mercoledì 5 settembre 2012

L'arcigay si lamenta (giustamente) dell'omofobia dei testi del rapper italiano Emis Killa ma ignora la misoginia che in Broken Dolls ineggia al femminicidio.

Allora come la mettiamo coi pari diritti? Killa va boicottato solo per l'omofobia ma non per la violenza maschilista?

AGGIORNAMENTO
(da leggere dopo aver letto il resto del post, che inizia dopo la scritta
POST ORIGINALE)

Ieri Marco Coppola mi ha risposto, con gentilissima solerzia. Ne è nato un breve ma intenso scambio di mail che, previa sua autorizzazione, ho deciso di pubblicare nella sua integrità (esclusi i riferimenti alle nostre mail e i numeri di telefono per evidenti motivi di privacy). 

Per precisione e chiarezza devo far notare che in un post precedente sul sito dell'Arcigay Marco nota e parla anche dei testi contro le donne, senza citarne stralci, a differenza del post successivo che avevo citato ieri. 

Ecco lo scambio di mail.

Il giorno 05 settembre 2012 13:48, Alessandro Paesano  ha scritto:
Ciao Marco.

Ho letto e apprezzato la tua denuncia contro Killa e i suoi testi omofobici.

Andandoli a leggere ho notato però con sconcerto che in Broken Dolls ci sono frasi ben più gravi contro le donne non solo maschiliste e misogine ma che inneggiano addirittura all'omicidio.

Come mai nella tua denuncia non hai sottolineato anche queste frasi ma solamente quelle omofobiche?

A parte il fatto che entrambe le tipologie di frasi sono legate dalla comune matrice patriarcale e fascista non credi che sottolineare anche questi aspetti non direttamente legati alla causa gay avrebbe dato alla denuncia un più ampio respiro e unito categorie diverse ma altrettanto discriminate come le donne e le persone omosessuali esortandole a fare fronte comune contro dei testi che diseducano i giovani?

Mi piacerebbe sapere come mai...

Grazie


Alessandro Paesano, Roma

 Il 05/09/2012 14.18, Marco Coppola ha scritto:
Ciao Alessandro


grazie di avermi scritto.

Nelle mie dichiarazioni ai giornali, come anche nelle comunicazioni agli Organizzatori e alle Istituzioni patrocinanti ho fatto presente la matrice intollerante e istigatrice all'odio di quei testi, sia nei confronti delle persone omosessuali che di altri, comprese le donne.

Non esisterebbe il movimento omosessuale senza il movimento femminista. Ed esiste una comune matrice di intolleranza ed esclusione, declinata in diversi aspetti e fondata su una cultura maschilista, omologante e razzista.

Ovviamente i giornali pubblicano la parte che ritengono più interessante e questo esula dalla nostra responsabilità diretta. Non ho voluto pubblicare il nostro comunicato stampa per non fare troppa pubblicità all'evento e attendendo la presa di posizione degli organizzatori.

Spero con queste poche righe di averti spiegato il nostro intento,
rimango sempre disponibile.

Un caro saluto,
Marco.
Il giorno 05 settembre 2012 14:28, Alessandro Paesano ha scritto:

Ciao Marco, e grazie per la risposta in tempo reale.

Non ho dubbi a credere quel che dici sul giornalismo italiano che pubblica quel che credono attiri di più i lettori.

Però, perdonami, come mai nel comunicato pubblicato sul vostro sito arci dopo la denuncia e dopo le dichiarazioni degli organizzatori non fai menzione esplicita anche delle frasi misogine ma ti limiti a riportare solo quelle direttamente omofobe dicendo

Il rapper ha usato in alcune sue canzoni parole offensive nei confronti delle persone omosessuali, arrivando ad affermare "I ricchioni che si fanno in strada e vorresti ammazzarli, froci!!
Non possiamo che ritenere inaccettabile la promozione di messaggi di odio nei confronti di lesbiche e gay in una pubblica piazza. 

E' esattamente a questo che mi riferivo quando ti chiedevo come mai del vostro silenzio non tanto a quello riportato sui giornali...

Grazie ancora.


Ale

Il 05/09/2012 14.44, Marco Coppola ha scritto:
Ciao Alessandro

ho letto solo ora il contenuto del tuo blog. Spero sia solo un fraintendimento, accetto tutte le critiche costruttive ma in questo caso mi sembra tu abbia preso un abbaglio. 

Personalmente il beneficio del dubbio ho imparato nel tempo a concederlo sempre fino a prova contraria.
Era sufficiente leggere sul sito i post precedenti, oppure chiedere direttamente per sapere come ci siamo mossi. E' infatti semplice da verificare il fatto che non abbiamo pubblicato alcun comunicato stampa, a differenza di altre occasioni, ma soltanto post per informare socie e soci del procedere di azioni a tutela della dignità delle persone omosessuali come nostro preciso compito e dovere. 

Tralaltro Arcigay da sempre collabora attivamente con tutte gli altri movimenti, organizzazioni e associazioni che tutelano da discriminazioni, pregiudizi ed esclusioni. Ma non ci sostituiamo a nessuno perchè ciascuno di noi è testimone privilegiato della propria condizione e insieme lottiamo contro una cultura che ci vuole escludere.

La vocazione generalista in Italia, in Europa e nel mondo non ha portato mai grossi risultati, anzi spesso ha significato solo appiattimento delle istanze. Diversamente dalla cooperazione che dovrebbe invece essere il nostro obiettivo e metodo, oltre che luogo della sintesi.

Spero, confidando nella tua serietà ed onestà intellettuale, vorrai rettificare o almeno integrare quanto hai scritto spiegando le nostre ragioni.

Un cordiale saluto
Marco


Sì, senz'altro, se mi autorizzi posso pubblicare questa tua mail, lo faccio volentieri.

Ma confermi i sospetti che esternavo nel mio post. Denunciare il maschilismo di Zilla oltre l'omofobia non significa fare una denuncia generalista ma una denuncia completa e non solo una parziale, corporativista.

A.

Il 05/09/2012 15.14, Marco Coppola ha scritto:
Se leggi il post prima sul sito, leggi proprio invece che faccio riferimento ad entrambe le cose.

EMIS KILLA E L'INTOLLERANZA 
Lunedì 20 Agosto 2012 - EMIS KILLA E L'INTOLLERANZA

Giungono a noi segnalazione riguardo ai testi di Emis Killa che sarà a Villadossola per un concerto.

Avendo verificato alcuni contenuti non possiamo che ritenere inaccettabili e offensive della dignità della persona tutte quelle affermazioni di odio nei confronti delle persone omosessuali come anche di altri, in particolar modo delle donne.

Chiederemo ragioni agli organizzatori e vi terremo aggiornati.

Marco Coppola
presidente Arcigay Nuovi Colori Verbania

Quello che ho dichiarato ai giornali è esattamente questo. Come anche di alcune affermazioni razziste dello stesso Killa che poi lui ha ritrattato.
Nessuna dei due post è un comunicato stampa, ma solo appunto messaggi informativi che vanno presi nella loro complessità.

Spero di averti dato sufficienti elementi proprio perchè da anni combatto contro ogni forma di pregiudizio e tengo, come ben capirai, a questi temi moltissimo.

Un caro saluto

Marco


Il giorno 05/set/2012, alle ore 16:03, Alessandro Paesano  ha scritto:

Bene, mi fa piacere che in un primo post noti anche le dichiarazioni maschiliste. Mi dispiace però che nel post successivo, datato 24 agosto i riferimenti alle frasi contro le donne ben più gravi di quelle contro i gay non ci siano.

Dal mio punto di vista poco importa se si tratta di un comunicato stampa o solo di un comunicato interno ai soci.

I temi della misoginia del maschilismo e dell'omofobia per me sono fin troppo evidentemente intrecciati per poterli separare e trovo più che pertinente segnalare la misogina maschilista in chi si dimostra anche omofobo anche in un sito in difesa delle persone lgbt.

Se mi autorizzi alla pubblicazione di questo nostro scambio via mail lo aggiungo al mio post nel quale però credo di avere colto nel segno almeno stando alle osservazioni sulle critiche generalista con cui mi pare liquidi la mia richiesta di parlare di questo (omofobia) e di quello (istigazione al femminicidio).

Non aggiungerei nessun commento, solo lo scambio di mail.

Fammi sapere.

Grazie


A.
Il 05/09/2012 19.35, Marco Coppola ha scritto:
Alessandro mi sembra tu non voglia capire. Ma la città, gli organizzatori e i soci hanno capito tutti benissimo. Ti sembra utile ripetere la stessa cosa varie volte? A me no. Ho segnalato i contenuti omofobici e anche quelli misogini. Se ti vuoi attaccare alla data fai pure, ma lo vedo come pretestuoso.

Certamente puoi pubblicare le mie risposte a condizione che lo faccia integralmente, questa compresa. Altrimenti lo trovo inutile.

Un caro saluto

Marco


Inviato da iPhone

Perfetto. Farò come mi dici.

Non mi attaccavo alla data quanto piuttosto al post in cui parli anche degli insulti alle donne (senza dire quali) e quello in cui no.

Grazie.

Alessandro



E questo è quanto.


 

 POST ORIGINALE


Avrete letto che Marco Coppola, presidente di Arcigay di Verbania, ha denunciato i testi omofobi del rapper Emis Killa, al secolo Emiliano Giambelli, contestando che il Comune di Villadossola abbia dato il proprio patrocinio a tre giorni di festa per raccogliere fondi, che hanno ospitato il suo concerto lo scorso 31 Agosto, come riportato in un articolo de La stampa dello scorso 24 Agosto.


In effetti la canzone Milano Male  incita all'odio per le persone omosessuali, con la frase  

I ricchioni che si fanno in strada e vorresti ammazzarli, (froci)  

mentre in Riempimi le tasche dice

 tu fai il marcio no uomo
sei frocio si sgama quando mangi il gelato col cono.

perchè cupido ha una mira di merda !
Si ficcasse l' arco in culo e diventasse frocio,
avrei meno problemi e più oro sul mio orologio.





Leggendo questi testi nella loro interezza saltano all'occhio frasi ben più gravi.
Nella canzone Broken Dolls si arriva addirittura a inneggiare al femminicidio:


Ti vorrei morta tipo ex di Fabri Fibra.
Magari ti trovassero a pezzi su una collina,
conosco chi per un paio di pezzi lo farebbe domattina !
Solita domandina: Amore mi ami ancora ?
io no non ti amo più e non amerò mai più una troia.
(...)ora che quando mio padre mi chiede di te,
io gli rispondo: per me è morta.
Porca troia ! sei una troia porca !

(...)
Tutte uguali: Mara Sara Chiara Patty Vale.
Cambia un cazzo !
non ti trovi bene ? Cambia cazzo.


Eppure queste frasi, altrettanto gravi, in quanto maschiliste e che inneggiano alla violenza sulle donne, l'Arcigay non le nota, non le denuncia.

PERCHE'?

Ho scritto a Marco Coppola chiedendogli lumi. Se mi risponde ve lo farò sapere


Purtroppo nessuna delle possibili risposte che mi vengono in mente giustificano questo silenzio, questa denuncia selettiva e corporativista.

1) Coppola fa parte dell'Arcigay ed è suo compito denunciare solamente le discriminazioni contro le persone omosessuali. Ci pensassero le donne a denunciare le frasi che offendono loro.

FALSO

La misoginia, il maschilismo, la violenza contro le donne hanno la stessa matrice patriarcale e fascista dell'omofobia. Sono due aspetti diversi della stessa intolleranza.

Denunciarle entrambe permette di fare causa comune e di ricordare vieppiù che quel che Coppola ha scritto sul sito dell'Arcigay a proposito delle frasi omofobiche di Zilla
Crediamo che il rispetto della libertà di pensiero, ancor più garantita nell'arte, nella cultura e nella musica, debba andare di pari passo con il rispetto della dignità della persona. Le Istituzioni hanno ancor più il compito di vigilare e tutelare i diritti fondamentali della persona.

E' questa una pessima pagina per la nostra provincia.
 valga anche e maggior ragione per le frasi contro le donne.


2) Le frasi contro le donne sono frasi di circostanza, un paradosso dell'io narrante che denuncia solo la sua rabbia ma non vuole davvero fare quel che si augura nel testo.

Se questo è vero per le frasi maschiliste e che inneggiano al femminicidio non si capisce perchè non si potrebbe dire lo stesso anche di quelle omofobiche.


In attesa di una risposta di Coppola riporto le dichiarazioni di Zilla che, sempre su La stampa si è difeso dalle accuse di omofobia con queste parole:

«Conosco la questione e mi dispiace. L’essere provocatori è una prerogativa dei rapper. Probabilmente chi mi critica non è vicino al genere e non ne conosce le dinamiche. Io interpreto un personaggio e spesso parlo ironizzando il pensiero di qualcun’altro. Non sono assolutamente omofobo, anzi approvo il matrimonio gay. Ho dichiarato di non essere favorevole all’adozione, perché la figura della mamma è fondamentale,
e questa, naturalmente, è la più squisita prova del maschilismo profondo di questo giovane uomo che pensa all'omosessualità esclusivamente in termini maschili (se dobbiamo far fede alla giornalista che ne ha riportato le parole) ignorando che ci sono famiglie omogenitoriali composte da due donne (vero Giuseppina?) che Zilla non prende inconsiderazione perché, evidentemente, l'omosessualità par excellence è quella maschile.

Spero che, per coerenza, Zilla non  auspichi che ogni figlio orfano di madre venga tolto al padre e affidato a un'altra donna...
ma siamo in un Paese democratico e credo di non aver detto nulla di offensivo.
Zilla, ma anche Francesca Zani, la giornalista che nel riportare le sue dichiarazioni non ha nulla da obbiettare,  confonde la democrazia col diritto di discriminare... Qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza.



Tanto per ribadire perchè del PD non ci si può fidare: sulle uscite paternaliste di Bersani alla Festa Democratica di Torino a proposito dell'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso

Il Segretario del PD Bersani passa davanti lo stand di Vorrei ma non posso. It's wedding time! alla Festa Democratica di Torino.

Vorrei ma non posso, it’s wedding time è una campagna promossa da Queever (ha discoteca di Torino con annessa associazione culturale) e Associazione Quore a favore del matrimonio paritario egualitario (altra espressione di compromesso ma migliore di quella con l'aggettivo omosessuale)

Daniele Viotti,  del Quore, del Coordinamento Torino Pride LGBT, promotore di Vorrei ma non posso di area PD (secondo Cristiana Alicata),  chiede a Bersani, dandogli democraticamente del tu, come mai il PD sul tema dell'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso che, ahilui e ahinoi semplifica nell'infelice formula matrimonio gay omosessuale [questa è l'esatta espressione che usa Daniele, come mi ha fatto giustamente notare in un commento  a questo post] cosa per la quale non smetterò di bacchettare (a furia di rompere la bacchetta) finché questo vizio di merda non ce lo togliamo  tutt*, sia così pavido.

Ecco il video.



Le cartoline cui accenna Daniele sono queste.






Chiare, efficaci, esaustive.


Torniamo al video.

Da notare l'atteggiamento di Bersani, dalla cafonaggine di accendersi il suo mefitico sigaro al paternalismo delle pacche sulla spalla. 

Da notare anche l'orribile presuntuosa e maschilista (sì, maschilista) risposta  della donna che lo accompagna che, pretendendo di parlare  a nome di tutte le donne (non si sa con quale investitura), mentre Bersani la indica a Daniele come esempio di percorso virtuoso (a piccoli passi) da seguire per i diritti lgbt commenta che di strada da fare ne abbiamo ancora molta. Ecco se almeno lei si leva dai coglioni e tace o almeno quando parla non pretende di parlare per tutte le donne noi saremo molto più felici.

Poi naturalmente ci sono da notare i contenuti politici della risposta di Bersani che da Presidente di un partito il cui acronimo significa Pavidi Democristi non può che nicchiare sul matrimonio nascondendosi dietro un Siamo in Italia.

Come nota lucidamente Andrea Tornese in un ottimo articolo sul Corsaro (al quale devo molto per questo post)
Il PD, con varie iniziative, si dà un appeal di partito aperto sui diritti LGBT per mascherare un conflitto interno lontano da una soluzione accettabile. E alcune e alcuni militanti LGBT che cadono in questa trappola propagandistica. Il PD ospita dibattiti e discute di matrimonio, offre spazi per la raccolta firme per varie iniziative popolari sul tema delle unioni civili, colora le sue feste dei colori dell’arcobaleno, vende (e qualcuno li compra!) spazi per bar e punti ristoro gestiti direttamente da associazioni LGBT, e nei fatti si adagia sul “siamo in Italia”.
Sempre Andrea commenta le risposte inesatte di Bersani facendo notare come
Negli USA, secondo Bersani, Barack Obama (...) avrebbe semplicemente detto che ogni stato è libero di legiferare come meglio crede. Falso. Il presidente americano (...) ha dichiarato che (...) che le coppie dello stesso sesso dovrebbero avere la possibilità di sposarsi (...) ed ha appoggiato l’abrogazione del Defense of Marriage Act (una legge approvata durante l’amministrazione Clinton che definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo ed una donna ed impedisce, nella terza sezione, l’equiparazione con le unioni tra persone dello stesso sesso). (...)

Obama, lo scorso 15 giugno, lo ha detto alla comunità LGBTQI americana:“Io non vi consiglierei mai di avere pazienza, non è giusto come non era giusto dire alle donne di essere pazienti un secolo fa o agli afroamericani 50 anni fa dopo decenni di inazione e indifferenza, ora avete tutta la ragione il diritto di chiedere, a voce alta e con forza, l'eguaglianza”.
Rimando a un altro articolo di Andrea nel quale ricorda con pervicace precisione tu la propaganda (mendace) sui diritti lgbtqi che Tornese dichiara con termine che non conoscevo solo un rainbow washing (un sostegno dei diritti lgbt di facciata e non di sostanza).

Ora, in tutta onestà, come ci si può chiedere di votare per questo partito?

martedì 4 settembre 2012

Asimmetrie nell'identtà sessuale: a proposito della distinzione tra comportamento e orientamento sessuale (1)

Sapete (ah non lo sapete?) che per me le parole omosessuale, eterosessuale, bisessuale, in quanto aggettivi sostantivati,  hanno come loro unico significato quello descrittivo.

Io sono omosessuale se intesso relazioni sessuali e o sentimentali con persone del mio stesso sesso, ovvero dell'altro (etero), ovvero di entrambi (bisex).

Ma in un mondo dove la norma è eterosessista e dove l'omosessualità (e la bisessualità vieppiù) stentano ad avere un posto di pari dignità nell'immaginario collettivo (cioè, più o meno, nei media, anche se l'immaginario collettivo comprende ben altro, dalle leggi ai costumi agli archetipi con cui memorizziamo il nostro vissuto sistematizzandolo secondo alcune direttrici narrative tramite le quali ci autorappresentiamo e ci spieghiamo comportamenti ed esiti di vicende personali) c'è da più parti l'esigenza di percepirsi (di definirsi) come gay e lesbiche.

Molto meno come bisessuali forse per lo stigma fortissimo tra le persone omosessuali con cui  la doppia opzione viene percepita come un furbesco escamotage per non scegliere e dunque per non definirsi. E anche perchè mentre per quanto macchiettistico e maschilista l'omosessuale, uomo e donna, un loro spazio nell'immaginario collettivo e l'hanno il e la bisessuale sono ancora praticamente sconosciut*.

Esigenza, questa della visibilità  non solo legittima o comprensibile, ma necessaria se vogliamo davvero crescere le nuove generazioni a un'abitudine alle omosessualità che vada al di là della tolleranza (pessimo termine visto che si tollera qualcosa che non ci piace) o della condivisione (termine migliore ma che tradisce una non piena diffusione) e si attesti verso l'unica vera istanza che sanziona la raggiunta eguaglianza: l'indifferenza, come ben spiegato nel mitico, profetico spot dell'ILGA portoghese.

Purtroppo le categorie che usiamo per essere visibili sulle quali e con le quali costruiamo la nostra identità sessuale (il cui orientamento è una parte cospicua) non sono neutre ma nate in un orizzonte eterosessista e patriarcale e portano con sè delle differenze di valore, di confine, di persistenza e di percezione.

Dalla psicanalisi (la cui vocazione ultima, non dimentichiamocelo mai, è sempre quella di normalizzare, sistematizzare, dirimere e redimere)  giunge una distinzione sulla quale si insiste tanto e che, riconoscendo la validità della mia premessa (il significato puramente descrittivo di questi aggettivi) differenzia un comportamento sessuale (l'uso descrittivo cui accenno io) e l'orientamento sessuale.
Che significa?

Che, per esempio, io posso percepirmi, dichiararmi, identificarmi come etero, ma avere un comportamento non esclusivamente eterosessuale.

In soldoni (chi psisomething perdonerà la brutale semplificazione) un conto è come mi percepisco o pretendo di percepirmi (mi sento etero anche se faccio sesso prevalentemente con persone del mio stesso sesso) un conto è il mio comportamento (in questo esempio caso omosessuale).


La cosa sospetta (almeno per me) in questa distinzione è che per spiegare in cosa non si è esclusivamente eterosessuali non si usa mai l'aggettivo bisessuale ma il suo opposto omosessuale.

Io posso identificarmi come eterosessuale ma avere un comportamento anche omosessuale.

Strano come la categoria bisessuale non venga usata.

Se sono anche omosessuale vuol dire che ho un comportamento bisessuale.

D'altronde l'omosessualità  viene percepita, grazie una certa opposizione definitoria che cade facilmente nel pregiudizio, di natura patriarcale e maschilista, come esclusivizzante: anche il più incallito degli etero diventa frocio e basta nell'immaginario collettivo quando ha anche una sola esperienza omosessuale tanto è forte lo stigma e il divieto all'omosessualità: anche solo il sospetto ti marchia.  (sintomatica la barzelletta del tipo che nella prova di resistenza dopo aver copulato con 98 donne di seguito alla 99ma non ce la fa e il pubblico, che fino a  quel momento lo ha incensato come esempio vivente di virilità, gli dà del frocio).

A ben vedere infatti le eterosessualità così come sono declinate nei due sessi, nel nostro immaginario collettivo eterosessista, patriarcale e maschilista, non sono distinte dallo stereotipo di genere.

Tradizionalmente le eterosessualità sono declinate in una femminilità e una mascolinità  squisitamente sessiste che vanno al di là del genere sessuale, tant'è che fino agli anni cinquanta, ma è un pregiudizio ancora fresco e latente pronto a risvegliarsi alla prima occasione, le omosessualità erano sussunte sotto le categorie di inversione sessuale: l'omosessuale maschio è una femmina mancata l'omosessuale femmina un uomo mancato.

Per cui a ben vedere l'eterosessualità non è un orientamento sessuale ma un modo di definire l'attrazione fisica e sentimentale come connaturata non già alla persona ma al genere.
Il maschio è per definizione attratto dalle femmine la femmina è per definizione attratta dal maschio. Ogni deroga è contronatura. Queste, tra l'altro sono le motivazioni per cui, ancora oggi, in Italia si giustifica il diniego all'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

L'annoverare l'eterosessualità nella sfera semantica degli orientamenti sessuali è dunque, in un certo senso, una forzatura.
Meglio, una risistematizzazione fatta dal movimento lgbt(qi) che  viene data troppo per scontata portando con sé, anche in chi si batte per spezzarne l'uso patriarcale, alcuni valori che rischiano se non di rendere vana la risistematizzazione di condurre a un'asimettria discriminante dove omosessualità ed eterosessualità non hanno lo stesso peso


La prima asimmetria è naturalmente con a differenza dell'omosessualità l'eterosessualità non viene mai dichiarata perchè, essendo la norma, viene data per scontata. Ma, a ben vedere l'eterosessualità è un concetto troppo generico e troppo labile per accomunare un gruppo di persone.
Tra due persone eterosessuali ci sono differenze talmente grandi che a nessuno  verrebbe davvero in mente di accomunarle solo perchè entrambe eterosessuali.

Due uomini eterosessuali possono avere e in realtà hanno nei confronti del mondo delle posizioni e punti di vista diversi tra di loro.
Altrimenti si potrebbe dire che Papa Ratzinger e Marx sono uguali perchè entrambi eterosessuali.

L'eterosessualità  di per sè non implica una stessa Weltanschauung, uno stesso occhiale ideologico. Proprio come non lo implica l'omosessualità.

Questo lo hanno creduto alcune lesbo-femministe separatiste e alcuni omosessuali (Mario Mieli in testa) confondendo cose diverse.

Per criticare il patriarcato eterosessista maschilista misogino e omofobico si è finito col criticare l'eterosessualità tout-court e tutte le sue forme di organizzazione sociale. (Basta leggere quel che scrive Mieli nel suo Elementi di critica omosessuale).

Per questo ancora oggi qualcuno (vero Cathy La Torre?) crede che la richiesta di estendere il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso sia una vocazione limitante (ci sono altre forme i convivenza oltre al matrimonio)  e borghese perchè confonde l'ideologia maschilista, quella che iscrive i ruoli sociali direttamente nell'essere uomo ed essere donna con l'orientamento eterosessuale tout court.

Scrivo questo con cognizione di causa essendo stato fino a pochi anni fa un convinto avversario del matrimonio gay proprio come oggi sono il più convinto sostenitore dell'estensione del matrimonio anche per le coppie dello stesso sesso.

Ma torniamo alle asimmetrie.

Mentre l'eterosessualità non fa fronte comune, l'omosessualità lo fa ma non per un motivo interno, per un qualcosa che riguarda l'omosessualità in sé,  ma per lo stigma che discrimina tutte le persone omosessuali (e bisessuali).

Per questo c'è l'orgoglio gay, quello che faceva basire Gaber e Biagi facendo loro chiedere cosa avranno mai da essere orgogliosi quelli, per combatere lo stigma.
Tu dici che sono malato, moralmente disordinato e io invece affermo con orgoglio la mia omosessualità. 

Un concetto politico che non è di immediata comprensione non solo per gli etero come Gaber e Biagi  ma anche per molti gay che non sopportano i militanti (e le militanti) col loro (nostro) orgglio con commenti come che cosa c'è da essere orgogliosi nell'avere gli occhi azzuri?

Tutti questi signori (e signore) si dimenticano che pur se di per sé l'omosessualità dovrebbe essere irrilevante proprio come il colore degli occhi o l'altezza COSI' NON E' dimentica o fanno finta di ignorare che nessuno è mai stato ricoverato in manicomio e sottoposto a diciannove elettroshock e undici coma insulinici per degli occhi chiari, come è successo nel 1971 a Giovani Sanfratelli, il giovane compagno di Aldo Braibanti, per guarire dall'omosessualità.


Quando dico che l'eterosessualità non fa fronte comune intendo dire che lo stesso patriarcato maschilista che si accanisce ancora oggi contro le persone omosessuali si accanisce anche contro quegli eterosessuali che proprio in quanto eterosessuali rifiutano una certa Weltanschauung sui ruoli di genere e annessi stereotipi, perchè si può essere etero e non maschilisti proprio come è vero il contrario, si può essere gay ed essere maschilisti e misogini.

Insomma si torna all'origine di questo mio post. L'appartenenza a uno di questi due orientamenti sessuali non definisce una ideologia, o una politica, un occhiale ideologico, uno stesso modo di guardare al mondo.

Se per le persone eterosessuali questo è abbastanza evidente (quanti etero si sentirebbero offesi dall'essere paragonati a Giovanardi?) non è altrettanto chiaro nel mondo lgbt.
Tant'è c'è chi, confondendo discriminazione con militanza crede che a essere omosessuali si è di sinistra perchè solo la sinistra combatte le discriminazioni. Il che è ridicolo perchè non solo ci sono omosessuali di destra ma ci sono pezzi di merda anche omosessuali, come ci sono tra i neri, tra le donne, tra i cittadini stranieri. Solo che, a differenza  degli omofobi, dei misogini, dei razzisti, l'essere prezzi di merda non deriva dal loro essere gay, donne, stranieri ma dalla loro persona la cui identità va ben al di là dell'orientamento sessuale o dell'identità sessuale.

Ma allora che senso ha distinguere tra comportamento e orientamento? Oltre alle innegabili convenienze descrittive questa distinzione a cosa serve, a cosa porta?

Ovviamente non ho risposte certe, né mi interessa cercare, da solo, qui di seguito riporto alcune osservazioni sparse e asistematiche, dei dubbi e perplessità che vorrei sviscerare con voi, mie e miei lurker.

Ma siccome stavolta vorrei davvero che mi commentaste e diceste la vostra per oggi mi fermo qui rinviando continuando questo discorso lungo e complesso in altri post.

domenica 2 settembre 2012

Il cardinal Martini e il provincialismo delle persone lgbt(qi): moriremo vatic-ani?

Non so voi ma io non tengo mai un uomo di chiesa in alcuna considerazione, qualsiasi cosa dica, qualsiasi apertura, vera o presunta che sia, faccia verso uno qualunque degli argomenti nei confronti dei quali la chiesa si mostra misoneista, reazionaria, sadica, prepotente, irrazionale, corrotta da una insana pulsione di morte.


Per cui leggere, come mi è capitato ieri su facebook, che Martini sia un uomo di sinistra, involontario e ridicolo ossimoro, per alcune sue aperture al mondo lgbt(qi).

Se diffido della chiesa non è solo per la sua profonda vocazione sadica (non so come altro definire una religione che mangia il corpo e beve il sangue del figlio del proprio dio perchè, per i cattolici dio è maschio, per la salvezza non dell'anima nell'aldilà, ma per la resurrezione finale, qui, su questa Terra, e col proprio corpo terreno!!!), ma per l'atavico conservatorismo reazionario, che fa definire contronatura qualunque novità e cambiamento nel know-how umano e donnano.

Un contro natura il cui limite la chiesa è costretta suo malgrado a spostare in avanti, dato che quotidianamente cambia la nostra capacità di interagire col mondo esterno, anche se arrancando da un ritardo di almeno 50 anni (bisogna prendere atto che ha fatto passi da giganti: 200 anni fa era ferma a posizioni millenarie...).

Se una volta gli antibiotici e le cure mediche erano strumenti di satana oggi lo sono solo la ricerca sulle staminali e il profilattico in fatto di prevenzione dalla malattie sessualmente trasmesse.

Così chi legge queste aperture come una vocazione progressista della chiesa o è di una stupidità disarmante o è un furbetto(a) della parrocchietta per vocazione reazionario(a) quando santa madre chiesa...

D'altronde Gaber lo aveva detto in una sua canzone (1981)
È vero, si perde un po’ il pudore a riparlare di morale
però mi fa un po’ schifo saltellare dal fanatismo più feroce
all’abbandono più totale
e praticare nei salotti la tecnica furbastra
di fare a gara chi è più a destra.
Insomma, se è morto Martini non me ne frega un cazzo.

Se ne scrivo è per criticare ferocemente i commenti di certi attivisti(e) del movimento lgbt(qi) che dovrebbero essere seppelliti(e), loro sì, dal pubblico ludibrio, perchè con questi loro commenti dimostrano la pochezza politica del loro operare.

Cominciamo, a caso, da Marrazzo, Fabrizio, portavoce del Gay Center

Ci uniamo al cordoglio per la scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini di cui ricordiamo la sua posizione di apertura nei confronti delle coppie gay.


Con Martini la cultura aperta al confronto sui diritti tra laici e cattolici perde un protagonista importante.
Ci auguriamo che altri vogliano prenderne il testimone.
I neretti (bluetti?) sono nel testo.

Lo so. La news non dice granché, si limita a rimandare a tre link uno del Fatto quotidiano, l'altro del Messaggero e uno di quotidiano.net.

Se facciamo una ricerca su internet Martini è ben visto da molti altri siti e attivisti gay.

Perchè?

Perchè sembra che quest'uomo di chiesa abbia aperto alle unioni gay.

Quello che trovo sorprendente in questi soloni della causa lgbtqi è l'impostazione di fondo con cui accolgono favorevolmente le affermazioni, come vedremo offensive e omofobiche, di Martini, e di altri ecclesiastici (cattolici laici) come lui, considerate positive partendo da presupposto che
Certo, Carlo Maria Martini rimane un uomo di chiesa e non ci si poteva aspettare chissà quali aperture (...). Ma, e qui, secondo me, sta il punto importante, non chiude ad altre realtà. (Roberto Russo su Queer Blog).
In base a questa considerazione si può arrivare a dire che Mussolini non è stato cattivo coi gay perchè a differenza di Hitler non li metteva nei campi di concentramento, ma li mandava solamente al confino.

Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Si tratta di legittimare, così facendo, posizioni che non sono legittime.

Non si tratta di censurare le idee di chicchessia.

Si tratta di denunciare che certe idee si trasformano in discriminazione, alimentino lo stigma, giustifichino la violenza omofoba fisica e morale.

Non credo che si tratti della politica del contentino (comunque una strategia piccola e naïf ) temo che si tratti di una certa inconscia vocazione a riconoscersi nella chiesa e nella sua morale sessista sessuofoba maschilista patriarcale e omo-lesbo-trasfobica.

Ma cosa ha detto Martini? Quali sono, se ci sono, le aperture?

Non c'è bisogno di di cercare le sue dichiarazioni così come riportate dalla stampa italiana nel corso degli anni basta leggere un libro scritto a quattro mani con Ignazio Marino (sì quello PD)  Credere e conoscere pubblicato da Einaudi, che, secondo l'Espresso online, riprende e amplia molti dei temi affrontati dal senatore chirurgo e dall'illustre biblista, già cardinale di Milano, nel Così è la vita pubblicato da "L'Espresso" sul numero 16 del 27 aprile 2006.

Nell'articolo del 2006 non c'è traccia della questione lgbt riportata invece nel libro, dove si può leggere:

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. [...] Sono pronto ad ammettere il valore di una amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso. [...] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita. Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale. Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti. (pp. 48-49)
Ancora, sul riconoscimento di una legislazione ad hoc sulle coppie gay e lesbiche:
Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. [...] Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio (pp. 50-51)

Ringrazio Dario Accolla sul blog del quale trovo le citazioni.

Aggiungo un altra citazione dedotta da Gayin.tv
Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d' altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela.
Cioè l'universalità del primato eterosessuale della famiglia è talmente diffuso che non c'è bisogno di difenderlo perchè lo è naturaliter.

Considerazioni offensive, discriminatorie e sbagliate, a ben vedere, basta scrolalrsi di dosso il provicnalismo di chi dopo averci brucaio nei roghi apre degli appareti spiragli di tolleranza secondo una tecnica ben affinata che vuol in realtò fare concessioni minori per ribadire la discriminazione principale.

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto.
Dal che si evince che le persone omosessuali sono dei deviati, donne e uomini mancate secondo la vecchia vulgata degli anni 50 (lo avevo già detto che la chiesa è indietro su tutto).

Una distinzione talmente ridicola oltre che omofobica che a stretto rigor di termini dovrebbe accludere e non escludere le donne e gli uomini omosessuali. Ma così non è.
la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto.
E sì sa, la dottrina riguarda le unioni tra uomo e donna perchè tra due persone dello stesso sesso c'è solo

il valore di una amicizia duratura e fedele.
[...] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita.
Famiglia riuscita. Ergo le coppie dello stesso sesso non sono una famiglia riuscita, perchè.
Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale.
Che, di nuovo, la coppia dello stesso sesso non ha-
Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti.
Certo Martini concede (bontà sua) che

Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli.
Cioè laddove i rapporti omosessuali sono notoriamente instabili perchè promiscui  (ricordate le recenti dichiarazioni di CL?) se questi possono avere una certa stabilità lo Stato potrebbe anche favorirli. Ma
la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio…
Eppure, sono molti quelli e quelle che dinanzi queste parole offensive e discriminatorie hanno parlato di apertura al mondo gay.

Dal già citato Gay Center che parla di posizione di apertura nei confronti delle coppie gay a Roberto Russo che su queerBlog afferma che Il dialogo si costruisce a piccoli passi (e mi rivolgo a chi cerca il dialogo con la chiesa cattolica e con le chiese in genere): ed è innegabile che Martini sia stato l’uomo del dialogo dopo aver citato alcune frasi del cardinale senza rendersi conto della loro profondo pregiudizio:
Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliano assolutamente che non sia?
Ci si dimentica he l'unico istituto che riconosce alle coppie pubblicamente dignità in Italia è l'istituto matrimoniale cui le coppie etero posso già accedere.

Eppure Imma Battaglia e Paolo Patanè gioiscono  (secondo Gayin.tv) di qyeste aperture.

Altra dichiarazione di Martini(dedotta dal sito gaywave)

se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni.
Dal che si evince che le unioni tra persone dello stesso sesso non sono favorevoli al prosegumento della specie umana e alla sua stabilità, e che queste unioni sono di altro tipo ma non familiare o matrimoniale.

Una vecchia tecnica che concede qualche dettaglio secondario senza retrocedere di un millimetro dal rifiuto principale, la pari dignità, l'uguaglianza.

Eppure all'autore del post su gaywave queste dichiarazioni sono da considerare in qualche modo importanti, dal momento che per la prima volta, una figura importante della chiesa cattolica si è espresso in favore delle coppie gay. 

Il che è come dire che se non ci descrivono come malati da curare o da internare tutto il resto  è espresso in favore!

Per tacere dei nomi illustri e meno illustri che hanno cliccato "mi piace" su facebook alla comparsa di questo o quell'articolo sul libro di Martini e la sua apertura (sic!) alla causa!

Non c'è che dire. Moriremo vatic-ani...

sabato 1 settembre 2012

Al limite della notte di Michael Cunningham. Quando l'omofobia è dura a morire

Sto leggendo Al limite della notte (By Nightfall) di Michael Cunningham, Bompiani, Milano 2010, sì quello di The Hour e della casa alla fine del mondo, che sono diventati entrambi film, questo invece, ancora no.

Il romanzo, verbosissimo e a tratti noioso, racconta di Peter, della sua vita adulta, sposato con Rebecca, e i continui riferimenti ai suoi ricordi della vita familiare un fratello maggiore gay, Matthew, morto a 22 anni di aids anche se la parola non viene mai detta, e i ricordi del suo corteggiamento di Rebecca, e la presenza del piccolissimo cognato Erry (Ethan) , oggi bellissimo ragazzo ospite di Pete e della moglie che Peter si scopre, suo malgrado a desiderare.

Il racconto è verboso e caotico perchè Cunnigham adotta un stile incrociato, da un lato un narratore che riporta esternamente le sensazioni i pensieri e i comportamenti di Peter ai quali si sostituisce  senza soluzione di continuità un timido flusso di coscienza, dove i pensieri di Peter vengono riportati direttamente senza mediazione alcuna del narratore.

Uno stile elegante e ben riuscito se non fosse che la materia raccontata è banale,  non particolarmente brillante da giustificare uno stile così sofisticato.

Ma non è per parlare di questo che sto scrivendo queste righe.

Subito dopo essere rientrato dalla galleria d'arte che dirige in seguito a un malore, Peter sorprende Matthew dormire nel divano di casa. Ne apprezza la bellezza da statua bronzea e si sorprende ad accovacciarsi per sbugiardalo più da vicino e viene tentato di sfiorarne il viso. Cosa che evita di fare.

Ed ecco come il narratore riporta le reazioni di Peter:

Wow. Cos'è questa storia?
Certo, in famiglia c'è del DNA omosessuale, e si è masturbato con il suo amico Rickie per tutte le medie, e, chiaro, è in grado di cogliere la bellezza degli uomini, ci sono stati momenti (un adolescente vicino a una piscina a South Beach, un giovane cameriere italiano al ristorante Babbo) ma non è successo nulla e lui, a quanto gli apre di capire non ha represso nulla.  (p.114)
Che, per essere scritto da un autore omosessuale è ridicolo e discutibile anche se sta semplicemente descrivendo i pensieri di un suo personaggio e non già quelli suoi stessi.
Ma quante volte a noi gay è capitato lo stesso con l'altro sesso senza che questo mettesse in discussione minimamente l'orientamento sessuale?

Mi chiedo, siamo sicuri che il reprimere le pulsioni omosessuali derivi dalla paura dello stigma  e non da qualcosa di più profondo, di più radicato?

Quello stesso qualcosa che fa percepire l'eterosessualità come l'opzione di default, mentre quella omosessuale solo una opzione accidentale che si scopre dopo, in un secondo momento, magari dopo un periodo di eterosessualità poi rivelatasi vana e per certi versi menzognera dalla quale si è usciti malconci e in disperato bisogno di un sostegno per ricostruire la propria identità omosessuale?

Non sentitevi spaesati.Non deduco tutto questo dal romanzo di Cunnigham, ma da una serie di considerazioni sulla bisessualità in una mailing list a proposito di alcune dichiarazioni infelici di Alessio Cuvello Mr Gay Italia 2012 che riguarderanno un prossimo post.

Quel che mi ha fatto cascare dal divano dove sto leggendo Al limite della notte è nel capitolo successivo dove la voce narrante racconta alcuni ricordi di Pter e suo fratello Matthew da bambini. e sentite come l'io narrante, non già Peter ma l'io narrante direttamente racconta dei segni evidenti dell'omosessualità di Matthew:

[i loro genitori] non obbiettarono nulla quando Matthew cominciò a mettersi mutandine da donna per andare a scuola, né quando annunciò il suo proposito di dedicarsi al pattinaggio artistico. (p. 116)
Vi ricorda qualcosa? A me sì, esattamente gli stessi indizi che per il dottor  Norman Spack citato nel libro The Trangender Child A Handbook for Families and professionals sono segno evidente di transessualismo o, comunque, di genere non conforme. Ma essendo Cunnigham della generazione precedente (classe 1952) per lui questi sono ancora i segni evidenti di una larvale omosessualità (Matthew ha all'incirca 12 anni quando vengono raccontati questi fatti).

Schiavi di un pensiero omologante e giudicante non si possono nemmeno indossare mutande a fiori (perchè quel mutandine femminili non può certo riferirsi all'anatomia delle mutande visto che anche se gay larvale Matthew ha sempre pisello e testicoli da contenere e le mutandine da donna anatomiche sono oltremodo scomode)  senza essere catalogati in una categoria che  esclude da tutte le altre (guai a indossare mutande femminili e a non essere gay o transgender, anzi più che guai, è impossibile). Senza essere divisi dai nostri simili esseri umani e donnani e marchiati a vita da questa o quella definizione che sovrasta la sua funzione descrittiva diventando veneficamente prescrittiva tanto da indurci in riassegnazioni chirurgiche del sesso.

Non so voi ma io sono stufo e arcistufo.

Michael Cunningham  
Al limite della notte  
BOMPIANI Milano, 2010,







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domenica 26 agosto 2012

Terza e conclusiva serata del Gender DocuFilm Fest 2012

Il primo dei due documentari in concorso per la terza e conclusiva serata della terza edizione del Docu GenderFilm Fest non l'ho proprio capito.

Sto parlando di Habana muda (Francia/Cuba, 2011) di Eric Brach. 

La storia imbarazzante nella sua semplicità.
Chino è un giovane cubano muto, padre di due bambini che ha avuto da Anaylis, anche lei sorda.
Nella vita di Chino c'è anche il messicano Josè, che, innamorato di Chino, vuole portarlo con sé in Messico.
Per farlo rimanere in Messico, visto che in quella nazione il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è consentito, Josè chiede a una sua amica di sposare Chino, così da fargli ottenere la cittadinanza.
Chino, dal canto suo, vuole andare in Messico per lavorare e mantenere la sua compagna e i suoi figli. La donna lo incita a a non trascurare il suo fidanzato mentre un suo amico lo prende in giro dicendo che prenderlo al culo fa male.

Poi, quando Josè viene  visitare Chino a Cuba e i due si presume facciano sesso (anche se il documentario non ci suggerisce nulla in questo senso)  Anaylis improvvisamente chiede a Chino di fare sesso col preservativo perchè teme possa farlo senza protezione con Josè (si sa i gay sono tutti sieropositivi...). L'idea di fare un controllo non sfira l amente nè di Chino nè di Anaylis.

Chino non mostra alcun affetto per Josè se non la gratitudine del povero al quale vengono dati denari e regali (per i figli).
Poi improvvisamente le cose cambiano. In un lasso di tempo che non ci è dato sapere con certezza Josè torna a Cuba con la donna che Chino deve sposare se vuole andare in Messico e col suo nuovo compagno (anch'egli muto) spiegando a Chino che gli vuole ancora bene e che lo aiuterà ancora ma che il loro rapporto non sarà più come prima.

Il film si chiude con Anaylis che si augura che quando saranno partiti per il Messico Josè, la futura moglie di Chino e il compagno di Josè non si dimenticheranno di lei e della sua  famiglia.

Adesso spiegatemi voi il senso di questo documentario perchè a me me sfugge completamente l'intima sua ragione di esistenza.

Se sono chiari i motivi per cui Chino va a letto con Josè (ma ci va?) per i soldi (il documentario  mal celando una visione classista del povero cubano costretto a prenderlo nel culo o comunque a fare sesso con un altro uomo, ma che, da furbo, è comunque disposto a farlo,  per la sua donna e i suoi figli non si capisce proprio perchè Josè debba fare tutto ciò per Chino.

Non ci sono ragazzi mercenari in Messico? 

Durante il documentario Josè straparla di volersi comperare una famiglia perchè lui una propria non potrà mai averla,  lo vediamo confrontarsi con Anaylis che lo accetta come un grande benefattore...
L'amore declamato di Josè non è mostrato o colto dal documentario che sembra snaturare ogni cosa: l'amore omosessuale mediato dai soldi, i soldi che mediano transizioni sessuali. Cuba che è dipinta come uno stato povero (mostrando anche una scena di combattimento tra galli motivo per il quale il documentario dovrebbe essere andato al rogo) una povertà esotica senza che ce ne vengano ricordate le cause che sono in primis l'embargo...

Un documentario che cammina sul pericoloso crinale del turismo sessuale con l'unica differenza che Chino non è un minore e Josè non è un pedofilo.

A che serve questo  documentario ? Cosa vuole raccontare? Cosa ci vuole dimostrare? Qual è la causa per cui lotta, per quale argomento vuole disperatamente spezza una lancia?

Un film imbarazzante e morboso che speravo proprio di non vedere.


E' poi la volta di un vero documentario, sofferto e dall'argomento sensibile
Das outing (Austria 2012) di Sebastian Meise e Thomas Reider.
In questo documentario i due autori austriaci seguono per diversi anni Sven, che da quando ha 16 anni ha delle pulsioni pedofile, verso i bambini.
Un racconto nel quale tenendo fermo come unico paletto la non possibilità di mettere in atto queste pulsioni permette a Sven di dare loro corpo, sviscerando al contempo le perplessità e i timori di pulsioni che Sven per primo critica, e anche di dare corpo a un desiderio pensato e mai agito, ma detto e non censurato. Con un rigore altissimo sia dal punto di vista cinematografico (per cui non ci sono mai ambiguità nel registro narrativo) e in quello del discorso intrapreso Sven siconfronta con altripedofiliin un forum, aragona la proipa conpulsivitò nel fare foto conq uella di un altropedofilo esibizionista che si masturba davanti ai bambini(e che ha chiesto la cstrazione coe strema ratio), racocntandole prime cotte per i bambini, la sua eccitazione il rapporto ccoi figlid ella copmpagna di suo fratello, il rapporto con i genitori e anche il suo cercare di convolgiare le sue pulsioni pedoflie con dei ragazzi giovani ma maggiorenni.
Un documentario unico del quale siamo del tutto sprovvisti a restituirne la potenza l'onestà intellettuale e la forza che, e non meraviglia, ha ricevuto il premio della giuria, quello del pubblico è andato al documentario francese Les carpes remontent les fleuves avec courage et persévérance.


Infine è stato prestato un video fatto dagli studenti arcobaleno della Louis di Roma
   da un'idea di Giovanni Pizza, per la regia di Anton Giulio Onofri, riprese di
Niccolò Pucci e con Giovanni Pizza, Corinna Ligorio, Carlo Basile ed
Erica Cristadoro.



Un'edizione equilibrata questa terza che ha visto una timida presenza delle persone lesbiche (un documentario su sette) che è già una novità rispetto la scorsa edizione dove nessuno dei documentari aveva per protagoniste le donne omosessuali, una forte presenza della tematica transgeder (inevitabile in un festival consacrato al gender) e che ha presentato quest'anno importanti novità come il seminario e la performance di danza.

Un piccolo ma importante festival che ha il pregio di presentare a Roma film a  tematica altrimenti inediti, e che speriamo presto possa avere una collocazione tutta sua meno estiva e vacanziera.
Dopo tre edizioni se lo merita.

sabato 25 agosto 2012

GenderDocu Film Fest 2012 seconda serata

Che cosa è il Gender (genere sessuale)?
E' caratterizzato da tre aspetti:

1) Biologico (si è maschi, femmine o intersex)
2) Identità (la disforia basata su fattori ormonali, in aumento per via del cibo che mangiamo pieno di ormoni)
3) espressione di genere (determinata culturalmente)

Questo il nodo centrale  della chiacchierata con Jonathan Skurnik di ierisera, alle 20-00, prima della proiezione dei due film della seconda serata del GenderDocu Film Fest 2012.


Come avevo intuito, e ierisera Skurnik me ne ha dato conferma, questo modo di pensare il genere sessuale (gender) è platonico e realista.
Individua, cioè, delle differenze dal modello standard (culturale e stereotipato) di maschile e femminile e invece di provare a cambiare aspetti e connotati culturali cerca di trovarne la radice della differenza nella biologia, che è un po' come cercare il gene dell'omosessualità, cioè trovare scritto nella biologia del nostro corpo frutto di una evoluzione biologica durata milioni di anni un concetto culturale che nasce quasi 200 anni fa...

A riprova che diagnosticare il transgederismo  in persone prepuberali è un abominio Skurnik ci ha aggiornato su quanto successo ad Anneke dopo i fatti raccontati nel suo cortometraggio: Anneke è stata convinta alla riassegnazione del sesso, dai genitori e dal medico e oggi è un ragazzo.

Skurnik stesso ha dovuto ammettere che questa scelta è frutto di un pregiudizio altrimenti Anneke sarebbe rimasta nel suo stato di genere fluido.

Quel che Skurnik intende per genere fluido è semplicemente una femmina (un maschio) che non si conformano agli stereotipi di genere.

Mai come ierisera mi è stato chiaro le persone le vittime del nuovo millennio sono le persone transgender definite (e discriminate) in base allo stesso equivoco epistemologico terzosessista che ha preteso per decenni che i gay  e le lesbiche fossero femmine e maschi mancati.

Oggi è la non conformità agli stereotipi di genere  a farti entrare nel transgenderismo.

Skurnik cita un libro che tiene in grande considerazione The Trangender Child
A Handbook for Families and professionals di Stephanie A. Brill, Rachel Pepper a pagina 3 del quale nel paragrafo How Can You Know a Child Is Transgender? si legge:
The Trangender Child A Handbook for Families and professionals

Siamo tornati davvero agli anni 50 e il grosso guaio è che nessuno sembra non solo accorgersene ma nemmeno provare a fermare questi nazisti, questi Mengele del transgenderismo che femminilizzano e maschilizzano maschi e femmine appena questi preferiscono un costume da bagno con un fiore in più o fanno la pipì in piedi...

In realtà, spiegano le due autrici,

Quindi i bambini e le bambine che no si omologano agli stereotipi di genere vengono catalogati come gender-nonconforming child.

Come dire che le lesbiche e i gay sono sexual orientation-non conforming people...

A pagina sei di questo libro degli orrori si legge questa definizione




Se lo fai per poco va bene, se lo fai per molto, o per sempre, allora sei non conforme.

Più fascista di così!




Intelligenti, artistici e sensibili, proprio come una volta si diceva dei gay.

La cosa sconvolgente è che invece di modificare il mainstream   si vedono questi bambini e queste bambine come persone che vanno contro il mainstream.
Cioè conta di più un concetto che dovrebbe servire a descrivere la realtà invece di tener conto che se quel concetto non descrive più la realtà in maniera adeguata è il concetto a dover essere modificato. Invece questi Nicolosi del transgenderismo pretendono di modificare le persone pur di non mettere in discussione l'idea che mettere una mutanda coi fiori sia una cosa da femmine


Tornerò su questo libro appena avrò modo di leggerne qualche stralcio in più. Intanto santo amazon.com e le sue preview!


poster3E veniamo ai film visti ieri sera.

Il primo è Gvarim Bilti Nir'im (The Insible men) un documentario  di  Yariv Mozer che racconta la storia di Louie, un ragazzo gay palestinese che vive da 10 anni, da clandestino, a Tel Aviv.
Tramite i racconti suoi e di Abdu e Fares, altri due ragazzi arabi palestinesi, conosciamo storie di rifiuto, di arresti in Palestina (dove l'omosessualità è reato) e in Israele dove Louie non può avere un regolare permesso di soggiorno in quanto palestiense viene continuamente arrestato e rimpatriato in Palestina (anche quando ha ottrnuto l'asilo in un paese terzo...) non importa le minacce di morte ricevute dal padre..., ancora storie di ludibrio familiare che arriva sino alle minacce di morte.
Quando un amico di Louie mostra alcune sue foto intime col suo ragazzo a suo padre questi lo aggredisce con un coltello colpendolo in viso sul quale rimane, indelebile, una cicatrice.

Un doppio orrore quello della cultura arabo palestinese che uccide i figli maschi omosessuali e quella nazista del governo di Israele che in nome di un odio razziale cieco e ignominioso (la storia non insegna nulla a nessuno a quanto appare...) rispedisce gli arabi a casa loro anche se sono froci e possono crepare sgozzati come agnelli (sono parole di Louie).

Un film di palestinesi e arabi, dove Luoie soffre a lasciare Israele che considera posto vicino a casa sua e non vuole imparare una lingua e una cultura altra (andrà in Svizzera in un paesino con la neve...) che ignora il consumismo gaio dei palestinesi ma mostra come gli arabi palestinesi vivono la propria omosessualità da clandestini in Tel Aviv (una festa una volta al mese in posto segretissimo, perchè molti arabi lavorano nella zona palestinese della città e se vedono un parente omosessuale lo rapiscono lo riportano a casa e lo uccidono...).
Un documentario che dice molto e informa e denuncia mostrando come molti israeliani e israeliane, militanti, volontari, avvocati, aiutino questi giovani uomini la cui vita è indifferente al governo di Israele.

Però il documentario è troppo scritto, troppo leccato, una fotografia splendida, ha tropo la vocazione di cogliere le cose nell'attimo in cui succedono (Louie riprende  con una sua telecamera i suoi cani proprio quando arriva la polizia a fare una retata e lui si riprende mentre si nasconde dai poliziotti e chiama il regista del film... regista  che non appare mai in campo.
Quando Luoie deve lasciare la sua casa per alcuni giorni lo vediamo dormire per strada (cioè il regista si limita a filmare la sua notte all'addiaccio? Non poteva ospitarlo a casa sua o da amici?).
TIM42
Abdu, uno dei tre protagonisti del documentario

25
Louie, il protagonista.
. Notare la cicatrice sulla guancia
segno della coltellata infertagli dal padre
33
Fares, il terzo palestinese del documentario
I tre giovani arabi sono bellissimi (beh il terzo forse un po' meno) e sono fino troppo disposti a farsi riprendere (e solo alla fine del film ci viene detto che hanno accettato solo dopo che i governo di paese terzo che ne ha accettato l'asilo politico garantiva per la loro protezione).
Insomma un documentario che ha troppo la vocazione del film, fatto che se non intacca minimamente la potenza o l'importanza della denuncia e del racconto che fa, getta però un'ombra ambigua sull'etica e la politica di un racconto che si presenta per altro da quel che è, spacciandosi per racconto vero, immediato, per un documentario mentre è una ricostruzione che pur non intaccandone la verve informativa ne appanna quella documentale, piegando la verosimiglianza alle esigenze dello spettacolo (come l'insostenibile lieto fine) e del racconto.
Per cui alla fine meglio leggere un articolo, magari quello di Sarah Schulman sul New York Times che vedere un documentario che si fa vedere come un film senza essere alla fine nessuna delle due cose.


E poi la volta di Unter Männern: Schwul in der DDR [t.l. Tra uomini froci nella DDR] (Germania 2012) di Ringo Rösener, Markus Stein. 


L’idea di realizzare il documentario è venuta a Ringo Rösener, che è partito dalla considerazione di essere nato nella DDR nel 1983 e di non avere dunque memoria di come fosse la vitae da gay nella Repubblica Democratica Tedesca e cerca di ricostruire quel tempo attraverso le interviste a sette uomini gay:
Il parruccheire Frank Schäfe, figlio di un noto comico della DDR, regolarmente arrestato dalla polizia (una volta anche stuprato);  Jürgen Lemke, autore di un libro sulla vita gay nella DDr del 1989 dal titolo Ganz normal anders; Christian Schulz un insegnante di latino che cerca di sublimare l'omosessualità nello sport e poi cerca di curarsi da uno psichiatra prima di risolvere le proprie pulsioni, come molti altri, nei gabinetti pubblici; Helwin Leuschner, figlio di immigrati tedeschi in Cile che pensa alla DDR come al paradiso per gli omosessuali.  Non manca l'attivista più famoso della DDrREddy Stapel detto il pastore dei gay tenuto sotto controllo dalla Stasi (I servizi segreti di Stato), che gli mandò persino quattro Romeo, spie che dovevano fidanzarsi con lui e riferire tutto ai superiori... fino al famoso illustratore grafico  Jürgen Witt che non si rende subito conto di essere gay saranno i suoi estimatori che apprezzano i suoi ritratti di nudo maschile a fargli capire la propria omosessualità rivolgendoglisi come se ne fosse consapevole... Infine Joe Zinner, il più giovane degli intervistati che vive da gay in un villaggio della Turingia, scoprendo che dopo aver fatto coming-out altri troveranno il coraggio di farlo...

Il documentario è caratterizzato da una reticenza cui fa da contraltare quella degli intervistati. Nulla ci viene detto della vita nella DDr in quegli anni che non venga dedotto dal racconto, rapsodico e parziale, dei sette intervistati.
Un racconto caratterizzato da brani di vita personali che però non distinguono  sempre la vita da frocio nella DDR ma più in generale quella di una intera generazione di omosessuali che, per esempio, non avendo locali dove incontrarsi, andava nei cessi, ma questo, ricorda  giustamente Stapel, accadeva non solo a Berlino ma in tutte le capitali europee.
Quello cche manca al documentario è un punto di vista proprio che si ponga tre le dichiarazioni degli intervistati e il suo pubblico fornendogli informazioni, uno sfondo storico dal quale queste sette interviste possano emergere come testimonianze, Tutto invece è appiattito dall'ingenua convinzione che basti il racconto di ciascuno di loro per farne una testimonianza storicamente spendibile dalla quale gli spettatori e le spettatrici possano imparare qualcosa. I due autori del documentario non glossano mai nemmeno su alcune affermazioni infelicidei sette intervistati come quella di Schäfe che si chiede come sarebbe svegliarsi un giorno eterosessuale paventando le lunghe serate a corteggiare le donne portandole a cena e intavolando lunghe conversazioni aspettando che siano pronte  (per andare a letto) o il racconto di Witt che nara di come uno dei suoi denigratori una sera, lasciato dalla moglie, ubriaco, pensò di penetrarlo, ma fui io a penetrare lui, era troppo ubriaco per difendersi,  e così mi sono vendicato.

A parte alcuni timidi brani tratti da filmati e foto dell'epoca e varie scene del primo film apertamente a tematica gay prodotto nella DDR  Coming Out di Heiner Carow del 1989 che uscì lo stesso giorno che il murò crollò, del quale il documentario si diverte a rivisitare spazi e scene, il film manca di una vera curiosità storica che contestualizzando queste sette testimonianze restituiscano davvero uno spaccato della vita da froci nella DDR. 
 

Nessun accenno storico, nemmeno al famigerato paragrafo 175, abolito nel 1094, che rendeva l'omosessualità maschile illegale, cose che magari sono note ai tedeschi (militanti omosessuali) ma assolutamente ignote al resto dei cittadini europei cui pure il film si rivolge.

Tutte le informazioni sui sette intervistati e sulla situazione nella DDR non li ho dedotti dal documentario ma dal press-book del film e da  un articolo preziosissmo  al quale devo quasi tutto di Simone Buttazzi che ne ha palrato lo scorso Febbraio durante il passaggio del documentario al festival di Berlino.

Unter Männern: Schwul in der DDR è più interessato a rivisitare i gabinetti dove si faceva sesso (oggi in disuso ma ancora accessibili) che a contestualizzare la vita da gay nella DDR. Dopo un'ora e 30 di proiezione sulla vita dei gay nella DDR non ne sappiamo molto di più che prima di aver visto il documentario che  si attesta su una sensibilità gay consumistica quella delle discoteche e del sesso promiscuo (con qualche perla qui e là magra consolazione data l'estenuate durata di 90 minuti del film che poteva durarne benissimo la metà).
Del tutto inutile  la testimonianza di Joe Zinner simile a quella di tanti altri gay occidentali (paura, accettazione litigio con la madre) col quale pure, il film si conclude. Vediamo Zinner che per tutta l'intervista si è mostrato col pizzetto radersi, truccarsi e vestiri da donna, nei panni della “principessa del vetro”, e camminare salutando tutti per le vie del suo paesino  nella Turingia mentre ascoltiamo l'aria O mio babbino caro dell'opera Gianni Schicchi (1918) di Giacomo Puccini nella quale la figlia minaccia il suicido se il padre non le farà sposare l'uomo che ama...
Un finale queer per un film che sussume la vita delle persone omosessuali (solo gli uomini le donne non contano) secondo i canoni del gay gaudente e grande consumatore di sesso, senza mostrare (anche se qualche accenno alla vita di coppia vene fatto) le loro famiglie o i loro rapporti stabili, senza nemmeno riannodare, anche con pochi cenni, le fila di questi racconti passati con la contemporaneità della vita delle persone omosessuali. Quasi a ipostatizzare che tra allora e adesso non ci siano differenze. Come se nelle confessioni della pavidità e nella vita di sotterfugi e vite nascoste si celi la vera cifra esistenziale dei froci (non solo) della DDR  non per costrizione sociale o omofobia intriorizzata, ma per vocazione propria, per congenialità.


Un film inutile, noioso e irritante del quale si poteva benissimo fare a meno.