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giovedì 10 ottobre 2013

Con le migliori intenzioni. Il pregiudizio sull'omosessualità si nasconde purtroppo anche nelle persone gayfriendly. L'esempio del blog Gemelli Ribelli.

Il post nasce con le migliori intenzioni e vorrebbe spezzare una lancia a favore dell'omosessualità, considerandola come una delle opzioni di default.
La sua autrice madre di due gemelli di due anni dice di volerli crescere con questa idea.

Purtroppo anche partendo da una intenzione così encomiabile questa mamma cade in alcuni equivoci che dimostrano come il pregiudizio e la disinformazione sull'omosessualità si annidi anche in chi è mosso dalle migliori intenzioni.

Già nell'incipit questa mamma mostra le idee confuse, confusissime, quando si riferisce all'omosessualità come a una scelta sessuale.

E' d'uopo ricordare a questa donna disinformata che l'omosessualità non è una scelta proprio come lei non ha scelto di essere etero e, cosa ancora più importante,  che l'orientamento sessuale non riguarda solamente il sesso ma anche l'affettività.


Non è una questione di parole, ma di concetti. Scelta sessuale è doppiamente infelice e non andrebbe mai usato.

Non per questo, però, l'assunto del post l'intenzione della madre di evitare di condizionare i figli nel processo di presa di coscienza di quello che sono e che saranno non è condivisibile, anzi, è senza dubbio encomiabile.
 Anche il fatto che la mamma dica ai suoi due bambini che da grandi avranno una fidanzata o un fidanzato è una scelta fantastica. C'è da commuoversi, davvero.

Però la maggior parte del post non verte sull'orientamento sessuale ma sul sessismo, cioè sui ruoli e gli stereotipi di genere.

Infatti quando la mamma si chiede

Come si costruisce quindi, insieme a dei duenni il concetto di genere e sessualitá senza cadere nella trappola del condizionamento sociale?
L'orientamento sessuale in questa domanda non c'è.  A meno che l'orientamento sessuale non sia per lei riassunto nella parola sessualità. E i sentimenti?

Comunque sia nel resto del post la nostra mamma parla solo di lotta contro il sessimo che con l'omosessualità c'entra come i cavoli a merenda.


Eppure nel raccontare la reazione dei familiari a queste sue lotte contro il sessimo la nostra tradisce un pregiudizio sull'omosessualità:

quando i gemelli mi guardano mentre mi metto lo smalto sulle unghie dei piedi e lo vogliono anche loro…io lo faccio. (...) Tutti felici se ne vanno dai nonni con le unghie rosse e a me arrivano all’istante occhiate di rimprovero. Ora, non è che i nonni siano omofobi,
Se i nonni guardano con rimprovero la mamma perchè fa mettere ai figli di due anni lo smalto rosso i nonni non sono omofobi ma sono sessisti.

Lo smalto, che è un cosmetico femminile, non denota omosessualità!!!

Annoverare la reazione  negativa dei nonni allo smalto rosso come omofobia vuol dire dare per scontato e per tacito che gli omosessuali si mettano lo smalto rosso...

Adesso essere gay non significa essere Platinette...

Se un bambino vuole mettersi lo smalto o vuole giocare con le bambole

a) non per questo è meno virile o meno maschio.

b) non per questo sarà sicuramente omosessuale.

La confusione che nel post si fa tra ruoli di genere e omosessualità (senza tenere conto che poi si dovrebbe distinguere tra comportamento* e orientamento* sessuale) indica un (pre)giudizio sull'omosessualità che vede i maschi gay come femmine mancate e le femmine lesbiche come maschi mancati.

Un pregiudizio talmente interiorizzato che anche questa mamma nonostante la sua battaglia contro il sessismo dimostra di avere ben radicato.

Dopo aver fatto notare tutta una serie di atteggiamento sessisti delle persone che la circondano che lei trova a ragione ingiustificati alla fine quando negli altri il sessismo si trasforma in preoccupazione che i due bambini possano così diventare gay la nostra mamma non rispedisce al mittente questo odioso pregiudizio perchè infondato ma lascia intendere che anche se fosse non ci sarebbe niente di male. 

Per lei evidentemente se il rosa in un maschietto non fa femmina fa sicuramente gay.

Questa mamma deve fare un passo ulteriore e insegnare ai suoi figli che mettersi lo smalto non fa di loro due gay e che essere gay non significa scopare con persone del proprio sesso ma amare, innamorarsi, volere vivere con altri uomini come loro.


Una ultima questione.

Le opzioni in fatto di orientamento sessuale non sono due come crede questa mamma, si può anche essere bisex.

Anzi secondo Kinsey siamo tutte bisex anche se possiamo avere più ricorrenze etero o omo.

Le persone etero o omo pure sono una minoranza...


*Mentre l'orientamento sessuale indica come io mi identifico e mi sento rappresentato o mi voglio presentare al mondo se gay, etero o bisex, il comportamento sessuale indica con chi vado a letto e con chi mi faccio storie.

Così io posso percepirmi etero, dichiararmi tale, presentarmi al mondo come etero eppure fare sesso e farmi storie anche con altri uomini. Non perchè nasconda la mia omosessualità (visto che, nel caso, sono bisex e non gay...) ma perchè non mi riconosco, non mi sento rappresentato dall'orientamento sessuale gay...

domenica 23 dicembre 2012

G&T la nuova web serie a tematica gay




Giulio:
Il ragazzo che mi sta mordendo l'orecchio in questo momento è Tommaso
No non è il mio ragazzo. E' il mio migliore amico
Ci conosciamo da sempre purtroppo lui non sa quello che sta facendo
non sa che sono gay e forse non lo so nemmeno io
cazzo se bacia bene però
sì ho già fatto qualcosa con altri ragazzi ma non ho avuto il coraggio di dirlo a nessuno
stasera avrei voluto parlarne con lui e invece


Tommaso:
ammettiamolo negherei fino all'evidenza se mi chiedessero cosa ho fatto quella sera nel bagno del locale alla festa dell'università

chissà cosa penserebbe Serena di tutto questo
Serena è la mia ragazza
Sì ho una ragazza
e sì ora sto baciando il mio migliore amico

Cosa mi succede? Non ne ho la più pallida idea
Perchè non riesco a smettere di baciarlo?

Diciamo che i sentimenti che si provano nella vita molto spesso sono confusi

cosa provo per Giulio? Beh è una domanda che mi faccio da diversi anni


Questo l'incipit della webserie G&T che viene pubblicizzata sul  blog a lei dedicato così
Ora anche i giovani ragazzi/e gay e lesbiche italiani/e,
I ragazzi gay sono giovani le lesbiche sono lesbiche...

Visto che si usa gay e lesbiche quella doppia uscita per l'accordo di genere è sovrabbondante.
i giovani ragazzi/e gay e lesbiche italiani/e in italiano significa che i gay sono anche ragazze e che le lesbiche sono anche italiani...

Ecco varie soluzioni in italiano

Ora anche i giovani ragazzi/e gay italiani/e, (gay vale sia per lui che per lei)

Ora anche i giovani ragazzi gay e le ragazze lesbiche (senza quel ragazzi\e prima di gay che fa necessariamente riferire ragazze anche a gay visto che dopo gay c'è lesbiche)


Ora anche i ragazzi gay e le ragazze lesbiche (se sono ragazzi/e il giovani è pleonastico)


Ora anche i giovani gay e le giovani lesbiche (giovani al posto di ragazzi\e)

Oppure, volendo mantenere il pleonasmo, ora anche i giovani ragazzi gay e le giovani ragazze lesbiche 


Ma divago, come al solito.

Dunque anche gay  e lesbiche (le persone bisex non esistono)
potranno godersi un telefilm in lingua originale
Originale di che? Casomai lingua italiana... Ammazza se so pignolo!.
incentrato sull’amore omosessuale.
Ecco la categorizzazione: l'amore non è amore ma amore omosessuale.Non sarebbe stato meglio dire Amore tra ragazzi e amore tra ragazze, o amore tra persone dello stesso sesso ? Così si capisce che si tratta di persone e non di una cosa.
D'altronde il gaymo fa vedere il mondo così. Tutto è gay. L'arte, il cinema, la musica... 
Finora, infatti, sono davvero pochi i telefilm italiani che  trattano solo lontanamente di questa tematica.
Un amore impossibile. Due mondi lontani. Solo il linguaggio del cuore saprà intrecciare le vite di Giulio e Tommaso, un ragazzo eterosessuale ed uno dichiaratamente gay.

Nel pilota Tommaso non è ancora dichiarato, anzi ammette proprio che forse non sa nemmeno se è gay.

L'amore tra i due ragazzi è impossibile perché i due vivono in mondi lontani.

Uno è vegetariano e l'altro carnivoro?

Uno è pacifista l'altro fa il solato?

Uno milita in sel e l'altro in forza nuova?

No.

Uno è gay (non) dichiarato l'altro è etero. 

Allora perché mondi lontani verbigrazia?

E tutto lo sforzo del movimento per far capire che tutti e tre gli orientamenti sessuali appartengono allo stesso genere umano e donnano e che non ci sono cesure né soluzioni di continuità?

Perché usare questa retorica comunicativa?

Colpa del gaysmo.

Una ideologia della segregazione e contrapposizione tra etero e gay che si rispecchia anche nel modo in cui è raccontata la storia, in questo pilota.

Quel che trovo detestabile  è che l'impossibilità dell'amore tra Tommaso e Giulio che dovrebbe partire dalla loro specificità di individui è invece presentata come una impossibilità teorica, nominale, un'aporia concettuale.

Un etero e un gay dichiarato (mi raccomando che sia dichiarato altrimenti non è gay, è come la versione demo di un programma non tutte le funzioni sono abilitate...) sono immescibili, incompatibili.

Una retorica del nascondersi che porta a problemi etici che non vengono mai affrontati.

Se è vero che la visibilità ha una sua efficacia politica, perché nessuno mai si chiede come si faccia a dire di qualcuno che è il nostro migliore amico se non riusciamo nemmeno a dirgli non necessariamente sono gay ma, almeno, mi piacciono i ragazzi?

Se Giulio e Tommaso sono migliori amici non oso immaginare l'ipocrisia e le menzogne usate con i conoscenti di questi due personaggi.

Nulla ci è dato sapere della storia,  della psicologia,  dello spirito di questi due ragazzi le cui vite e i cui comportamenti sono totalmente (pre)determinati dal ruolo sociale prescritto dal marcatore del loro orientamento sessuale.

Una idelogia gaysta angloamericana.

Esistono gli etero, esistono i gay. Tertium non datur.

Gli altri o sono etero sempre in odore di criptochecca (Tommaso) (perché secondo questa mentalità tutti gli etero sotto sotto sono gay, cioè, a tutti gli etero piace il cazzo) o sono gay in incognito (Giulio).

Quello che accomuna gli uomini così suddivisi da questa ideologia che vede etero e gay e non gay e non etero è il maschilismo profondo, la misoginia atavica che ritroviamo anche in questo pilota.

Mai vista più fica millantata in un telefilm, italiano e non.

Lo sguardo del regista, del narratore, della cinepresa, non sa proprio vederla questa fica, questa parte per il tutto che dovrebbe significare bellissime ragazze da rimorchiare e scopare.  Si sofferma solo sui ragazzi.

Un maschilismo travasato nel mondo gaysta dove cambia l'oggetto di scelta sessuale ma non l'ideologia: solo sesso, niente affettività.

La sceneggiatura ci presenta una sola donna, amica di Tommaso, acida, antipatica, dalla psicologia inesistente.

Dopo quella pomiciata nel bagno, luogo  dove di solito si fanno pompini - perché per pomiciare basta la pista da ballo, davanti a tutti, i pompini un po' meno  - Giulio si pente e gli dice che è finita (cosa, la pomiciata?).
Capiamo quel che succede loro, dopo la scritta 5 anni dopo, senza bisogno dei dialoghi.

Tommaso si è fidanzato, lo vediamo a letto col suo partner, Giulio anche è fidanzato con una ragazza. Tommaso e triste e il suo ragazzo non si accorge di nulla. Giulio invece discute con la sua compagna\fidanzata anche fuori dal letto...

Entrambi non sono contenti, sembra suggerirci il racconto, ancora in base a quanto successo cinque anni prima.

Dunque io giovane ragazzo/a gay e lesbica italiano/a, per identificarmi in un personaggio gay e costruire così il mio immaginario collettivo tramite il quale esprimere la mia identità affettiva e sessuale mi devo prospettare cinque anni di infelicità e menzogna, o perché mi fidanzo col ragazzo sbagliato o perché mi fidanzo con persone del sesso sbagliato?

Alla faccia del telefilm friendly!

La mission che questa web series si propone con lucidità di avere
Mentre all’estero il target giovanile ha, già da tempo, diverse chanches di seguire serie GLBT, in Italia si stanno muovendo i primi passi, con l’obiettivo principale di dare la possibilità a coloro che magari hanno difficoltà ad “uscire allo scoperto”, di esprimersi ed essere davvero se stessi.
a parte il sessismo della lingua improvvisamente ricomparso dopo l'orgia pleonastica di prima, non viene lontanamente raggiunto.

A meno che non si creda che quel che bisogna esprimere come prima istanza nella propria personalità omoerotica siano i dubbi e le sofferenze, che per molti purtroppo ci sono,  senza mostrarne però le cause, senza indicarne i mandanti ma presentandoli come problemi connaturati ai gay e ai gay velati (la bisessualità non è nemmeno considerata una opzione).

Insomma l'ottimismo non è dica sa nemmeno tra i gaysti...

La retorica è sempre quella della confusione sulla propria identità  che sembra nascere da una propria difficoltà, senza mai nemmeno suggerire che le difficoltà nascano dalla pressione sociale, una retorica dell'auto accettazione che fa dell'omosessualità una condizione debilitante oggettiva.

Devo accettare che dopo l'incidente di motorino ho perso l'uso delle gambe... non certo che sono gay se l'omosessualità non solo è una normale variante dell'affettività e sessualità umane e dannane ma è anche una delle tre opzioni di default.

Un'omosessualità che è mostrata attraverso il sesso o l'erotismo dei baci e mai tramite i sentimenti che, dice Giulio, sono confusi.

Dunque se provo qualcosa per un alto ragazzo come me questo è sintomo di una mia confusione...

Se pensiamo al rapporto che hanno Callie Torres e Arizona Robbins in Gray's Anatomy  Callie bisex e Arizona lesbica ora felicemente sposate e con prole, ci rendiamo conto di  quanta strada l'Italia debba ancora fare.

Vediamo quanto la web serie è capace di crescere...

Purtroppo a differenza dei telefilm statunitensi anche questa serie è stata già tutta girata e scritta e dunque non può essere modificata in corso d'opera n base alle reazioni, alle critiche o ai suggerimenti del pubblico che in un esperimento mediatico come questo e data la particolare interattività della web series era una cosa non solo possibile ma auspicabile.

Così invece siamo al classico rapporto tra chi la fiction la fa e chi può solo guardarla e cliccare mi piace.

Cattivi usi della rete...






martedì 4 dicembre 2012

Ma siamo sicuri di sapere che cos'è l'omofobia?
Ancora su Andrea il ragazzo di 15 anni morto suicida.
Gli articoli omonegativi di Sara Menafra sul Mesaggero e Domenico Lusi su Repubblica.


Chiedo scusa ai familiari di Andrea, se mai leggeranno questo post.

Il mio non è un morboso accanimento su loro figlio ma una denuncia contro chi continua a parlare di questa storia compiendo un atto grave di disinformazione e censura.

Disinformazione perchè  si vuole far passare l'idea che, visto che Andrea gay non lo era, le azioni vessatorie di chi gli stava intorno non abbiano una matrice omonegativa.

Così Sara Menfara su Messaggero nel riportare le dichiarazioni del padre di Andrea gli fa dire non solo che Andrea non era omosessuale ma nemmeno che per offenderlo si sia insinuato ce Andrea fosse gay:
nessuno in famiglia pensa che Andrea fosse omosessuale o maltrattato a scuola per via dei suoi orientamenti.
Il fatto che sua madre abbia dichiarato nei giorni scorsi il contrario come riporta Repubblica
«Solo dopo la morte ho saputo che sui muri della sua scuola qualcuno aveva scritto grande così: “Non vi fidate del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio”. Un docente fece cancellare la scritta da un imbianchino, ma nessuno mi ha mai avvertito»
viene sminuito da  Manfra che si riferisce a queste affermazioni come presunti maltrattamenti che [Andrea] avrebbe ricevuto nella scuola.

Censura perchè quello che è a tutti gli effetti omofobia viene derubricata  a semplice bullismo come fa Repubblica che titola Andrea, si indaga per istigazione al suicidio
il padre ai pm: mio figlio non era gay
nel cui sommario si dice:
E' l'ipotesi di reato per la quale la procura di Roma cerca di fare chiarezza sulla morte di Andrea, studente 15enne del Cavour che si tolto la vita perché deriso sul web. La pista dell'omofobia non ha trovato conferme. La chiave della vicenda potrebbe essere quella del bullismo.
Secondo Repubblica l'omofobia non è una dunque una forma di bullismo!

Nell'articolo, firmato da Domenico Lusi

(...) Neanche gli amici, i professori e i compagni di classe fin qui sentiti a piazzale Clodio hanno riferito di problemi di omofobia. Da qui l'idea, che si sta sempre più facendo strada tra gli inquirenti, che la chiave della vicenda possa essere un'altra: quella del bullismo. Una pista che potrebbe trovare conferma nell'analisi dei dati contenuti nel telefonino e nel computer del quindicenne, ma non solo.
Problemi di omofobia che per Lusi sono evidentemente qualcosa di profondamente diverso dal bullismo.


Quel che sfugge a Sara Menfafri e a Domenico Lusi, e a molte, troppe, altre persone,  è che il bullismo è omofobico non solo quando si prende in giro un ragazzo dichiaratamente gay come è successo in questi giorni a Vicenza.


Omofobia significa prendere in giro un ragazzo dandogli del frocio qualunque sia il suo orientamento  (al singolare, non orientamenti, al plurare, come scrive Menafra) per cui 
non è di nessuna importanza conoscere l'orientamento sessuale di Andrea.

L'omofobia non consiste nemmeno solo nel ritenere  un ragazzo omosessuale in base al suo comportamento o abbigliamento come hanno fatto tutti, i giornalisti per primi, nel caso di Andrea, nei giorni scorsi.

Quello che prima era infatti un segno inequivocabile della sua omosessualità adesso è solamente un indizio secondario come scrive Manfra:
Come è stato ormai chiarito più volte, lo smalto colorato sulle unghie delle mani era un po’ un vezzo un po’ un modo per non mangiarsi le unghie, e i pantaloni rosa, in origine bianchi e scoloriti da una lavatrice, erano stati usati giusto a carnevale.
 Mentre per Lusi Andrea era
un ragazzo estroverso e originale. Questo potrebbe averlo esposto a episodi di bullismo. D'altronde che lui fosse deriso a scuola non è un mistero: c'era addirittura un profilo Facebook con il suo nome storpiato in cui venivano annotate tutte le cose buffe che diceva. Una pagina che aveva fatto il giro della scuola, ma della quale i genitori non sapevano nulla.
Insomma una svista o un abbaglio.
Lo smalto per le unghie o il colore di un pantalone possano denotare l'orientamento sessuale di qualcuno (mentre si basano in realtà sul più bieco cliché: non tutti i ragazzi gay portano lo smalto e non tutti i ragazzi che portano lo smalto sono gay) ma non era questo il caso di Andrea lui era estroverso e originale.

Sminuire, misconoscere e censurare il portato omofobico delle vessazioni subite da Andrea, riconoscendone solo il bullismo ma non l'omofobia è pratica squisitamente omofobica perché insinua che se Andrea non era gay allora le prese in giro in quanto frocio contano meno.



Mi chiedo che cosa ci vuole per la nostra stampa per riconoscere il bullismo omofobico per quello che è.

Non basta la scritta "Non vi fidate del ragazzo coi pantaloni rosa, è frocio".

Non basta nemmeno che tutti, giornalista compreso, cataloghino il normale comportamento di un adolescente come quello di un ragazzo estroverso e originale che diceva cose buffe.

Non basta questo marchio di differenza per fare della sua presunta diversità, percepita come tale non solo dai compagni e compagne di scuola, ma anche dai chi ha riportato la notizia, un pregiudizio omonegativo.

Si tratta di bullismo non di omofobia che, si sa, sono due cose diverse come il giorno dalla notte.

Siamo ancora così intrisi di omofobia che la riconosciamo tale solo quando è rivolta  solamente a delle persone gay, pensiero che più omofobico non può essere.
Se ti do del frocio per offenderti la cosa non è negativa di per sé ma solo se tu sei davvero frocio davvero altrimenti che te ne frega?

Omofobia vuol dire sempre e prima di tutto pensare di poter offendere qualcuno dandogli del frocio.
Menafra e Lusi però lo ignorano, mentre la cosa è chiara alla madre di Andrea, che come riportato su Repubblica dice In quella scuola (...) molti ragazzi pensano così: non sei rozzo, non sei sboccato, non fumi, allora non sei figo. Anzi, sei frocio.



Ecco perchè l'omofobia riguarda tutte e tutti. Perchè ognuno di noi può esserne vittima e non solo i gay le lesbiche o le persone bisessuali. Frocio, lesbica sono usati come una offesa, per tutti e tutte.
Anche per la madre stessa di Andrea che ha detto che il figlio è stato diffamato. Meno male che Andrea gay non lo fosse altrimenti con una madre così inconsapevolmente omofoba certo non sarebbe stato facile per lui fare coming out.

Dunque scrivere  come fa Lusi che Neanche gli amici, i professori e i compagni di classe fin qui sentiti a piazzale Clodio hanno riferito di problemi di omofobia è una affermazione altamente omofobica che nega la matrice omofobica del bullismo di cui Andrea è stato vittima solo in base al fatto che Andrea gay non lo era.




E' l'idea che per offendere qualcuno puoi dirgli che è frocio o lesbica che è omofobica di per sè.


Proprio come quando per offendere una donna le si dà della troia.

Nessuno si chiede se la donna sia davvero una prostituta e nemmeno se sia sessualmente promiscua o venga a torto considerata tale.

Dare della puttana vale come offesa di per sé, proprio come darle della lesbica, o dare del frocio a un ragazzo.

L'omofobia è talmente infamante che ci si precipita subito a spiegare che anche quando si fa una battuta poco simpatica sui non si è omofobi.

Meglio dire che come fa Repubblica si tratti di bullismo e non di omofobia poco pimprta che il bullismo può anche essere omofobico anzi lo è sempre un poco omofobico perchè un ...frocio di merda non lo si nega a nessuno...

Oppure, come fa Menafra cercare le colpe altrove.


Magari nella pista più rassicurante della recente separazione dei genitori di Andrea come causa del suicidio.

L'accusa implicata è lampante.
È possibile invece che Andrea vivesse una crisi più grave di quella che i suoi avevano percepito, dopo la separazione dei genitori.
Il neretto è nell'articolo. Sbarazzatasi proditoriamente dell'omofobia, questa causa da lei ipotizzata, la separazione dei genitori, diventa causa anche per i pubblici ministeri
Per sondare definitivamente questa ipotesi, dopo le prime audizioni, i pm hanno deciso di cambiare il fascicolo inizialmente aperto come «atti relativi» e ipotizzare l’istigazione al suicidio, al momento comunque senza indagati.
Se l'istigazione è senza indagati la causa non può essere certo l'ipotesi che Andrea vivesse una crisi più grave di quella che i suoi avevano percepito, dopo la separazione dei genitori. 

Menafra per sostenere la credibilità del padre arriva a presentarlo non come teste ascoltato dalla procura ma come autorità (fasulla, un testimone può sempre mentire se non diversamente appurato...) che può confermare che Andrea si è impiccato con una sciarpa al collo

Come ha confermato suo padre, il ragazzo si è stretto una sciarpa al collo nelle poche ore in cui era rimasto a casa da solo. (il neretto è nel testo)
Non il medico legale, non la polizia che ha ritrovato il cadavere, visto che nessuno può manomettere la scena di un omicidio o sudicio prima dell'arrivo delle forze dell'ordine, nemmeno i paramedici che saranno arrivati sul luogo.
E' il padre che conferma. Padre padrone e auctoritas per Menafra e per chi si lascia disinformare da un articolo così sui generis.

Ma il capolavoro di Menafra è l'insinuazione della natura incauta della decisione di lasciare Andrea a casa da solo, degna della peggiore trasmissione tv:
Il padre era uscito col figlio più piccolo di otto anni: convocati a scuola per parlare con gli insegnanti.
Convocati? Cioè chiamati apposta o si trattava di un normale colloqui tra genitori e insegnanti previsti nella regolare vita scolastica?

Convocati chi? Il padre e il fratello più piccolo? O la madre? O Andrea stesso? E allora perchè è rimasto a casa?
Andrea avrebbe dovuto restare a casa da solo per poche ore, come era avvenuto spesso nell’ultimo mese da quando i suoi genitori si erano separati e accordati perché i due fratelli andassero a vivere col papà.
Quindi il motivo per cui i figli rimangono spesso a casa da soli non risiede nel fatto che entrambi i coniugi lavorano ma dipende dal fatto che i coniugi si separano e quindi manca la regolare presenza di uno dei due coniugi (l'articolo non dice quale ma si capisce bene a chi si riferisce) è assente perchè la coppia si è separata.
Tra l'altro, chissà perchè i due fratelli avevano deciso di andare a vivere col papà. 



L'importante è negare l'omofobia sempre e comunque senza rendersi conto che tirare un respiro di sollievo perchè Andrea gay non lo era è quanto di più omofobico si possa fare.

venerdì 30 novembre 2012

L'omonegatività non è sconfitta finchè i primi a seguire certi luoghi comuni sono proprio i gay.

Chiedo perdono se stavolta parlo solo di uomini.

Di uomini gay.

Dei luoghi comuni con cui i ragazzi (una volta tanto sostantivo che non significa ragazzi e ragazze, ma solo i maschietti) vengono notati in base a elementi secondari del loro comportamento, linguaggio del corpo  e\o abbigliamento e per questo discriminati e catalogati, ancora oggi, nel 2012, come omosessuali in base a pregiudizi che sottendono una ideologia dell'omosessuale ferma agli anni 50 del secolo scorso.

Non mi riferisco tanto ai mass media, dove, pure, la figura del'omosessuale che passa è quella di Malgioglio, o della parodia che ne fanno i (maledetti) Soliti Idioti, o al travestittismo baraccone di Platinette; non mi riferisco nemmeno alla società così educata da questo potente mediatore sociale.

Stavolta mi riferisco alle persone omosessuali.

E non ai comuni cittadini, ma agli omosessuali della militanza.

Di quella avanguardia politica, cioè, che dovrebbe sensibilizzare le masse, per usare un altro cliché.

Mi capita di leggere un post del blog Michele darling. Lì trovo tre link.

Uno al post di Dario Accolla che avevo già letto e linkato a mia volta in un post precedente di elementidicritica.

Gli altri due link rimandano a due post su faccialibro.

Uno di Luigi Carollo, che non mi vede affatto d'accordo, e uno di Giovanni dall'Orto che non si riconosce nell'accostamento che Michele, sul suo blog, fa col post di Luigi Carollo. 
Non mi piace il primo intervento: ha troppe certezze, nel senso opposto.
scrive, a ragione, Giovanni in un commento al suo post.

Nel suo post Giovanni scrive una cosa sacrosanta:

No, ci sono molte cose che non quadrano.

Una delle quali, tuttavia, è il motivo per cui il Gay Center di Roma abbia fatto sapere Urbi et Orbi che il ragazzo suicida era gay.
Delle due l'una: o lo avevano saputo in via riservata dal ragazzo stesso, ed allora hanno tradito un preciso impegno a non mettere in piazza ciò di cui vengono a conoscenza nel corso del loro mestiere, oppure lo hanno detto senza averlo saputo, giusto per fare parlare della loro struttura elefantiaca che ha bisogno di un alto e costante livello di allarme sociale per giustificare la richiesta di alti e costanti contributi pubblici (...)

Non so cosa sperare, ma so cosa non voglio più: la gestione del disagio della generazione lgbt più giovane affidata ai professionisti della sfiga altrui. Colmare di denaro alcuni di noi perché pensino loro a tutto è solo un modo per garantirci che questi alcuni abbiano bisogno fisiologico del fatto che la sfiga altrui continui: ci campano.
Il sostegno peer-based dov'è finito? Cos'è rimasto del volontariato dopo venti anni di corruzione a furia di "progetti" e finanziamenti pubblici, che sono serviti a tapparci la bocca su quanto NON viene fatto in termini di prevenzione del disagio e di sostegno? Ma perché un adolescente gay, per avere una buona parola, deve avere un centro gay, e non può contare su altre strutture e luoghi? Non sarebbe suo diritto averne ovunque, anche se vive ad Aosta?
Ma in che razza di logica ci siamo fatti blindare?

Credo che questo evento luttuoso, al di là della spiegazione che potrebbe emergere nei prossimi giorni o non emergere affatto (...) abbia posto anche a tutti noi la domanda di: cosa stiamo combinando? E perché siamo ormai nella posizione da apparire ai nostri connazionali più come avvoltoi in attesa di cadaveri su cui piombare, che come esseri umani che vogliono eliminare dal mondo per quanto possono tutto il dolore degli altri (incluso quello dei genitori, e degli amici del ragazzo che s'è ucciso) perché lo sentono come proprio.
Osservazioni sacrosante, dette senza peli sulla lingua, che mi trovano profondamente d'accordo.
Chi mi conosce sa che diverse volte ho parlato della sciacallaggio di chi (e Gay Center non è il solo) mentre denuncia i casi di omofobia si fa pubblicità.
Alla domanda che si e ci pone dall'Orto dobbiamo dare tutti/e una risposta, in quanto cittadini/e, in quanto persone omosessuali e in quanto militanti.

Temo però che il post di dall'Orto, contenga, oltre a una critica sacrosanta, un pensiero, una ideologia, un modo di vedere il mondo che si basa sullo stesso patriarcato da cui scaturisce e su cui si basa l'omofobia, credo che, insomma, il commento di dall'Orto contribuisca, involontariamente ma concretamente, al clima di pregiudizio omonegativo.

Non mi riferisco tanto al paternalismo con cui Giovanni si riferisce ad Andrea descrivendolo come poco più che bambino arrivando a chiamarlo ragazzino termine che più paternalistico non si può.
Gli ho rilevato nei commenti il giudizio negativo che c'è dietro questo diminutivo, ma non sono riuscito a spiegarmi. Giovanni mi ha risposto tutt'altro, non centrando il punto che volevo fargli notare cioè il (pre)giudizio implicito di sufficienza con cui Giovanni guarda ai giovani adolescenti, arrivando a dire, nelle sue risposte al mio commento, che l'adolescenza non è una fase di per sé ma solo una terra di passaggio tra l'infanzia e l'età adulta.

Un modo di vedere l'adolescenza ottocentesco, alla libro Cuore che riscontriamo già nel suo post:
a volte i quindicenni si uccidono solo perché sono quindicenni: l'adolescenza è un'età fragile... per questo ha bisogno di tutto l'aiuto che possiamo darle.

Mi chiedo se oggi i suicidi tra adolescenti siano aumentati perchè l'adolescenza è una età fragile o forse perchè la società di oggi li ignora a tal punto da non dare loro strumenti per narrarsi al mondo da rendere la loro vita più difficile.

In ogni caso dall'Orto ignora che i suicidi tra adolescenti omosessuali sono comunque il doppio di quelli dei loro coetanei etero...

Non che tutti gli adolescenti omosessuali si suicidino perchè vessati nella loro omosessualità. Però essere omosessuali in una società omonegativa esacerba qualunque altra problematica possa indurre un adolescente a togliersi la vita.

Non è questo paternalismo, dicevo, ad avermi negativamente colpito nel suo post.

Mi colpisce una considerazione, del tutto ingiustificata e soggettiva che dall'Orto fa nel suo post quando scrive:
io sospetto che (...) il ragazzino fosse gay, ma non avesse ancora capito di esserlo, e che i suoi atteggiamenti un po' esibizionistici fossero il modo per fare un coming out giocato sul piano dell'estrosità anziché su quello dell'orientamento sessuale.

Ecco.

Andrea veste di rosa?  Si mette lo smalto (poco importa che lo facesse per evitare di mangiarsi le unghie) ? Ha degli atteggiamenti esibizionisti. Non siamo noi che notiamo una presunta differenza. E' lui che è esibizionista. che è eccentrico.

Chiunque deroga e si discosta dal cliché di genere che la società decide di darsi come standard, è eccentrico. Sarà. Ma io in Andrea non vedo un adolescente eccentrico. Io in Andrea vedo Andrea, e basta.
E non mi chiedo se sia gay o se è etero, mi chiedo solo se la società, la famiglia, la scuola ...e la militanza gay, lo lascino vivere in pace.

Purtroppo la risposta la consociamo tutt*.

Giudicare qualcuno come eccentrico perchè veste in maniera ritenuta strana, cioè diversa dalla norma, è già un pensiero discriminatorio.

Peggio ancora se in base a questa constatazione di eccentricità si cataloga la persona eccentrica come omosessuale.


L'occhio con cui dall'Orto guarda ad Andrea  e ne deduce l'orientamento sessuale è lo stesso occhio maschilista degli omofobi, con l'unica differenza che dall'Orto dopo aver così catalogato Andrea pensa che carino! e gli omofobi veri dicono che schifo!

Quello che dall'Orto non capisce, come ogni militante della sua generazione, cresciuto nell'epoca in cui l'omonegatività si esprimeva catalogando l'omosessualità come eccentrica,  è che l'eccentricità non solo non è prova di omosessualità (non tutti i gay sono eccentrici non tutti gli eccentrici sono gay) ma che il concetto stesso di eccentricità , oltre ad essere maledettamente patriarcale, cambia col tempo.
Oggi i ragazzi vanno in giro vestiti con orecchini, infradito, pantaloncini, magliette rosa, cerchietti per tenere fermi  i capelli lunghi che 40 anni fa li avrebbe fatti percepire tutti come eccentrici.
 Insomma quando dall'Orto si sente in diritto di affermare che  il ragazzino fosse gay, ma non avesse ancora capito di esserlo, mi sembra che stia esprimendo un pensiero che è lo stesso che sottende al comportamento di quei professionisti della sfiga altrui cui giustamente dall'Orto si lamenta venga assegnata la gestione del disagio della generazione lgbt più giovane.



Perchè fintanto che guardando l'atteggiamento o il modo di vestire di un ragazzo ci chiediamo se sia gay o etero stiamo discriminando, non solo ed esclusivamente l'omosessuale, ma la gioventù tout court.

Se da un lato è giusto e sacrosanto insistere sull'idea che l'omosessualità di per sé non sia  una cosa brutta, come si pensa anche quando la si usa solamente come insulto, e non è nemmeno una cosa bella nella misura in cui non lo è nemmeno l'eterosessualità (questa e quella pari sono) dall'altro ci si dovrebbe ricordare che certi atteggiametni e certi comportamenti appartengono al genere umano e che dovremmo smetterla di chiederci quale sia l'orientamento sessuale di qualcuno in base a una sua presunta eccentricità. Una eccentricità che è l'anticamera dell'omosessualità:  i suoi atteggiamenti un po' esibizionistici fossero il modo per fare un coming out giocato sul piano dell'estrosità anziché su quello dell'orientamento sessuale.

Cioè Andrea non era un ragazzo al quale piaceva vestire di rosa (ammesso e non concesso ciò fosse vero) e che questa sua passione denotava la sua persona non certo il suo orientamento sessuale. Andrea era un gay velato, nascosto, in fieri, sconosciuto a se stesso (ah la vocazione metafisica dell'essere umano non muore mai!) che cercava die spriemre la propria gayezza tramite una ostentata eccentricità.

ecco il pregiudizio che ha discriminato Andrea. Ecco il pregiudizio che ha contribuito al suicido di Andrea.


Se nemmeno un militante come Giovanni riconosce ad Andrea il diritto di andare in giro vestito come gli pare senza essere catalogato come eccentrico (ammesso e non concesso che Andrea andasse in giro vestito come si è detto) senza per questo mettere in causa il suo orientamento sessuale, addirittura pretendedndo di saperne di più di Andrea stesso, (era frocio ma non lo sapeva ma !?!?!) allora vuol dire che l'omofobia è davvero in ognuno di noi.

Ecco come e perchè l'omofobia non colpisce solamente le persone omosessuali  ma colpisce ognuno di noi, chiunque deroga dai cliché cui ci impongono di conformarci.

Non basta cambiare il (pre)giudizio sull'omosessualità da negativo a positivo, bisogna smettere di domandarci dell'orientamento sessuale delle persone soprattutto se a farci venire la curiosità è un atteggiamento, un modo di comportarsi o di vestirsi della persona della quale ci chiediamo ma è gay quella checchina là?

Altrimenti succede che Andrea non possa esprimere la propria personalità (non personalità gay, e nemmeno personalità etero, ma personalità e basta) senza essere discriminato dai vecchi cliché, che lo vogliono una checca di merda o ai nuovi cliché che lo vogliono gay, ma che carinoooo!

Non è importante sapere se Andrea fosse gay o meno è importante sapere che qualunque ne fosse il motivo Andrea veniva percepito come diverso.
Che qualcuno per offenderlo e rendergli la vita difficile credeva bastasse dargli del gay per offenderlo (la madre in testa che parla di diffamazione).

Finché ci saranno persone come Giovanni che non fanno a meno di chiedersi se Andrea fosse gay perchè non si conformava al cliché della mascolinità, ma ostentava eccentricità (suoi atteggiamenti un po' esibizionistici),  noi uomini e donne, etero e gay, militanti o meno, di strada dobbiamo davvero farne ancora tanta!


C'è ancora dell'altro.

Per stigmatizzare chi ha accusato compagni e compagne di classe di non averlo saputo accetatre per quello che era dall'Orto arriva a scrivere: 
  • se non era lui stesso certo di cosa fosse, come potete rimproverare gli altri attorno a lui per non averlo capito?

Insomma se ti vesti da donna ma non si capisce se sei gay o no perchè magari nemmeno tu ancora lo sai (?!?!) non pui accusare se gli altri ti percepiscono come diverso.

Certo, poi Giovanni si rende conto di quel che ha scritto e corre ai ripari:

  • E tuttavia, l'ultima cosa che io vorrei sono compagni e professori che inizino a dire: "Dunque, abbiamo capito che sei omosessuale, dato che..." Scusate, ma se lo facessero, sarebbe VIOLENZA.
Scusami Giovanni, non è proprio quello che hai fatto tu?



venerdì 23 novembre 2012

Rottamare l'omofobia. L'omonegatività c'è sempre, permea il Paese, i mezzi di informazione, le istituzioni, gli agenti sociali, la gente, noi.

Avrete sicuramente saputo, perchè eravate alla fiaccolata o per averlo letto sulla rete, che le dinamiche che hanno portato Andrea (chiamato con l'alias di Davide) a togliersi la vita non sono esattamente quelle raccontate dalla stampa, e amplificate nella loro enfasi dalla rete.
Per una ricostruzione, interessante e esaustiva, rimando al bel post di Dario Accolla sul sito del Mieli.
A questo punto sulle dinamiche e sulle cause di questo suicidio sospendo il mio giudizio e aspetto che a pronunciarsi siano gli inquirenti.

Voglio però provare a individuare un punto centrale in tutta questa vicenda, sotterraneo e pernicioso, che la dice lunga sulla strisciante omonegatività che c'è nel paese e nella testa di tutte e di tutti noi.

Intanto sono arrivato alla conclusione che la parola omofobia sia da rottamare, perchè allude, volenti o nolenti, a forme estreme e violente di intolleranza e discriminazione.

Si crede cioè che l'omofobia si consumi in presenza di violenza fisica, calci, sputi, coltellate, come ci hanno abituato stampa e rete. oppure in violente aggressioni verbali quando si dice, che ne so, frocio di merda devi crepare di aids.

Come ha evidenziato Luca Trappolin (alla mattinata organizzata dalla Provincia di Roma lo scorso 31 ottobre) riportando i dati della ricerca europea Confronting Homophobia in Europe la gente non percepisce come omofobici un sacco di atteggiamenti che in realtà lo sono.

Dopo le incertezze di ieri sera, durante il raduno per la fiaccolata che ufficialmente non c'è stata (non autorizzata? Non più giustificata?) sono girate molte domande alle quali si è risposto con altrettante voci.
Andrea era gay?
Era vessato dai compagni e compagne di classe? Dal resto della scuola? Dai professori e professore?
Non so voi ma a me sembrano tutte domande omofobiche, cioè omonegative se la parola omofobia è da rottamare.
Provo a spiegar(m)vi perchè.

Andrea è gay?

Ogni volta che leggo un articolo nel quale si riporta di un fatto omofobico ci si riferisce smepre all'omosessualità della vittima: deriso perchè gay. Accoltellata perchè lesbica.

Adesso, visto che gay  lesbiche non hanno un alone rosa, quali sono i criteri di visibilità, i criteri tassonomici coi quali cataloghiamo (cioè discriminiamo) qualcuno\a come omosessuale?

Vengo percepit* come omosessuale se io mi bacio con una persona dello stesso sesso, se vado in giro mano nella mano col medesimo o medesima, se vesto di rosa, o con altro sembiante che non si addice allo stretto, rigido e codificato stereotipo di genere.

Ma bastano davvero questi tratti per fare di me un omosessuale?
Due perone dello stesso sesso che si baciano o vanno in giro mano nella mano sono per forza una coppia?
Non possono essere amici? 
Quanti centimetri di lingua dirimono la questione?
E, in fondo, che ce ne frega?

Ogni volta che ci chiediamo dell'orientamento sessuale di una persona in base a un comportamento non conforme allo stereotipo di genere della medesima siamo omofobici e omofobiche, tutti. Tutte.

L'omofobia non è già discriminazione di chi è omosessuale dichiarato. Omofobia è, prima ancora, vessazione di chi non si conforma al cliché sociale.

L'omofobia insomma è qualcosa di precedente all'omosessualità e pervade tutta la società.

Basta un capello fuori posto, un colore differente da quello che qualcuno reputa giusto e si è subito froci o lesbiche.

Non importa se Andrea fosse gay etero bisessuale asessuale polisessuale.

Era un ragazzo cui non è stato permesso di fare la narrazione di sé che lui voleva.

Perciò sentirmi chiedere ieri sera ma se Andrea non era gay qui che ci stiamo a fare?  vuol dire che il movimento ha fallito, che non abbiamo capito niente e che le associazioni lgbt sono una volgare gilda di categoria.

Andrea era vessato dai compagni e compagne di classe? Dal resto della scuola? Dai professori e professore?

La società è omofobica, è omonegativa, sempre. Ci vuole conformi, ci chiede di ottemperare, come i Borg di Star Trek, al pensiero unico eterosessita e cattolico.

In questo clima tutte e tutti siamo quotidianamente, ogni secondo delal nostra vita, esposti ed esposte all'omonegatività. Chi si conforma al cliché eterosessista e Vatic-ano è momentaneamente al riparo dal ludibrio ma sempre a rischio appena deroga, anche di un millimetro, magari per distrazione, per stanchezza, da quel rigido cliché. Che sia omosessuali o meno poco conta, l'importante è che venga percepito tale. Così, per conformismo l'importante è che non venga percepito come tale. Viviamo tutti un conformismo eterosessista dal quale guai se ci capita di uscire.

Ogni volta che una madre dice al figlio piccolo non piangere solo le femminucce piangono, è omofobica. Ogni volta che vedendo passare un ragazzo dinoccolato ed effeminato pensiamo, ciao sorè, siamo omofobici,  ogni volta che mettiamo in discussione la mascolinità di un nostro partner in base a quello che gli piace fare a letto siamo omofobici.

Noi parliamo ridicolmente di diritti gay, diritti lesbici, diritti trans e induciamo le e gli etero a credere che chiediamo diritti solamente per noi, che vogliamo una nostra normalità. E per molti e molte è così.

Per molti vivere da gay vuol dire conformarsi a un altro stereotipo, quello dell'orientamento sessuale: se sei gay sei in un certo modo e basta, se sei lesbica sei in quel modo e basta (con alcune sotto-categorie schizofrenicamente esasperate nella loro separazione oppositoria: checche e bear, butch e femme).

Abbandonarsi a questa logica è una pratica omofobica.

In realtà l'omofobia riguarda tutti, uomini e donne obbligate a conformarci vecchi e nuovi cliché e lasciamo che sia la società a dire cosa un etero o un omo possono  o non possono essere, cioè apparire. Quindi la lotta contro l'omofobia è una lotta di emancipazione di tutte e tutti.

Il pensiero omofobico c'è sempre e qualsiasi persona che a qualsiasi titoli si trovi stretta negli stereotipi sociali e le viene impedito di uscirne vive in una continua condizione di omofobica.

Per cui le domande ma Andrea era vessato dalla classe o dalla scuola o dai professori è oziosa, è odiosa.

Siamo tutte e tutti vessati da un sistema informativo che propala gli stereotipi più triti, abbiamo dei modelli di riferimento che presnetano le persone omosessuali come delle macchiette da baraccone (come fanno in tv I soliti idioti che fanno dell'omosessualità e dell'omogeniotorialità un capriccio isterico: io vi maledico, che dio vi si prenda!).

Viviamo in una società che discrimina, non tutela, non censura il Vatic-Ano quando dice che l'omosessualità è un disordine morale, o lo Stato quando non riconosce a tutti e tutte gli stessi diritti degli altri e noi cerchiamo motivi più congrui e gravi che hanno indotto Andrea a togliersi la vita?

Mi spaice se qualche ragazza, compagna di classe di Andrea, si è sentita male perchè ha trovato scritto sul propri profilo facebook assassina, commento tranchant di qualche frustrato/frustrata della rete che da casa si sente Che Geuvara ma poi in strada non scende mai perchè alle sette ha pilates e alle nove va al ristorante.

Mi spiace per lei ,ma è vero. Siamo tutti assassini e assassine, quando cataloghiamo il prossimo in base alla non conformità a degli stereotipi dai quali facciamo fatica a separaci.

Perchè a me è dispiaciuto davvero del suicidio di Andrea. Mi ha fatto rabbia, mi ha fatto male e ho odiato quanti ieri sera chiedendomi come stai e io rispondendogli male mi hanno chiesto perchè?!
Perchè Andrea si è tolto la vita, imbecille!


Ieri sera ho visto molta gente arrabbiata, determinata, che c'era, era scesa in piazza, disposta a mettersi in gioco. E ho visto un movimento pavido ,politicizzato (stavolta uso il termine nel suo senso più infimo e deleterio) preoccupato di non fare brutta figura, di non pestare i piedi alle istituzioni, di fare compagnia ma non sporcare, come i cani.

Se fosse stato per gli organizzatori della fiaccolata di ieri ci saremmo dovuti sciogliere e tonarcene a casa con la coda tra le gambe. Invece grazie alla determinazione di qualcuno che è intervenuto la marcia se non proprio fiaccolata (troppe poche le candele accese) l'abbiamo fatta, abbiamo dato fastidio, abbiamo dato nell'occhio, abbiamo disturbato il conformismo corrente che ingabbia anche il movimento.

L'omonegatività colpisce ognuna e ognuno di noi. Sempre e comunque, contrastarla prima ancora che un diritto è un dovere civico.




sabato 3 novembre 2012

La scuola, un posto migliore per tutti. Se ne parla mercoledì 31 ottobre a Palazzo Incontro

Nell'ambito del convegno La scuola, un posto migliore per tutti. Orientamento sessuale, genere e diversità. Come superare l’omofobia che si è svolto a Palazzo Incontro, Roma, il 31 ottobre, articolato in due momenti, il primo dedicato alla presentazione di alcune ricerche sul tema e la seconda alla presentazione del toolkit realizzato dal progetto NISO per insegnanti ed educatori due interventi tra quelli istituzionali sono stati di altissima qualità facendo davvero sperare al meglio per un Paese arretrato come l'Italia.

lunedì 15 ottobre 2012

Una adeguata risposta al commento di Eddi al mio post Identità di genere fluida:

Il commento di Eddi al mio post Identità di genere fluida
merita una risposta troppo articolata per postarla tra i commenti. Ho deciso così di farla diventare un nuovo post.

Eco la mia risposta.
Di seguito il commento di Eddi   


Ciao Eddi.

Intanto grazie per il tuo contributo, per me preziosissimo, per dipanare un argomento spinoso e di non facile soluzione.

Prenderò spunto da quello che dici per esprimere ancora meglio i miei dubbi più che per esprimere una concordanza o una discordanza con quello che dici, che, comunque , ci sono, entrambi.

Mi ha colpito che nel tuo commento, pur indicando bambino e bambina tu senta di dover specificare il genere: Il bambino (maschio) e la bambina (femmina).

Come se le parole bambino e bambina non si riferiscano già al genere, che sappiamo essere una costruzione culturale (in senso antropologico) e sociale, ma al sesso (secondo la nota distinzione) le cui caratteristiche e differenze basandosi sulla biologia, pretendiamo essere naturali.

Anche il corpo biologico invece è una costruzione sociale e culturale nel senso che ce lo rappresentiamo non in maniera neutra, obbiettiva, ma già informato (nel senso di dare forma) dagli stereotipi di genere.

Non credo sia esatto infatti dire che il genere sia il processo culturale di costruzione sociale delle caratteristiche biologiche come scrive Elisabetta Ruspini ne Le identità di genere (Carocci, Roma 2003 p. 9) perchè in questa definizione non si mette in discussione il concetto di caratteristiche biologiche che è a sua volta una costruzione sociale.

Ruspini arriva infatti a dare per scontate certe differenze biologiche che non sono biologiche affatto:
Donne e uomini presentano diverse caratteristiche fisiche: i maschi della specie umana sono, in media, più grandi e più forti delle femmine e queste ultime, inoltre, sono fisicamente più vulnerabili a causa delle gravidanze e dell'accudimento dei neonati e bambini
E' evidente qui che vengono ascritte al biologico differenze che riguardano invece la distribuzione sociale dei ruoli, infatti le donne non sono sempre incinte e dunque non sono vulnerabili sempre, fermo restando che una donna incinta può compiere qualunque compito della vita quotidiana anche in avanzata gestazione...

Per tacere della definizione che i maschi sono in media più forti.

Anche questa è una rappresentazione sociale, perchè io, che sono ciccione e non faccio sport, sono meno forte di una donna della mia stessa età ma in condizioni fisiche migliori delle mie, eppure la mia minore forza fisica non fa di me un maschio meno maschio.

Almeno non dovrebbe.

Perchè per un uso rigido delle parole c'è chi arriverebbe a depennarmi dalla categoria maschile se non corrispondo alle caratteristiche che si pretende la definiscano.

Ed è proprio qui che nasce il mio disagio sul concetto di fluidità di genere.

Ci si dimentica che tutte le parole sono rappresentazioni della realtà, le cui caratteristiche ascritte sono descrittive e mai prescrittive.

Le parole sono descrittrici della realtà non già la realtà stessa.

(Lo so che un filosofo avrebbe da ridire, ma per realtà stessa intendo le singole persone e non i concetti con le quali le indichiamo, quel maschio concreto in carne ed ossa non il concetto di maschio che quel singolo individuo incarna).

Quando la realtà, quella singola persona, quel singolo dato crudo (cioè non già interpretato secondo i nostri descrittori, cioè le parole) mostra una incongruenza con la parola definita\descrivente dovremmo cambiare la parola e non la persona.

Invece mi sembra facciamo il contrario.

Tu constati - a ragione - che i bambini e le bambine che giocano con giocattoli secondo i ruoli di genere non pertinenti al loro sesso biologico  non sono affatto "fluidi" da un punto di vista dell'identità di genere; semplicemente non aderiscono al loro ruolo socio-identitario "eterosessuale".

Su questo siamo perfettamente d'accordo.

Per me definire il giocare con una bambola femminile e giocare con il meccano* maschile è un volgare (nel senso di banale, trito, ovvio) stereotipo sociale che si rifà all'organizzazione sociale del fascismo quando la donna stava in casa a fare i lavori donneschi della cucina e l'uovo lavorava.

Ancora più indietro, si rifà al mito fondatore della nostra cultura, quello della biblica Genesi dove dio dice alla donna tu partorirai con dolore (il che significa anche questo è tutto quello che farai) e all'uomo tu lavorerai col sudore della fronte.

La società di oggi è profondamente cambiata e ci sono uomini e donne che si sono appropriati di comportamenti, funzioni, lavori che una volta erano percepiti come pertinenti esclusivamente all'altro sesso.

Gli uomini oggi accudiscono i bambini e cambiano loro i pannolini - mentre fino a meno di 30 anni fa si facevano film come Tre scapoli e un bebè (Usa, 1987) di Leonard Nimoy (remake di Tre uomini e una culla (Francia, 1985) di Coline Serrau, film nei quali tre maschi scapoli si schifavano della puzza della cacca di un neonato ed erano del tutto incapaci di accudirlo.

Le donne oggi guidano autobus o vanno nell'esercito mentre fino a prima della seconda guerra mondiale la donna portava da mangiare al marito che lavorava in fabbrica oltre a portare nel grembo suo figlio, come racconta il film Rotaie (Italia, 1929) di Mario Camerini.

Una volta emancipata dalla sua funzione riproduttrice nella quale era stata imbrigliata, grazie al lavoro (non a caso in Italia fino al 1914 la donna per lavorare doveva ottenere il permesso dal padre o dal marito, comunque da un maschio) al  controllo delle nascite e al divorzio la donna ha potuto finalmente rendersi autonoma.

Bambole e meccano* sono giochi e basta e chi ancora oggi, nel 2012, pensa che la bambola sia un gioco da bambina e il meccano* un gioco da bambino è un dinosauro fuori dal mondo, e dice cazzate.

Certamente il luogo comune è ancora molto forte e molte persone ancora la pensano così ma ciò non significa che questo trito e triste stereotipo sia vero o sia giusto.


Hai ragione nel dire che non possiamo negare che la bambola sia socialmente percepita come gioco femminile, e il calcio come maschile ma credo che tu sbagli nell'attribuire questo conformismo (ben)pensante anche all'infanzia (i bambini e le bambine) che credo semplicemente giochino e sperimentino senza preoccuparsi di essere o meno conformi a questo o quel cliché.

Credo che la questione redimente sui bambini rosa sia tutta qui.

E' l'occhio conformista dell'adulto che definisce, prescrive  e inquadra la libertà a-defintoria dell'infanzia in griglie che si pretendono universali, dimenticando (o fingendo di farlo) che invece sono storicamente determinate.

Con la caduta del muro è crollato anche il materialismo storico che tutt* dovremmo tornare a studiare (e se non ti piace Marx va benissimo anche Feuerbach).

La lettura che proponi tu, molto interessante per gli adulti,  e cioè che questo è esattamente il principio che induce in una quota di maschi gay l'effeminatezza; cioè l'adesione, in età evolutiva, al comportamento - socialmente stereotipato - femminile, che serve per risultare attraente ad un altro maschio (anche se ti ricordo che l'effeminatezza è un concetto patriarcale che serve a individuare chi si allontana dal concetto di virilità e che, d'altronde, ci sono maschi effeminati che sono eterosessuali) mi sembra una forzatura per i bambini.
 
Mi chiedo e ti chiedo infatti: non può essere più semplicemente che l'infanzia sta semplicemente giocando e non vuole né sedurre altri maschi né esprimersi in quanto maschio o in quanto femmina, ma semplicemente giocare?

Cioè sperimentare per gioco ma per davvero funzioni della vita adulta?

Che insomma l'infanzia sia libera di giocare con quel che gli pare senza doverla imbrigliare in griglie sessiste di definizione?


Leggere il gioco di un bambino come espressione del suo rifiuto di una identità di genere mi sembra un modo molto riduttivo di vedere le cose.

Si dà alle scelte e ai comportamenti di questi bambini l'intenzione di professarsi contro il proprio genere di appartenenza, tenendo fisse le definizioni di genere (che sappiamo culturali) invece di adeguarle ai comportamenti delle persone dalle quali dovrebbero sempre nascere le nostre definizioni se crediamo siano descrittive e non le vogliamo autoritariamente prescrittive.

Toh guarda quel bambino porta i capelli lunghi. Non accetta il suo genere che vuole i capelli corti. 

Secondo chi? In quale epoca? Nell'800 e anche in epoche precedenti gli uomini portavano i capelli lunghi. Anche loro avevano una fluidità di genere?

La cosa che trovo più sinistra, pericolosa, e nazista è la considerazione che l'autrice dell'articolo fa quando dice Nessuno sa perché la maggior parte dei bambini si adatta facilmente ai ruoli di genere che gli vengono assegnati, mentre altri no. Forse dipende dai livelli ormonali.
Qui si crede ancora che tra sesso e genere ci sia una conformità naturale e si ignora la radice culturale del concetto di genere che influenza anche quella di sesso.


D'altronde anche secondo gli schemi della psicologia evolutiva più reazionari e patriarcali l'infanzia è l'unica età in cui sperimentare tutto per poi uniformarsi da adulti agli stereotipi di genere. Secondo questo modo di vedere, l'omosessualità sarebbe una forma di immaturità perchè è solo una fase di passaggio che normalmente dovrebbe portare all'eterosessualità genitale e più matura. 

Quando dici che Sono profondamente convinto che in una società dove esistesse un modello sociale forte e positivo di omosessualità, i gay maschi non sarebbero né effeminati né giocherebbero con le bambole da un lato  stai comunque continuando ad ammettere che per te ha senso ascrivere il giocare con le bambole alla femminilità.
Bada non il fatto che molti la pensino così, questo è un dato di fatto, l'articolo che cito nel mio post precedente lo dimostra,  ma che questo pensiero abbia un fondamento logico mentre almeno secondo me è tutto da dimostrare..

Dall'altro cadi comunque nel classico stereotipo dell'omosessualità maschile (la donna mancata) mentre non tutti i gay sono effeminati e non tutti gli effeminati sono gay e, anzi, forse dovremmo proprio mettere in discussione il significato della parola effeminatezza.

Infatti quando dici che questo è coerente, se ci pensi, col dato quantitativo che i "bambini rosa" risultano poi essere spesso gay in realtà stai proprio confermando quell'equivoco epistemologico che il movimento è riuscito a correggere distinguendo tra identità di genere e orientamento sessuale.

Anche se la tua idea di adeguamento a uno stereotipo sociale spiega alcuni comportamenti da checca di alcuni omosessuali maschi anche se non tutti gli effeminati sono checche... se capisci cosa voglio dire...


In ogni caso ci sono bambini che giocano con le bambole e sono eterosessuali così come ci sono bambini che giocano col meccano* che sono gay e questi controesempi dovrebbero far svuotare di senso le considerazioni opposte che si basano solamente su un pregiudizio sessista. E in ultima analisi anche le tue.

Infatti è davvero superficiale, nella teoria della fluidità di genere, leggere una non conformità in atteggiamenti così esteriori come il giocare con giochi definiti in maniera sessista, o con i vestiti o con la lunghezza dei capelli.

Se ci sono fluidità nell'identità di genere credo debbano essere cercate in elementi più profondi.

La tua spiegazione è comunque molto interessante perchè cerca di improntare un discorso meta culturale (la cultura, smepre in termini antropologici, che parla di se stessa) sui motivi per cui possiamo aderire o meno ai cliché e stereotipi di genere.



Mi sembra però che per comprendere l'intera questione dobbiamo avere un punto di vista più distante che ci dia la possibilità di una visione d'insieme. Finché usiamo stereotipi di genere per parlare di orientamento sessuale (come in fondo fai anche un po' tu) secondo me non abbiamo ancora raggiunto la giusta distanza critica.

Grazie davvero tanto per il tuo commento che mi è stato molto di ispirazione. Riscrivi! Se sei di Roma mi piacerebbe incontrarti di persona.





*Uso il meccano e non i soldatini come vuole il cliché perchè io vieterei qualunque gioco che allude alle armi e all'esercito, ama questo è tutto un altro discorso...  




Ecco il commento di Eddi

Io ho un'idea un po' diversa. Il bambino (maschio) che gioca con le bambole e si lacca le unghie, e la bambina (femmina) che si veste da uomo ragno e gioca a pallone, non sono affatto "fluidi" da un punto di vista dell'identità di genere; semplicemente non aderiscono al loro ruolo socio-identitario "eterosessuale".

Perché, Alessandro, non possiamo negare che la bambola sia socialmente percepita come gioco femminile, e il calcio come maschile, anche da un bambino. Io credo che probabilmente giocando con le bambole un bambino sta cercando di appartenere a quel gruppo sociale che attrae e seduce altri maschi; non perché abbia titubanze sul proprio genere, ma perché la società gli suggerisce che per avere l'attenzione di un maschietto devi stare in quel gruppo. Secondo me questo è esattamente il principio che induce in una quota di maschi gay l'effeminatezza; cioè l'adesione, in età evolutiva, al comportamento - socialmente stereotipato - femminile, che serve per risultare attraente ad un altro maschio. Questo è coerente, se ci pensi, col dato quantitativo che i "bambini rosa" risultano poi essere spesso gay.

Sono profondamente convinto che in una società dove esistesse un modello sociale forte e positivo di omosessualità, i gay maschi non sarebbero né effeminati né giocherebbero con le bambole.