Sonoq uelle di ogni matrimonio. Sembra di stare assistendo a qualcosa di veramente intimo che normalmente si vede con un uomo e una donna, invece si tratta di due uomini, e questo è stato emozionante. Ci sono cose potranno mettere certi spetatori a disagio. Bene. E l'HBO possono cambiare canale.

    
PLAYBOY: Come avete fatto tu e Michael Douglas a sentirvi a ovstro agio nei rispettivi ruoli ?

    
DAMON: Entrambi abbiamo un sacco di amici gay, e non avevamo intenzione di rovinare tutto o fare stronzate. Non era la cosa più naturale del mondo da fare, però. Come, per esmepio, in una scena, ho dovuto uscire da una piscina, andare verso Michael, metermi a cavalcioni su di lui sdraiato su una chaise longue e iniziare a baciarlo. I baci ci sono n tutto lo script, non è che lo bacio solo una volta. L'abbiamo elaborato come un piano di gioco del calcio.

    
PLAYBOY: Ha aiutano?

    
DAMON: Non del tutto. Ricordo di aver chiesto a Heath Ledger dopo Brokeback Mountain, "Come hai fatto la scena con Jake?", Cioè la scena in cui iniziano a baciarsi di brutto. Mi rispose "Beh, amico, ho bevuto una mezza cassa di birra nella mia roulotte." Ho iniziato a ridere, e lui fa: "No, dico sul serio. Avevo bisogno solo di fare il primo passo. Se non riesci a fare una cosa del genere non fai quel film"

    
PLAYBOY: Michael Douglas è un buon baciatore?

    
DAMON: [Ride] Michael era un baciatore meraviglioso. Le mie preoccupazioni hanno finito per contare molto di meno una volta che abbiamo girato. La dinamica tra i due uomini era complesso e interessante. Liberace era molto potente e adorato, un grande showman che faceva 50.000 dollari la settimana facendo il suo show a Las Vegas. Scott era molto più giovane ed era cresciuto in case-famiglia, quindi c'era molto da recitare.

    
PLAYBOY: Liberace non ha mai fatto coming out i tempi sono cambiati un po'. Com'è sttao quando a te e e Ben Affleck veniva costantemente chiesto se foste gay, agli inzi della tua carriera?

    
DAMON: Non ho mai smentito queste voci perché non ne ero offeso e non volevo offendere i miei amici che erano gay, come se essere gay fosse una cazzo di specie di malattia. In questo senso mi ha messo in una posizione strana. Era semplicemente indecente. Ma guarda, ci sono stati grandi segni di progresso, il fatto che Anderson Cooper e Ellen DeGeneres hanno fatto coming out in modo così bello e potente,  è stata una cosa importante visto che a nessuno è fregato niente. Se Liberace fosse vivo oggi, a tutti piacerebbe la sua musica e a nessuno sarebbe importato quello che fa nella sua vita privata. Come con Elton John.

venerdì 14 dicembre 2012

Ferisce più un clichè... Sull'ennessima macchietta del gay effeminato nel trailer del cinepanettone Colpi di fulmine

In sala dal 13 dicembre, con 700 copie..., tecnicamente non un cinepanettone visto che il film non è ambientato durante le vacanze natalizie, Colpi di Fulmine di Neri Parenti, con Christian De Sica, Lillo e Greg, Anna Foglietta, e Arisa, racconta due storie d'amore.
Nel film De Sica si traveste da prete per sfuggire alle forze dell'ordine e si improvvisa parroco in un piccolo centro. Qui lo vediamo separare le persone in base ai peccati capitali quando un giovane parrocchiano si sposta da un gruppo per dirigersi di corsa verso un altro. Alla domanda E te mo ddo stai annà? il ragazzo risponde con voce leziosa e affettata tra i golosi. La battuta di De Sica ve la lascio immaginare.



Situazione da barzelletta e allusione al fatto che il frocio, anzi, la checca, è golosa di cazzo.
Così con una battuta si portano a casa due colpi. Due concetti: il cazzo piace, e ai froci piace di più.
Non solo. Al frocio piace il cazzo. Punto.

E vediamo come è descritto questo giovane omosessuale.

Cardigan di colore sobrio,  c'è la crisi..., portato sopra una canotta che lascia intravvedere un petto glabro.
Foulard che si intona al cardigan arrotolato attorno al collo, Jeans chiaro, capello corto ai lati col ciuffone sopra e borsa femminile (lo si capisce dai generosi manici senza tracolla) che porta con inequivocabile gesto effeminato, nell'incavo del braccio, l'avanbraccio piegato. 

Cardigan di colore sobrio,  c'è la crisi..., portato sopra una canotta che lascia intravvedere un petto glabro. 
Foulard che si intona al cardigan arrotolato attorno al collo, Jeans chiaro, capello corto ai lati col ciuffone sopra e borsa femminile (lo si capisce dai generosi manici senza tracolla) che porta con inequivocabile gesto effeminato, nell'incavo del braccio, l'avanbraccio piegato. 



Anche quando corre porta la borsa in quella scomoda posizione


Giratosi perchè De Sica\prete gli sta chiedendo dove sta andando

 

...il giovane gli risponde accennando un inchino verticale


Rispetto gli altri parrocchiani il nostro è più giovane, più magro, col fianco generoso, femmineo, dinoccolato, le ginocchia strette, il sorriso tra l'ebete e l'accondiscendente.
Non somiglia in nulla al cliché del giovane gay del mercato capitalista...

...che sarà anche effeminato ma ha un corpo palestrato, virile, dove la mancanza di peli pertiene più alla performance dell'atleta che alla de-virilizzazione del corpo maschile.

 

Con un colpo d'occhio notiamo la differenza antropologica dell'omosessuale rispetto al resto del gruppo.
Non ha alcuna caratteristica fisica in comune, nel vestiario, nel linguaggio del corpo, nella costituzione fisica. Per cui si potrebbe dire che l'omosessuale appartiene accidentalmente al genere maschile e che costituisce un genere a sé. Un terzo genere, un po' come pretende la teoria, sciagurata, del genere fluido



Dopo il suicido di Andrea si pretende di distinguere il bullismo dall'omofobia.

Questa immagine dimostra come alla base ci sia sempre l'idea maschilista e patriarcale della virilità.
Sei gracile? Dinoccolato? Vesti diverso?
Non sei virile.
Non sei maschio.
Sei diverso.
Dunque, sei frocio.

Un'appartenenza evidente che non puoi nascondere, e che ti rinfacceranno di ostentazione o di mancanza di discrezione.

Certo se invece di vestirti così ti uniformassi al cliché di genere degli altri uomini e ragazzi quelli ritratti lì con te, ti lascerebbero in pace.
Chissà nel mondo reale quanti degli altri ragazzi e uomini sono bisessuali o hanno un orientamento sessuale omo.
Ma in loro non si vede.
Anzi direi finché in loro non si vede saranno lasciati in pace.

Non volgi certo giustificare il bullismo omofobico a scuola.
Ma finché si fanno questi film possiamo davvero dire che la responsabilità è degli studenti e delle studenti omofobici\che?

E nessuno si azzardi a dire che si tratta di un film comico, che questa vuol essere solo una battuta, che infondo è una boutade.

Finchè battute coltivate in questo orizzonte etico (sic)  continueranno a essere percepite come innocui divertimenti nessuno di noi è al riparo dalla discriminazione maschilista e omofobica.
Poco importa se poi tu sia o no gay o se, anche essendo gay, non sei affatto goloso di cazzo. 

Lo sapeva bene Andrea, che pur non essendo gay non poteva portare lo smalto senza essere additato come un golosone.

Adesso mi chiedo, a che serve fare incontri a scuola contro l'omofobia se poi al cinema vediamo scene edificanti come questa?

Chi educa i produttori? Gli sceneggiatori? I registi?

Boicottiamo questo film perchè propala i più stantii luoghi comuni fascisti maschilisti e patriarcali.

La checchina golosa è solo la punta dell'iceberg.

Di seguito il trailer integrale.

martedì 11 dicembre 2012

Non fare entrare nessuno senza preservativo. Un bel video muto di Feed the bears

Un bel video di Feed The Bears che azzecca il linguaggi del corpo e l'immaginario dei film muti, forse con qualche lungaggine, ma ben sviluppano e prodotto.

Adoro l'atmosfera giocosa del rimorchio. Le leggerezza di ua situazione di solito dipinta sordidamente (soprattutto dalla stampa). La leggiadria dei due omoni, la semplicità che li fa essere diretti, onesti, puliti. Bellissima la presentazione caratteriale dei personaggi, i dettagli della seduzione cui i due protagonisti reagiscono con meraviglia, l'aspetto prima "da ceffo" poi da tenero del terzo ragazzo e l'idea geniale di dare un significato ambivalente all'espressione non fare entrare nessuno senza preservativo. Entrare in casa ...e altrove!


lunedì 29 ottobre 2012

Taking a Chance on God.

Taking a Chance on God (USA, 2011) di Brendan Fay, è un documentario sull'86enne   John McNeill, sacerdote gesuita, teologo e psicoterapeuta gay, che si è distinto per il suo contributo alla cosiddetta teologia della liberazione con particolare riferimento alla posizione dottrinale contro le persone omosessuali nell'ambito della chiesa cattolica. Intimato a non esprimersi più sull'argomento pubblicamente (dopo aver ricevuto l'imprimatur per il libro fondamentale The Church and the Homosexual) tornato a parlare in pubblico dell'argomento esprimendo posizioni critiche nei confronti Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, del 1 ottobre del 1986 a firma dell'allora Cardinale Ratzinger, è stato espulso dall’ordine dei Gesuiti nel 1987.

Il documentario dice poco sulla formazione di  McNeill, tace sulla sua formazione da psicoterapeuta, e non ci informa se abbia mai esercitato la professione. Poco ci dice sui suoi studi e le sue idee teologiche, argomento complesso e che avrebbe richiesto sicuramente altre competenze, e si concentra sulla vita privata di McNeill intervistando alcuni amici e amiche, preti, suo marito e McNeill stesso, che ripercorre i punti salienti della propria vita.
La morte della madre quando lui aveva 4 anni.
Il sacrificio della zia che decise di allevare i 5 tra figli e figlie della sorella, sposando il cognato ma facendo atto di castità  (e McNeill commenta che questa decisione di castità esacerbò il nervosismo caratteriale della zia, tacendo sugli effetti della castità sul padre...).
Il sostegno della sorella maggiore che, da bambino, lo difendeva dai bulli della scuola visto che lui era una sissy (feminuccia), sorella che nelle foto vediamo vestita da suora, senza che né McNeill né il documentario accennino al percorso vocazionale della donna.
La chiamata alla vocazione avvenuta quando, durante la prigionia di guerra in Polonia, in mano ai nazisti, un uomo, rischiando la vita, gli diede da mangiare una patata, rispondendo al suo cenno di ringraziamento con il segno della croce e McNeill capì di desiderare di avere una fede così forte che lo sosteneva nell'avere il coraggio di dare da mangiare a un affamato anche a rischio della propria vita.
L'incontro con Charles Chiarelli, che diventa il compagno di una vita (sono ancora insieme, sposati in Canada, da ben 46 anni).
La sua attività di insegnante in un college, nel quale, a memoria di una sua studentessa intervistata, McNeill trattava i suoi studenti come persone che avevano delle proprie idee e non come bambini ai quali andava insegnato cosa pensare.
L'attività a sostegno delle persone omosessuali prima nella chiesa e poi al di fuori.

Un documentario interessante, non particolarmente curato nella forma, che lascia fuori molti argomenti ma stimola alla riflessione e alla ricerca e, cosa importante per chi crede, si fa testimonianza di una fede altra, inclusiva, che accoglie tutti, anche le persone gay lesbiche e transgender.

Non voglio tediarvi con le mie perplessità su chi abbraccia una fede come il cattolicesimo che esprime una posizione precisa contro l'omosessualità definendola, come viene ricordato nel documentario,  an objective disorder un disordine (morale) oggettivo, che i sottotitoli del documentario traducono artatatmente con malattia, così come traducono con outing il coming out di McNeill fatto in tv dopo l'uscita di The Church and the Homosexual nel 1976.

Ammiro chi da dentro la chiesa cerca di cambiare la posizione della dottrina  sull'omosessualità.
Purtroppo sono molte altre le posizioni ufficiali della Chiesa che andrebbero cambiate.
La posizione sulla donna, sul sesso, sulla scienza, sull'aborto, sul divorzio, sull'eutanasia, sulle altre fedi. Insomma una battaglia culturale da far tremare i polsi.

Capisco chi trovandosi all'interno della chiesa e accorgendosi delle sue molte chiusure, per usare un eufemismo, voglia combattere per cambiarle. Capisco meno chi conoscendo queste chiusure prima desideri comunque farne parte.

Ma forse si tratta di un mio pregiudizio. Nessuno nasce imparato. Nessuno cosnoce davvero così bene le dottrine della chiesa.
Così, dopo la proiezione, e dopo il collegamento via Skype con McNeill (ah, prodigi della tecnologia, che è un prodotto umano  e non del creato divino...) Brendan Fay, scherza, gioca e dice che in cima alle sue attività di militanza ci mette Fare il te (o il caffè) cioè la convivialità d'altronde, ricorda, anche Gesù spezzò il pane e offrì il vino, leggendo quei gesti nella loro letteralità ignorando che quel pane è il copro di Cristo e quel vino è il sangue del figlio di dio.

Così si è cattolici per conformismo o perchè si ha una fede del tutto privata che si crede coincida più o meno con quella cattolica anche se a ben vedere non vi coincide affatto.

Tutti da piccoli frequentiamo la chiesa e le cose che io oggi so della chiesa le ho imparate dopo averla abbandonata.
Il motivo per cui l'ho abbandonata non ha nulla a che fare con tutte queste sue chiusure ma col fatto che io non credo né in dio né nella resurrezione né nell'aldilà.

All'epoca delle mie frequentazioni in chiesa, fino ai 12 anni, poi smisi  ricordo che ero possibilista di continuare a farne parte anche se non credevo perchè mi sembrava un posto dove si parlava di argomenti importanti ma quando ho scoperto che non c'è democrazia e che per quanto discuti devi alla fine accettare l'interpretazione delle sacre scritture decise dal vaticano e conformarti come i Borg, ne sono uscito definitivamente.
Ero molto giovane, avevo 12 anni, ma all'epoca già sapevo che il mondo è molto più complesso di quel che sembra e che la sceinza ce lo spiega benissimo se abbiamo la pazienza di capire concetti sottili e non proprio intuitivi e che le spiegazioni di Darwin e Einstein mi sembravano molto più umane di quelle di un dio padre padrone che tutto sa e tutto tace.

C'è una cosa che mi ha colpito del documentario e della vita di McNeill che lui accenna in un passaggio ma che il documentario di per sé ignora completamente.

McNeill viola il celibato senza che questo venga notato, detto, esplicitato.

Non dal documentario e nemmeno da lui, se non quando commenta che col suo compagno e poi marito viveva in molti armadi, nascondendo a molti che faceva sesso e che lo faceva con un uomo.

Agli occhi di chi guarda il documentario la vita privata di McNeill con l'uomo che diventerà il marito appare come un percorso di liberazione.
E' un percorso di liberazione.
Dallo stigma cui la chiesa cattolica è uno dei più diffusi alimentatori e da quella omofobia interiorizzata che, soprattutto per una persona della sua generazione, è un dato di fatto.

Mi sono domandato coesa avremmo pensato di lui se McNeill fosse stato etero e se al posto di Christian ci fosse stato Mary.
Una donna.
Come avremmo giudicato il comportamento di un uomo etero che pur non riuscendo a rinunciare alle donne decide di abbracciare la vocazione pastorale che richiede e prevede il celibato?

Lo avremmo trovato un prete coraggioso o un uomo ipocrita?

Un prete che va contro gli schemi o un uomo che non sa rispettare un impegno?

Mi piacerebbe sapere, come al solito, la vostra risposta.

La mia è che lo avremmo considerato una persona poco seria perchè non riusciva a rispettare il celibato.
Perché farsi prete quando puoi sposarti e essere da laico un bravo cattolico?


Se un uomo è gay e dunque non si può sposare, o, più in generale, le sue relazioni omoaffettive non hanno un posto nella società (tollerate finché le si relega nel privato della camera da letto) qualsiasi suo tentativo di affermare il proprio diritto ad avere una sessualità, di avere una affettività, faranno di lui un eroe, un coraggioso, un esempio da seguire, anche se è un prete. Anche quando ha cioè dei comportamenti che, riscontrati in un uomo etero, ci porterebbero a giudicarlo ben diversamente.

Un prete etero che ha una storia con una donna, fatta di clandestinità, perchè i preti cattolici non solo non possono sposarsi ma proprio non possono scopare, può essere criticato per l'ipocrisia, per l'egoismo,  perchè non decide di spretarsi e sposare quella donna con la quale convive, perchè non è un buon esempio per la chiesa, almeno per gli standard della chiesa che lui dice di rispettare visto che non fa propaganda della propria relazione.

Un prete gay è invece un esempio di liberazione. Non avendo un posto nella società perchè non può sposarsi visto che le sue relazioni sono considerane non legittime è un paria sempre e comunque anche dentro la chiesa.

Solo il giorno in cui anche i preti gay verranno criticati perchè hano relazioni sessual sentimentali con altre persone, non importa il loro sesso di apaprtenenteza, l'omosessualità sarà davvero uguale all'eterosessualità.

Fino ad allora l'omosessualità sarà una categoria diversa non degna nemmeno delle critiche morali pertinenti all'eterosessualità.  

Ecco l'uguaglianza cui io agogno.

Il documentario di ieri sera me lo ha fatto capire suo malgrado.


Corollario

Tra le tante divisioni del movimento lgbt italiano c'è anche il forte pregiudizio del cattolicesimo.
Una persona cattolica e omosessuale è vista con sospetto specialmente quando si fa militante.

Molte le avversioni, non sempre esplicitate e non smepre razionali.
Ce lo ha ricordato ieri sera Imma battaglia intervenuta subito dopo la proiezione del documentario quando ci ha raccontato un suo fatto privato per testimoniare la sua fede e la sua militanza lesbica.

Se la fede è un mezzo tramite cui le persone vivono meglio anche sapendo che di per sé è una forma autoritaria (c'è un dio sopra di noi) e arcaica di pensare (abbiamo bisogno di dio per capire come le cose stanno veramente) io non posso certo fare l'ateo di professione e dire loro le tue sono cretinate non c'è nessun dio e nessun aldilà.
Però mi piacerebbe che anche loro non venissero a rompere a me dicendomi che dio mi ama anche se io non lo voglio.
Ma non credo si possa davvero rimproverare ai cattolici di fare politica o proselitismo. Se sei entusiasta di una cosa ne parli, la vuoi consigliare a tutt*, così per buona fede.
D'altronde se la vivi per te in silenzio, come cosa privata è una fede ben misera.

Mi sembra una questione indirimibile.

Io personalmente oscillo tra un sincero rispetto, pozione che mi sforzo di seguire, e una tolleranza irrispettosa, propri come è irrispettosa la tolleranza verso i gay e le lesbiche.

Purtroppo nessuno mi potrà mai togliere dalla mente che chi crede in dio sia una persona esistenzialmente più  debole e fragile di chi non crede.

Anche qui il giorno in cui dio sarà argomento della storia e basta l'uomo e la donna saranno più liberi e più umani e donnani.



sabato 18 agosto 2012

Come non detto: dal trailer a qualche considerazione sulla causa lgbt(qi)

Agosto volge al termine e come ogni anno aspettiamo con ansia (?) le novità cinematografiche, tra le quali quest'anno, spicca (??) un film gaio dal titolo Come non detto (Italia, 2012) di Ivan Silvestrini.

Ecco il trailer che quant* di voi sono andat* al cinema in queste settimane hanno già potuto ampiamente vedere.



Il trailer è un florilegio di luoghi comuni sul mondo lgbt(qi) che mi danno spunto per le mie solite elucubraz... dissertaz... speculaz... ragionamenti sull'omosessualità (maschile) e su come questa venga rappresentata al cinema e su come certi cliché diventino, nostro malgrado, un mezzo per permetterci di esprimere la nostra gaiezza.

La bellezza (stereotipata) dei protagonisti gay
Tutti gli attori del film sono magri, belli, di una bellezza morbida e non troppo virile, giovani se non giovanissimi.

Come se di gay di mezza età, meno belli, meno magri non sia pieno il mondo...

I baci mai
Essendo una commedia dovrebbero esserci dei baci invece Mattia e il suo ragazzo sono solo abbracciati... Il trailer di un film sui froci censura i baci (oppure magari nel film di baci non ce ne sono proprio).

Ecco invece due commedie italiane non a tematica gaia dove i baci ci sono, eccome.


La misoginia

Essere froci significa, prima ancora che ci piacciono i maschi come noi, che non ci piacciono le femmine.

Mattia il giovane protagonista del film quando la sua amica Stefania (roomate?) che (chissà perchè) dorme nello stesso letto con lui nota l'erezione mattutina e subito per ischerzo ci agita il bacino sopra, le dice, serio e per niente divertito, che anche se lui fosse etero ce lo avrebbe portato lei sull'altra sponda con la sua fiatella, capito?!

Dunque sull'altra sponda ci si va o ci si viene portati.

Un po' come dire che l'omosessualità non è una delle possibilità di default ma che solo l'eterosessualità lo è, all'omosessualità ci si arriva, ci si viene portati, magari per disgusto, magari perchè se una ragazza ha la fiatella mica le dico tesoro lavati i denti ma dico sono così disgustato (non già da questa donna ma da tutte le donne) che divento frocio.

Immaginiamoci la situazione al contrario. Il protagonista è il frocio che, vedendo l'erezione mattutina del suo amico gli si ...sbacina addosso proprio come Stefania ha fatto con lui e l'amico etero gli dice anche se  fossi gay mi ci avresti portato tu con la tua fiatella sull'altra sponda, capito?! 

Ditemi con sincerità. Funzionerebbe ugualmente come battuta?


Il coming out

Il problema centrale del film, almeno da come lo si desume dal trailer, è il fatto che Mattia non abbia fatto coming out in famiglia.
Si presume che con alcuni amici sì. Non ci è dato sapere dal trailer se Mattia studia e lì coming out l'ha fatto, o lavora, e se, lo stesso, lì coming out l'ha fatto o no.
Il problema è la famiglia. Sfera privata. L'unica che, ci dice il film, sembra contare.

Per carità la famiglia è importante ma se dirlo ai genitori diventa il problema mi fa sempre incazzare.

1) perchè miminizza tutti gli altri problemi del fare coming out (a lavoro, a scuola, con gli amici, per strada)

2) Perchè fanno del coming out un problema che non va spiegato. 

Oddio!!! Sono frocio (=cosa non proprio facile da gestire) come lo dico ai miei?


Non mi fraintendete conosco storie di amici, conoscenti miei ex studenti che hanno avuto problemi, anche gravi, con le rispettive famiglie, sono stati buttati fuori di casa, hanno dovuto interrompere gli studi, si sono dovuti sottrarre a cure forzate, perchè minorenni e omosessuali.

Ma da quel che si evince dal trailer è Mattia ad avere problemi a dirlo ai suoi perchè, in fondo, lui per primo pensa che non sta dando proprio loro una buona notizia.
Anche quando Stefania si incazza con lui per i suoi timori e resistenze a dirlo ai suoi non gli dice che essere gay è la cosa più bella che ci sia proprio come essere etero, che non deve vergognarsene (o qualcosa del genere) ma gli dice che forse sta esagerando manco avessi ammazzato qualcuno. 

 Cioè magari non è omicidio però è sempre qualcosa di negativo. 

 Capita l'antifona? 

Invece di denunciare la società, lo stato, il Vatic-ano (con tutta la merda che ne esce...) I FILM che educano e costringono allo stigma dal quale, forse Mattia coltiva tutte le sue paure i froci hanno difficoltà a dirlo a mammà perchè si sa, un figlio ricchione dà tanti dispiaceri...


Il travestitismo\le drag Queen\il camp (frainteso)

L'altro giorno leggevo sul blog Voglio sposare Tizano Ferro un post di Andrea Bordoni nel quale, commentando la pubblicità dell'ultimo Gay Village dice
pochi meriti ha il cartellone del GAY VILLAGE di quest’anno (...) perché, col suo calciatore in tacchi a spillo, per quelli che sono totalmente digiuni sull’argomento, questo cartellone fa confusione tra orientamento sessuale e identità di genere, alimentando la credenza che per essere gay devi per forza vestirti da donna o sentirti donna… (...)
Chissà se Andrea dirà lo stesso della scena di questo film, così come presentata nel trailer, dove Mattia  riceve consigli da una Drag.

Là  abbiamo un tacco a spillo su due polpacci maschili (che magari sono di corpo di donna, biologica o trans, visto che non ne vediamo il torso né il viso).

Qui invece abbiamo tanto di viso ipermaschile truccato come una maschera del teatro No per sembrare quel che nella mente distorta di un uomo frocio (e misogino) una donna appare e dispensare i suoi consigli di vita (che le corna sono come i tacchi a spillo perchè slanciano).

Chissà se Andrea per onestà intellettuale accuserà il film dello stesso effetto del manifesto (scordandosi che nel caso del manifesto c'è l'ironia forse a non confondere orientamento sessuale con identità di genere).

Oppure visto che questo film conferma una ideologia e lo status quo di certa (sotto)cultura gay, che a me sta stretta come un tanga extra small, ideologia che credo, Andrea, da altri suoi commenti e post, predilige e condivide, non troverà il trailer  divertente, ironico e leggiero.

Io trovo questa sotto sottocultura gay fatta di checche ipertricotiche, di ragazzine sculettanti agitate da una misoginia contraddittoria (come fai a odiare le donne se poi pretendi di comportarti come loro?), ragazzoni truccati come 20 Silvane Pampanini tutte insieme, stantia, vecchia, superata, demodè, e, anche, di una noia mortale.

Se sedici anni fa le drag e i travoni (termine offensivo e transfobico usato anche nell'ultima parodia di un video di madonna senza che nessuno abbia battuto ciglio) del film Come mi vuoi (Italia, 1996) di Carmine Amoroso avevano un senso politico, perchè contribuivano alla visibilità,  oggi, nel 2012 Tsunami, Alba Paillet nel trailer confermano solo quel comune sentire che ancora vuole i froci delle femmine mancate, delle checche invidiose delle donne che non sono e non potranno mai essere potendo aspirare a essere solo dei travoni di merda (felice insulto che si sente smepre più spesso).

Il provincialismo della sotto sotto cultura drag italiana è d'altronde perfettamente coerente al gap culturale, politico e civile di un paese di vecchi e di mignotte come dicono ormai tutti, anche a sinistra...

Perchè mai i gay dovrebbero essere migliori del resto degli italiani?

L'omofobia\il politically corretc


In un'altra scena vediamo il padre di Mattia chiedergli perchè non gli dice le cose come stanno, commentando, credi che non abbia capito? Mattia quasi commuovendosi perchè il padre lo sta sottraendo all'umiliazione di fare coming out   gli dice papà... In quel momento un motorino quasi li sfiora e l'uomo gli grida dietro a frocio!

Ecco qui non c'è nulla da ridere. E' un momento serio del trailer (del film) perchè mostra, anche se solo per un attimo, i motivi per cui Mattia è restio a dire ai suoi che è gay.
Non tanto o non solo perchè suo padre è omofobo ma perchè suo padre, COME TUTTI E TUTTE usa il termine frocio in maniera dispregiativa.
Al di là del fatto che suo figlio lo sia e lui non lo sa.

E qui si apre una grande questione che il trailer, grazie a questa sequenza, mette così bene in luce.

Perchè non si deve usare il termine frocio come offensivo?

Semplificando un po' per due ordini di motivi completamente diversi e, in fondo, incompatibili. 



a) Non dire a frocio per offendere qualcuno perchè potrebbe esserci vicino un

gay senza che tu lo sappia.
Quel che conta è la forma. Usare gay come offesa non è un problema di per sé lo diventa solo in presenza di qualche rappresentate della categoria che si sente offeso.


b) Non dire a frocio per offendere qualcuno perchè è un modo di pensare maschilista che non piace a nessun* e da fastidio a tutt* qualunque sia il suo orientamento sessuale

A frocio non offende solo i gay offende tutt* perchè coinvolge in un sistema di valori che rende patriarcali e fascist* proprio come chi lo ha pensato e detto.


Il maschilismo

Dopo aver visto Stefania sculettare sul pacco di Mattia senza che lui ne abbia alcun effetto la voce fuori campo di Mattia commenta: ecco ora molti di voi penseranno !chi c'ha il pane non ha i denti!...

Cioè daccela a noi Stefania che a noi ...la fiatella nun ce fa schifo.

Insomma dacce du' etti de gnugna, tre chili de fregna, quattro quintali de ciccia coi baffi che noi nun semo froci.

Non che il maschilismo non ci sia pure a sinistra, pardon, tra i froci.  Ma la donna oggetto anche nel film di lelle no, dai! Che trash!


Ecco.


Il resto solo dopo aver visto il film... Se mai lo vedrò...


p.s.

Esilarante la battuta Mamma (io) sono gay che la donna intende come mamma (loro) sono gay.

Ci rido ogni volta che la vedo!



mercoledì 13 giugno 2012

Quest'anno a Roma niente Queering Film Fest: ma la cultura anche per la militanza lgbt è forse solo una questione di consumo?

...e mentre svuoto librerie polverose (sto traslocando) noto che nessuno, nemmeno il sottoscriffo finora si è accorto che il Queering Film Fest quest'anno non si è fatto.

Sul sito del festival campeggia questa scritta...


...e mi chiedo se i due anni di festa siano stati solo occasione di consumo di prodotto lgbt e non momento di aggregazione, di riflessione, di formazione dello spettatore e della spettatrice. Se insomma il mercato abbia fatto scempio liberistico anche della (sotto)cultura omosessuale oppure no.

A Napoli, l'anno scorso, abbiamo fatto un Omovies senza soldi, possibile che anche solo un giorno di festa quest'anno non si sia riusciti a fare?

Chi ne sa qualcosa mi risponde?
Grazie!





lunedì 29 agosto 2011

Seconda edizione del Gender Docufilm Fest serata finale: gli ultimi film in concorso e i vincitori.

Sorprendentemente, come per la passata prima edizione, i film migliori del Gender docufilm Fest si sono visti nella terza serata che ha proposto I Shot My Love (Israele, Germania, 2010) di Tomer Heymann e lo splendido Regretters (Svezia, 2010) di Marcus Lindeen.


I Shot My Love (Israele, Germania, 2010) di Tomer Heymann gioca nel titolo con il doppio significato del verbo To Shoot che significa sia "sparare" che riprendere (con la pellicola), cioè girare mentre la traduzione italiana, anche nei sottotitoli, non tiene conto di questa polisemia del titolo e lo banalizza in un mero e troppo interpretante "Ho ucciso il mio amore".
Il documentario, il primo "vero" documentario di questa seconda edizione del festival,  vede dipanarsi alcune vicissitudini della vita personale di Tomer Heymann, che stavolta ha fatto oggetto del suo documentario le riprese della propria vita privata: l'operazione all'anca della madre madre, le vicissitudini della donna, dalla separazione col marito ai figli che si sono trasferiti negli Stati Uniti,  il rapporto col suo nuovo fidanzato Andreas, e il rapporto di questi con la madre ti Tomer.  La Storia che incombe nelle rispettive famiglie (la madre di Tomer è scappata dalla Germania nel 32) la cultura cattolico tedesca e quella ebraico israeliana che si confrontano anche nelle feste religione, mentre il documentario registra, illustra, lasciando allo spettatore di trarre conclusioni, giudizi, conseguenze. Una documento di straordinario interesse nel quale senza proclami e senza rivendicazioni l'amore dell'israeliano Tomer per  il tedesco Andreas è colto nelle dinamiche familiari del quotidiano, l'amore, la cura (Andreas al capezzale della suocera) il rispetto, la storia familiare, in una parola la vita



Regretters (Svezia, 2010) di Marcus Lindeen la cui traduzione letterale è i rimpiangitori cioè coloro che rimpiangono e non rimpianti come suggerito nella brochure, è una doppia intervista, ovvero l'incontro-scontro tra Orlando e Mikael due uomini che hanno entrambi scelto la riassegnazione di genere divenendo entrambi donna, scoprendo, in seguito all'operazione, di aver commesso un errore. Due storie diverse due casi particolari di transgenderismo. Nessuno dei due si è mai sentito donna: Orlando ha scelto la riassegnazione come unica possibilità, negli anni 60, di vivere la propria omosessualità (che fino ad allora trovava modo di essere solo nei rapporti mercenari con uomini anziani) mentre Mikael da sempre eterosessuale convinto e amante del travestitismo non riuscendo a costruire rapporto alcuno con le donne per poterne avere una è dovuto diventarlo egli stesso. Orlando si è operato negli anni 60, da giovane, è stato sposato 11 anni e solo dopo il divorzio ha deciso di tornare indietro, sottoponendosi a una seconda riassegnazione di genere anche se, come rimarca Mikael, il suo aspetto esteriore non è quello classico di un uomo ma tiene in qualche modo conto della sua passata storia da donna. Mikael invece che ancora non si è sottoposto alla seconda  riassegnazione di sesso e nasconde i seni sotto una camicia larga, veste già da uomo e sogna di tornare a essere uomo anche chirurgicamente. 
Dai racconti di entrambi, dai loro commenti, dalle reciproche domande e constatazioni il documentario affronta senza pregiudizi senza curiosità voyeuristiche con humour ma anche con una profondo dolore la storia di due individui unici.
Un documentario indimenticabile che dovrebbe essere proiettato nelle scuole e nelle università perchè mostra come al di là delle tante sterili teorizzazioni le persone sanno davvero trovare cammini unici e straordinari, non senza sbagliare,  per provare a esprimere se stessi ed essere felici.


Le premiazioni
Il premio del pubblico (che poteva esprimere un secco voto positivo o negativo dopo la visione di ogni film) ha premiato Regretters, mentre la giuria  internazionale,presieduta dal regista italiano Luca Guadagnino e composta da Sonja Henrici (Scottish Documentary Institute di Edinburgo), Robert Greene (uno dei registi più innovativi del nuovo documentario statunitense) e Alberto Lastrucci (co-direttore del Festival dei Popoli di Firenze)  pur dando a Regretters una menzione speciale ha premiato Kathakali, di Julien Touati e Cedric Martinelli. il documentario meno gender oriented della rassegna con un fare miope e ingenuo.
Nella motivazione si legge:
“Il film vincitore  trasporta il concetto di gender in un nuovo territorio. E’ un film di corpi sul portare se stessi al limite della propria esperienza. E’ un film sulla perseveranza e sulla forza fisica ed è infine un film che contribuisce a formulare una metafora completamente nuova che illumina il genere come entità a sé stante. La ricerca del sé in questo film viene attuata contro e nonostante le differenze culturali e le limitazioni fisiche. La giuria sente che questa opera è la più audace nella visione di cosa l’identità significa per l’individuo”.
Una motivazione tanto generica da aver indotto molti, compreso il sottoscritto, a pensare che il film premiato fosse Pyuupiro 2001-2008 sorprendendo molti invece per essersi rivelato altrimenti.
La motivazione attribuisce al documentario caratteristiche e pregi che non ha. Nel documentario si mostra un training fisico, coreutico, canoro, e non si parla affatto di identità di genere dato che non affronta né i ruoli sessuali, né gli stereotipi di genere, né l'omosessualità, ma si limita a presentare degli uomini che vengono e ducati a recitare a teatro vari personaggi (divinità) alcune delle quali femminili (proprio come nel teatro elisabettiano). Basta questo per farne
un'opera completamente nuova che illumina il genere come entità a sé stante? Per i giurati evidentemente sì ben diversamente dal pubblico che ha saputo scegliere altrimenti e dimostrando come le giurie dei festival, anche se questo che poi si chiama fest, sono distanti dal pubblico da come questo guarda ai film e da come i film si inseriscono nel mondo del racconto per immagini.

Niente Zingaretti quest'anno, alla premiazione dei film, come è successo per la scorsa edizione ma, proprio come per lo scorso anno, non possiamo che accogliere positivamente questo piccolo (per età) fest(ival) e e aspettare con curiosità la sua prossima edizione.



POSTILLA (del 1 settembre 2011)

Noto con dispiacere ma so che si tratta sol di una coincidenza e non ti una scelta voluta che nei documentari selezionati non ce ne sono che affrontano la tematica lesbica. Speriamo che l'anno prossimo, alla III edizione, questa lacuna possa finalmente essere colmata...

sabato 16 luglio 2011

Roberto Schinardi su Gay.it: una défaillance omofoba?

Gay.it non smette mai di stupire 8 e di far parlare di sé). Stavolta tocca all'articolo di Roberto Schinardi sul cortometraggio Ultracorpo di Michele Pastrello. L'articolo è sempre sensazionalistico, come il sito ci ha abitato da tempo, con un occhiello davvero risibile:
È il caso dell'estate: un corto psyco-horror sull'omofobia rifiutato dai festival queer. Di buona fattura, ma dal messaggio molto ambiguo. Il regista Pastrello: "Non sono omofobo, ma provo repulsione"
Caso dell'estate una cippa visto che il film è stato prodotto nel maggio dell'anno scorso e che il sito Queer Blog, citato nell'articolo, ha pubblicato la recensione il 31 marzo di quest'anno...

Non parlo del corto perchè non l'ho visto e dunque non mi posso esprimere, leggendo però le domande che l'autore dell'articolo (di gay.it) Roberto Schinardi fa al regista Michele Pastrello ne trovo una che mi ha fatto cascare dalla sedia:
Non pensi che il killer possa essere un gay represso visto che non riesce più ad avere rapporti con la prostituta
Capita l'antifona? Se non riesce più (quindi vuol dire che in passato li ha avuti... sembra quella barzelletta del tizio che in una gara dovendosi scopare 100 ragazze e fermandosi alla 98ma si sente dare del frocio...) ad avere rapporti con una prostituta (una donna) sei un gay represso.
Vi viene in mente una mentalità più maschilista e patriarcale di questa?
Dopo anni di lotte per dare all'omosessualità una dignità autonoma, come orientamento sessuale, come investimento della sfera non solo sessuale ma anche affettiva, come dingità dell'attrazione per una persona del tuo stesso sesso ecco che c'è chi ancora che pensa che essere (uomini) gay vuol dire che non ti piacciono le donne.
Perché tutti i maschi etero non hanno problemi ad andare con le mignotte.
Altrimenti sono gay repressi. Quindi se un ragazzo di 16 anni eterissimo non si vede ad andare con una mignotta rischia di essere preso per un gay represso.
Il movimento gay non solo non si è liberato del maschilismo patriarcale ma lo ha assunto a coordinata interpretativa del mondo.
Così se una volta noi maschietti, salvo prova contraria eravamo tutti etero, oggi che i culattoni sono usciti dalle fogne, dobbiamo dimostrare di essere veri etero seguendo i più laidi cliché: andare a puttane o stuprare le donne come fanno i tre protagonisti di Et in terra Pax (Italia, 2010) di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, uno dei quali si prostituisce, da etero, ma le pompe le fa e non le riceve...

C'è da mettersi le mani nei capelli!
E l'autore del corto non risponde come farebbe ogni persona dotata di un po' di buon senso, etero o gay che sia, ma che cazzo dici?!?, ma gli risponde tranquillamente.
Così Michele Pastrello passa per omofobo e Robernto Schinardi no. Il bue dice cornuto all'asino!!!
Certo ci vuole fegato a dire Non mi occupo di tematiche gay e sono etero. Ho anche partecipato a un Gay Pride eppure, onestamente, provo repulsione al pensiero di un rapporto sessuale con un altro uomo.
Repulsione? E' lo stesso maschilismo di quelle checche misogine che nei confronti della fica dicono che schifo! ammiccando con te frocio che ritiengono loro pari convinti che con te sfonderanno una porta aperta e quando lo fanno con me vorrei sfondare quei crani vuoti...

Quando leggo di queste atrocità mi viene davvero di agganciare la tastiera al chiodo e ritirarmi a vita privata. E' una lotta impari, contro i mulini al vento, solo che questi sono enormi e si chiamano patriarcato un male duro da sconfiggere.

ULTRACORPO (Trailer) 2011 from Michele Pastrello on Vimeo.

domenica 3 luglio 2011

Gay Wave? Un sito omofobico e maschilista

Siamo a luglio e il gossip diventa più sfacciato e inutile. Così basta che George Clooney lasci Elisabetta Canalis per interpretare quel gesto come prova (sic!) della sua omosessualità presunta.
E' quanto si legge sul post George Clooney è gay o no? Voci e smentite degli ultimi anni.
Non entro nel merito del gossip, la cui prima fonte sarebbero alcune dichiarazioni dei suoi amici Brad Pitt e Matt Demon. Voglio invece sottolineare alcune implicazioni del post che dimostrano il maschilismo e l'omofobia dell'autrice del post Vasta Maria.

Primo elemento lampante. La foto pubblicata nel post che "proverebbe" l'omosessualità di Clooney.
A parte il fatto che lo scatto può isolare un gesto che qui appare dinoccolato, ma cosa prova questa foto? Solamente il maschilismo di chi crede che chi ha il polso piegato sia gay. Ricordate? E' il primo gesto che compie Kevin Kline nel pessimo In & Out (Usa, 1998) di Frank Oz, quando Matt Dillon, nel film uno dei suoi studenti, dice in tv che il suo prof è gay.
Questo è lo stesso maschilismo che c'è alla base dell'omofobia.
Se sei dinoccolato non sei abbastanza virile. Se non sei ababstanza virile sei gay. Un concetto fascista, machista, sessista presnete anche in tanti presunti e presunte amiche dei gay che riconoscono ai froci la sensibilità e il gusto per l'arte. Senza rendersi conto che camminano sui carboni ardenti del sessismo e del maschilismo. Se sei sensibile, se ti piace la musica e l'arte non sei maschio (identità sessuale) ma sei gay (orientamento sessuale). Confusionari concetti da anni cinquanta. Insostenibili nel 2011.
Primo perchè non tutti gay sono sensibili. Secondo perché non tutti gli uomini sensibili sono gay o meno maschi.
Finiamola con questi stereotipi da osteria!
Come ha ricordato Aldo Busi a una sprovveduta Alba Parietti, essere gay E' virile!
Anche il concetto di gay=colui che non va con le donne è una definizione offensiva. Io voglio essere definito per quel che mi piace non per quel che mi viene addebitato come cosa che non mi piace.

Non solo. In questa definizione essere gay o straight sono due condizioni antitetiche, per cui George o è gay o è etero.
In realtà Clooney potrebbe essere benissimo bisessuale. E se davvero il fatto che si fa storie con uomini venisse provato non significherebbe automaticamente che le storie con le donne siano una copertura (come insinua l'autrice del post).
Però mentre dire che Clooney è bisessuale serve davvero alla causa, e fa meno notizia, dire che è gay fa più gossip e continua a propalare una visone dell'orientamento sessuale stereotipata e omofobica.
Mi astengo dal fare l'analisi logico-sintattica del psot che non ha alcun fondamento (a Roma si dice che l'autrice se la canta e se la sona) però sono davvero stufo di questo sito, del suo maschilismo omofobico e grido vergogna a chi, superficialmente (vero Carlo?), clicca su Faceboook avventatamente il tasto "mi piace".