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venerdì 30 novembre 2012

L'omonegatività non è sconfitta finchè i primi a seguire certi luoghi comuni sono proprio i gay.

Chiedo perdono se stavolta parlo solo di uomini.

Di uomini gay.

Dei luoghi comuni con cui i ragazzi (una volta tanto sostantivo che non significa ragazzi e ragazze, ma solo i maschietti) vengono notati in base a elementi secondari del loro comportamento, linguaggio del corpo  e\o abbigliamento e per questo discriminati e catalogati, ancora oggi, nel 2012, come omosessuali in base a pregiudizi che sottendono una ideologia dell'omosessuale ferma agli anni 50 del secolo scorso.

Non mi riferisco tanto ai mass media, dove, pure, la figura del'omosessuale che passa è quella di Malgioglio, o della parodia che ne fanno i (maledetti) Soliti Idioti, o al travestittismo baraccone di Platinette; non mi riferisco nemmeno alla società così educata da questo potente mediatore sociale.

Stavolta mi riferisco alle persone omosessuali.

E non ai comuni cittadini, ma agli omosessuali della militanza.

Di quella avanguardia politica, cioè, che dovrebbe sensibilizzare le masse, per usare un altro cliché.

Mi capita di leggere un post del blog Michele darling. Lì trovo tre link.

Uno al post di Dario Accolla che avevo già letto e linkato a mia volta in un post precedente di elementidicritica.

Gli altri due link rimandano a due post su faccialibro.

Uno di Luigi Carollo, che non mi vede affatto d'accordo, e uno di Giovanni dall'Orto che non si riconosce nell'accostamento che Michele, sul suo blog, fa col post di Luigi Carollo. 
Non mi piace il primo intervento: ha troppe certezze, nel senso opposto.
scrive, a ragione, Giovanni in un commento al suo post.

Nel suo post Giovanni scrive una cosa sacrosanta:

No, ci sono molte cose che non quadrano.

Una delle quali, tuttavia, è il motivo per cui il Gay Center di Roma abbia fatto sapere Urbi et Orbi che il ragazzo suicida era gay.
Delle due l'una: o lo avevano saputo in via riservata dal ragazzo stesso, ed allora hanno tradito un preciso impegno a non mettere in piazza ciò di cui vengono a conoscenza nel corso del loro mestiere, oppure lo hanno detto senza averlo saputo, giusto per fare parlare della loro struttura elefantiaca che ha bisogno di un alto e costante livello di allarme sociale per giustificare la richiesta di alti e costanti contributi pubblici (...)

Non so cosa sperare, ma so cosa non voglio più: la gestione del disagio della generazione lgbt più giovane affidata ai professionisti della sfiga altrui. Colmare di denaro alcuni di noi perché pensino loro a tutto è solo un modo per garantirci che questi alcuni abbiano bisogno fisiologico del fatto che la sfiga altrui continui: ci campano.
Il sostegno peer-based dov'è finito? Cos'è rimasto del volontariato dopo venti anni di corruzione a furia di "progetti" e finanziamenti pubblici, che sono serviti a tapparci la bocca su quanto NON viene fatto in termini di prevenzione del disagio e di sostegno? Ma perché un adolescente gay, per avere una buona parola, deve avere un centro gay, e non può contare su altre strutture e luoghi? Non sarebbe suo diritto averne ovunque, anche se vive ad Aosta?
Ma in che razza di logica ci siamo fatti blindare?

Credo che questo evento luttuoso, al di là della spiegazione che potrebbe emergere nei prossimi giorni o non emergere affatto (...) abbia posto anche a tutti noi la domanda di: cosa stiamo combinando? E perché siamo ormai nella posizione da apparire ai nostri connazionali più come avvoltoi in attesa di cadaveri su cui piombare, che come esseri umani che vogliono eliminare dal mondo per quanto possono tutto il dolore degli altri (incluso quello dei genitori, e degli amici del ragazzo che s'è ucciso) perché lo sentono come proprio.
Osservazioni sacrosante, dette senza peli sulla lingua, che mi trovano profondamente d'accordo.
Chi mi conosce sa che diverse volte ho parlato della sciacallaggio di chi (e Gay Center non è il solo) mentre denuncia i casi di omofobia si fa pubblicità.
Alla domanda che si e ci pone dall'Orto dobbiamo dare tutti/e una risposta, in quanto cittadini/e, in quanto persone omosessuali e in quanto militanti.

Temo però che il post di dall'Orto, contenga, oltre a una critica sacrosanta, un pensiero, una ideologia, un modo di vedere il mondo che si basa sullo stesso patriarcato da cui scaturisce e su cui si basa l'omofobia, credo che, insomma, il commento di dall'Orto contribuisca, involontariamente ma concretamente, al clima di pregiudizio omonegativo.

Non mi riferisco tanto al paternalismo con cui Giovanni si riferisce ad Andrea descrivendolo come poco più che bambino arrivando a chiamarlo ragazzino termine che più paternalistico non si può.
Gli ho rilevato nei commenti il giudizio negativo che c'è dietro questo diminutivo, ma non sono riuscito a spiegarmi. Giovanni mi ha risposto tutt'altro, non centrando il punto che volevo fargli notare cioè il (pre)giudizio implicito di sufficienza con cui Giovanni guarda ai giovani adolescenti, arrivando a dire, nelle sue risposte al mio commento, che l'adolescenza non è una fase di per sé ma solo una terra di passaggio tra l'infanzia e l'età adulta.

Un modo di vedere l'adolescenza ottocentesco, alla libro Cuore che riscontriamo già nel suo post:
a volte i quindicenni si uccidono solo perché sono quindicenni: l'adolescenza è un'età fragile... per questo ha bisogno di tutto l'aiuto che possiamo darle.

Mi chiedo se oggi i suicidi tra adolescenti siano aumentati perchè l'adolescenza è una età fragile o forse perchè la società di oggi li ignora a tal punto da non dare loro strumenti per narrarsi al mondo da rendere la loro vita più difficile.

In ogni caso dall'Orto ignora che i suicidi tra adolescenti omosessuali sono comunque il doppio di quelli dei loro coetanei etero...

Non che tutti gli adolescenti omosessuali si suicidino perchè vessati nella loro omosessualità. Però essere omosessuali in una società omonegativa esacerba qualunque altra problematica possa indurre un adolescente a togliersi la vita.

Non è questo paternalismo, dicevo, ad avermi negativamente colpito nel suo post.

Mi colpisce una considerazione, del tutto ingiustificata e soggettiva che dall'Orto fa nel suo post quando scrive:
io sospetto che (...) il ragazzino fosse gay, ma non avesse ancora capito di esserlo, e che i suoi atteggiamenti un po' esibizionistici fossero il modo per fare un coming out giocato sul piano dell'estrosità anziché su quello dell'orientamento sessuale.

Ecco.

Andrea veste di rosa?  Si mette lo smalto (poco importa che lo facesse per evitare di mangiarsi le unghie) ? Ha degli atteggiamenti esibizionisti. Non siamo noi che notiamo una presunta differenza. E' lui che è esibizionista. che è eccentrico.

Chiunque deroga e si discosta dal cliché di genere che la società decide di darsi come standard, è eccentrico. Sarà. Ma io in Andrea non vedo un adolescente eccentrico. Io in Andrea vedo Andrea, e basta.
E non mi chiedo se sia gay o se è etero, mi chiedo solo se la società, la famiglia, la scuola ...e la militanza gay, lo lascino vivere in pace.

Purtroppo la risposta la consociamo tutt*.

Giudicare qualcuno come eccentrico perchè veste in maniera ritenuta strana, cioè diversa dalla norma, è già un pensiero discriminatorio.

Peggio ancora se in base a questa constatazione di eccentricità si cataloga la persona eccentrica come omosessuale.


L'occhio con cui dall'Orto guarda ad Andrea  e ne deduce l'orientamento sessuale è lo stesso occhio maschilista degli omofobi, con l'unica differenza che dall'Orto dopo aver così catalogato Andrea pensa che carino! e gli omofobi veri dicono che schifo!

Quello che dall'Orto non capisce, come ogni militante della sua generazione, cresciuto nell'epoca in cui l'omonegatività si esprimeva catalogando l'omosessualità come eccentrica,  è che l'eccentricità non solo non è prova di omosessualità (non tutti i gay sono eccentrici non tutti gli eccentrici sono gay) ma che il concetto stesso di eccentricità , oltre ad essere maledettamente patriarcale, cambia col tempo.
Oggi i ragazzi vanno in giro vestiti con orecchini, infradito, pantaloncini, magliette rosa, cerchietti per tenere fermi  i capelli lunghi che 40 anni fa li avrebbe fatti percepire tutti come eccentrici.
 Insomma quando dall'Orto si sente in diritto di affermare che  il ragazzino fosse gay, ma non avesse ancora capito di esserlo, mi sembra che stia esprimendo un pensiero che è lo stesso che sottende al comportamento di quei professionisti della sfiga altrui cui giustamente dall'Orto si lamenta venga assegnata la gestione del disagio della generazione lgbt più giovane.



Perchè fintanto che guardando l'atteggiamento o il modo di vestire di un ragazzo ci chiediamo se sia gay o etero stiamo discriminando, non solo ed esclusivamente l'omosessuale, ma la gioventù tout court.

Se da un lato è giusto e sacrosanto insistere sull'idea che l'omosessualità di per sé non sia  una cosa brutta, come si pensa anche quando la si usa solamente come insulto, e non è nemmeno una cosa bella nella misura in cui non lo è nemmeno l'eterosessualità (questa e quella pari sono) dall'altro ci si dovrebbe ricordare che certi atteggiametni e certi comportamenti appartengono al genere umano e che dovremmo smetterla di chiederci quale sia l'orientamento sessuale di qualcuno in base a una sua presunta eccentricità. Una eccentricità che è l'anticamera dell'omosessualità:  i suoi atteggiamenti un po' esibizionistici fossero il modo per fare un coming out giocato sul piano dell'estrosità anziché su quello dell'orientamento sessuale.

Cioè Andrea non era un ragazzo al quale piaceva vestire di rosa (ammesso e non concesso ciò fosse vero) e che questa sua passione denotava la sua persona non certo il suo orientamento sessuale. Andrea era un gay velato, nascosto, in fieri, sconosciuto a se stesso (ah la vocazione metafisica dell'essere umano non muore mai!) che cercava die spriemre la propria gayezza tramite una ostentata eccentricità.

ecco il pregiudizio che ha discriminato Andrea. Ecco il pregiudizio che ha contribuito al suicido di Andrea.


Se nemmeno un militante come Giovanni riconosce ad Andrea il diritto di andare in giro vestito come gli pare senza essere catalogato come eccentrico (ammesso e non concesso che Andrea andasse in giro vestito come si è detto) senza per questo mettere in causa il suo orientamento sessuale, addirittura pretendedndo di saperne di più di Andrea stesso, (era frocio ma non lo sapeva ma !?!?!) allora vuol dire che l'omofobia è davvero in ognuno di noi.

Ecco come e perchè l'omofobia non colpisce solamente le persone omosessuali  ma colpisce ognuno di noi, chiunque deroga dai cliché cui ci impongono di conformarci.

Non basta cambiare il (pre)giudizio sull'omosessualità da negativo a positivo, bisogna smettere di domandarci dell'orientamento sessuale delle persone soprattutto se a farci venire la curiosità è un atteggiamento, un modo di comportarsi o di vestirsi della persona della quale ci chiediamo ma è gay quella checchina là?

Altrimenti succede che Andrea non possa esprimere la propria personalità (non personalità gay, e nemmeno personalità etero, ma personalità e basta) senza essere discriminato dai vecchi cliché, che lo vogliono una checca di merda o ai nuovi cliché che lo vogliono gay, ma che carinoooo!

Non è importante sapere se Andrea fosse gay o meno è importante sapere che qualunque ne fosse il motivo Andrea veniva percepito come diverso.
Che qualcuno per offenderlo e rendergli la vita difficile credeva bastasse dargli del gay per offenderlo (la madre in testa che parla di diffamazione).

Finché ci saranno persone come Giovanni che non fanno a meno di chiedersi se Andrea fosse gay perchè non si conformava al cliché della mascolinità, ma ostentava eccentricità (suoi atteggiamenti un po' esibizionistici),  noi uomini e donne, etero e gay, militanti o meno, di strada dobbiamo davvero farne ancora tanta!


C'è ancora dell'altro.

Per stigmatizzare chi ha accusato compagni e compagne di classe di non averlo saputo accetatre per quello che era dall'Orto arriva a scrivere: 
  • se non era lui stesso certo di cosa fosse, come potete rimproverare gli altri attorno a lui per non averlo capito?

Insomma se ti vesti da donna ma non si capisce se sei gay o no perchè magari nemmeno tu ancora lo sai (?!?!) non pui accusare se gli altri ti percepiscono come diverso.

Certo, poi Giovanni si rende conto di quel che ha scritto e corre ai ripari:

  • E tuttavia, l'ultima cosa che io vorrei sono compagni e professori che inizino a dire: "Dunque, abbiamo capito che sei omosessuale, dato che..." Scusate, ma se lo facessero, sarebbe VIOLENZA.
Scusami Giovanni, non è proprio quello che hai fatto tu?



venerdì 23 novembre 2012

Rottamare l'omofobia. L'omonegatività c'è sempre, permea il Paese, i mezzi di informazione, le istituzioni, gli agenti sociali, la gente, noi.

Avrete sicuramente saputo, perchè eravate alla fiaccolata o per averlo letto sulla rete, che le dinamiche che hanno portato Andrea (chiamato con l'alias di Davide) a togliersi la vita non sono esattamente quelle raccontate dalla stampa, e amplificate nella loro enfasi dalla rete.
Per una ricostruzione, interessante e esaustiva, rimando al bel post di Dario Accolla sul sito del Mieli.
A questo punto sulle dinamiche e sulle cause di questo suicidio sospendo il mio giudizio e aspetto che a pronunciarsi siano gli inquirenti.

Voglio però provare a individuare un punto centrale in tutta questa vicenda, sotterraneo e pernicioso, che la dice lunga sulla strisciante omonegatività che c'è nel paese e nella testa di tutte e di tutti noi.

Intanto sono arrivato alla conclusione che la parola omofobia sia da rottamare, perchè allude, volenti o nolenti, a forme estreme e violente di intolleranza e discriminazione.

Si crede cioè che l'omofobia si consumi in presenza di violenza fisica, calci, sputi, coltellate, come ci hanno abituato stampa e rete. oppure in violente aggressioni verbali quando si dice, che ne so, frocio di merda devi crepare di aids.

Come ha evidenziato Luca Trappolin (alla mattinata organizzata dalla Provincia di Roma lo scorso 31 ottobre) riportando i dati della ricerca europea Confronting Homophobia in Europe la gente non percepisce come omofobici un sacco di atteggiamenti che in realtà lo sono.

Dopo le incertezze di ieri sera, durante il raduno per la fiaccolata che ufficialmente non c'è stata (non autorizzata? Non più giustificata?) sono girate molte domande alle quali si è risposto con altrettante voci.
Andrea era gay?
Era vessato dai compagni e compagne di classe? Dal resto della scuola? Dai professori e professore?
Non so voi ma a me sembrano tutte domande omofobiche, cioè omonegative se la parola omofobia è da rottamare.
Provo a spiegar(m)vi perchè.

Andrea è gay?

Ogni volta che leggo un articolo nel quale si riporta di un fatto omofobico ci si riferisce smepre all'omosessualità della vittima: deriso perchè gay. Accoltellata perchè lesbica.

Adesso, visto che gay  lesbiche non hanno un alone rosa, quali sono i criteri di visibilità, i criteri tassonomici coi quali cataloghiamo (cioè discriminiamo) qualcuno\a come omosessuale?

Vengo percepit* come omosessuale se io mi bacio con una persona dello stesso sesso, se vado in giro mano nella mano col medesimo o medesima, se vesto di rosa, o con altro sembiante che non si addice allo stretto, rigido e codificato stereotipo di genere.

Ma bastano davvero questi tratti per fare di me un omosessuale?
Due perone dello stesso sesso che si baciano o vanno in giro mano nella mano sono per forza una coppia?
Non possono essere amici? 
Quanti centimetri di lingua dirimono la questione?
E, in fondo, che ce ne frega?

Ogni volta che ci chiediamo dell'orientamento sessuale di una persona in base a un comportamento non conforme allo stereotipo di genere della medesima siamo omofobici e omofobiche, tutti. Tutte.

L'omofobia non è già discriminazione di chi è omosessuale dichiarato. Omofobia è, prima ancora, vessazione di chi non si conforma al cliché sociale.

L'omofobia insomma è qualcosa di precedente all'omosessualità e pervade tutta la società.

Basta un capello fuori posto, un colore differente da quello che qualcuno reputa giusto e si è subito froci o lesbiche.

Non importa se Andrea fosse gay etero bisessuale asessuale polisessuale.

Era un ragazzo cui non è stato permesso di fare la narrazione di sé che lui voleva.

Perciò sentirmi chiedere ieri sera ma se Andrea non era gay qui che ci stiamo a fare?  vuol dire che il movimento ha fallito, che non abbiamo capito niente e che le associazioni lgbt sono una volgare gilda di categoria.

Andrea era vessato dai compagni e compagne di classe? Dal resto della scuola? Dai professori e professore?

La società è omofobica, è omonegativa, sempre. Ci vuole conformi, ci chiede di ottemperare, come i Borg di Star Trek, al pensiero unico eterosessita e cattolico.

In questo clima tutte e tutti siamo quotidianamente, ogni secondo delal nostra vita, esposti ed esposte all'omonegatività. Chi si conforma al cliché eterosessista e Vatic-ano è momentaneamente al riparo dal ludibrio ma sempre a rischio appena deroga, anche di un millimetro, magari per distrazione, per stanchezza, da quel rigido cliché. Che sia omosessuali o meno poco conta, l'importante è che venga percepito tale. Così, per conformismo l'importante è che non venga percepito come tale. Viviamo tutti un conformismo eterosessista dal quale guai se ci capita di uscire.

Ogni volta che una madre dice al figlio piccolo non piangere solo le femminucce piangono, è omofobica. Ogni volta che vedendo passare un ragazzo dinoccolato ed effeminato pensiamo, ciao sorè, siamo omofobici,  ogni volta che mettiamo in discussione la mascolinità di un nostro partner in base a quello che gli piace fare a letto siamo omofobici.

Noi parliamo ridicolmente di diritti gay, diritti lesbici, diritti trans e induciamo le e gli etero a credere che chiediamo diritti solamente per noi, che vogliamo una nostra normalità. E per molti e molte è così.

Per molti vivere da gay vuol dire conformarsi a un altro stereotipo, quello dell'orientamento sessuale: se sei gay sei in un certo modo e basta, se sei lesbica sei in quel modo e basta (con alcune sotto-categorie schizofrenicamente esasperate nella loro separazione oppositoria: checche e bear, butch e femme).

Abbandonarsi a questa logica è una pratica omofobica.

In realtà l'omofobia riguarda tutti, uomini e donne obbligate a conformarci vecchi e nuovi cliché e lasciamo che sia la società a dire cosa un etero o un omo possono  o non possono essere, cioè apparire. Quindi la lotta contro l'omofobia è una lotta di emancipazione di tutte e tutti.

Il pensiero omofobico c'è sempre e qualsiasi persona che a qualsiasi titoli si trovi stretta negli stereotipi sociali e le viene impedito di uscirne vive in una continua condizione di omofobica.

Per cui le domande ma Andrea era vessato dalla classe o dalla scuola o dai professori è oziosa, è odiosa.

Siamo tutte e tutti vessati da un sistema informativo che propala gli stereotipi più triti, abbiamo dei modelli di riferimento che presnetano le persone omosessuali come delle macchiette da baraccone (come fanno in tv I soliti idioti che fanno dell'omosessualità e dell'omogeniotorialità un capriccio isterico: io vi maledico, che dio vi si prenda!).

Viviamo in una società che discrimina, non tutela, non censura il Vatic-Ano quando dice che l'omosessualità è un disordine morale, o lo Stato quando non riconosce a tutti e tutte gli stessi diritti degli altri e noi cerchiamo motivi più congrui e gravi che hanno indotto Andrea a togliersi la vita?

Mi spaice se qualche ragazza, compagna di classe di Andrea, si è sentita male perchè ha trovato scritto sul propri profilo facebook assassina, commento tranchant di qualche frustrato/frustrata della rete che da casa si sente Che Geuvara ma poi in strada non scende mai perchè alle sette ha pilates e alle nove va al ristorante.

Mi spiace per lei ,ma è vero. Siamo tutti assassini e assassine, quando cataloghiamo il prossimo in base alla non conformità a degli stereotipi dai quali facciamo fatica a separaci.

Perchè a me è dispiaciuto davvero del suicidio di Andrea. Mi ha fatto rabbia, mi ha fatto male e ho odiato quanti ieri sera chiedendomi come stai e io rispondendogli male mi hanno chiesto perchè?!
Perchè Andrea si è tolto la vita, imbecille!


Ieri sera ho visto molta gente arrabbiata, determinata, che c'era, era scesa in piazza, disposta a mettersi in gioco. E ho visto un movimento pavido ,politicizzato (stavolta uso il termine nel suo senso più infimo e deleterio) preoccupato di non fare brutta figura, di non pestare i piedi alle istituzioni, di fare compagnia ma non sporcare, come i cani.

Se fosse stato per gli organizzatori della fiaccolata di ieri ci saremmo dovuti sciogliere e tonarcene a casa con la coda tra le gambe. Invece grazie alla determinazione di qualcuno che è intervenuto la marcia se non proprio fiaccolata (troppe poche le candele accese) l'abbiamo fatta, abbiamo dato fastidio, abbiamo dato nell'occhio, abbiamo disturbato il conformismo corrente che ingabbia anche il movimento.

L'omonegatività colpisce ognuna e ognuno di noi. Sempre e comunque, contrastarla prima ancora che un diritto è un dovere civico.




giovedì 22 novembre 2012

Le parole per dirlo: come riportare male e col tono da gossip la notizia del suicidio di un 15enne vessato per il suo modo di vestire giudicato eccentrico.

Che ti prendano in giro o no, la vita per un ragazzo omosessuale è oggettivamente più difficile di un suo coetaneo etero.
Di più, la vita di un ragazzo, qualunque sia l'orientamento sessuale,  che non si conforma al ruolo di genere che la società tutta gli impone, è ancora più difficile.



A. S. un ragazzo di 15 anni (qualcuno gli ha dato il nome di fantasia Davide, qualcuno Giulio, per proteggerne la privacy dalla doppia infamia, quella di essere frocio e quella di essersi suicidato) si è tolto la vita.  Si è impiccato con la propria sciarpa, attaccata al mancorrente delle scale interne alla sua abitazione di Roma.

Si è tolto la vita perchè stanco di essere preso in giro dagli studenti e della studente del suo liceo, il Cavour di Roma, perchè vestiva in maniera eccentrica.
Tra gli insulti ricorrenti quello sul proprio orientamento sessuale.

Perchè un ragazzo che  Indossava i jeans rosa, aveva la frangetta, si truccava e, martedì mattina, si era messo anche lo smalto (Rinaldo Frignani corsera) è un freak, un frocio, uno strano.

Frignani con questa frase tradisce di pensarla allo stesso modo di chi prendeva in giro
A. S. grazie a quell'avverbio anche come a dire non basta il jeans rosa, non basta il trucco (quale trucco non ci è dato sapere, se la matita nera nel contorno occhi che usavo anche io 30 anni fa, o un trucco sul viso, e, in questo caso se il trucco ne evidenziasse i tratti mascolini o, viceversa, cercasse di renderlo più femminile, sono distinzioni per persone dal palato fine, i froci si truccano e tanto ci deve bastare...) non basta il trucco, dicevo, usa anche lo smalto.
Che smalto? Di che colore? Lo smalto e la matita nera la usavano 30 anni fa i dark...

Purtroppo nulla di certo ci è dato sapere.
A leggere quotidiani e siti internet è tutto un pare, un sembra, un sentito dire sia sulla dinamica del suicido... 
È tornato a casa - dove forse c'era anche il fratello più piccolo - ha annodato una sciarpa al corrimano della scala interna e si è stretto l'altro capo al collo, lasciandosi cadere di schianto. La morte è stata istantanea. A trovare il corpo è stato il padre.  (Corriere)
E’ tornato nella sua casa romana, dopo essere stato ripreso da un'insegnante per aver usato uno smalto per le unghie, e si è impiccato, con la sciarpa. Davanti al fratellino piccolo. Lo ha trovato il padre, quando ormai non c’era più niente da fare. Inutile chiamare i soccorsi. HuffingtonPost 
ha deciso di farla finita legandosi una sciarpa al collo dentro casa. E quando il fratellino lo ha trovato e ha chiamato i genitori, era troppo tardi.  Repubblica
 ...sia sui motivi del  suicidio
Forse qualche compagno s’è interrogato per per qualche battuta di troppo, le solite fatte anche martedì, il giorno prima quando A. si era arrivato a scuola con lo smalto. E forse anche una professoressa gli aveva detto che non era il caso. (Oggi24.it)
quando si è presentato a scuola con lo smalto (...) alcuni lo avrebbero anche chiamato "frocio". “Una professoressa lo ha ripreso”, raccontano alcuni suoi amici. HuffingtonPost 

Persino le dichiarazioni di Marrazzo riportate da Corriere e Repubblica sono contraddittorie.



Non sappiamo se fosse veramente gay, ma ciò non toglie che per il suo atteggiamento veniva deriso e che per questo motivo era sconvolto
riporta il Corriere
A quanto pare il ragazzo era gay, cosa nota ai suoi amici e anche ad altri che lo prendevano in giro. Chiediamo che venga fatta luce sulle ragioni del suicidio. E se tra queste ci sono forme di discriminazione per la sua dichiarata omosessualità. 
Riporta Repubblica

Insomma, lo era o non lo era?

Quel che sembra sfuggire anche a Marrazzo, o ai giornalisti che riportano le sue dichiarazioni in maniera così contraddittoria (fossi io Marrazzo avrei già rilasciato un comunicato stampa di fuoco, ma i giornalisti è smepre meglio tenerseli buoni altrimenti poi non fanno pubblicità al tuo Gay Center...) è che dare a qualcuno del frocio per offenderlo è omofobico di per sé, che la persona offesa gay lo sia o meno.


Omofobico è giudicare una persona dal suo abbigliamento come fa Repubblica o il Corriere che danno per scontata l'omosessualità di A.S. in base a un paio di jeans rosa...

Cos'hanno di diverso Corriere e Repubblica rispetto i compagni e le compagne di scuola di A. S.?

NULLA.

Pescano tutti e tutte dallo stesso bacino machista e patriarcale di pregiudizio omofobico.


D'altronde nessun articolo sulla carta o sul web si sogna di fare vera informazione.
nessuno si sogna di ricordare, per esempio che
un forte aumento delle condotte suicidarie in età adolescenziale, dall’altra parte gli studi sulla sessualità umana hanno più volte riscontrato alti tassi di suicidalità tra i giovani omosessuali. (Pietrantoni L. Il tentato suicidio negli adolescenti omosessuali Minerva Psichiatrica, 40, 75-80 1999)
 
Tutto viene insinuato col dubbio il sospetto pettegoli, come si dice in corridoio di uno che si vede passare Lo sai? Lo è...

A. S. era così pesantemente aggredito che qualcuno aveva persino aperto un profilo facebook con delle sue foto.
Avevano creato una pagina Facebook, in cui lo prendevano continuamente in giro per i suoi modi di fare e anche per l’abbigliamento. Quella pagina era là, visibile a tutti, da dodici mesi. E questo Davide (il suo nome è di fantasia) lo sapeva bene. Ma, forse, aveva cercato di rassegnarsi. "Ragazzi ho scoperto di avere una canottiera rosa", scrivevano sul social network qualche mese fa, in riferimento al suo look. Avevano anche fornito indicazioni sulla zona in cui abitava e pubblicato sue foto - sicuramente senza il suo permesso...
...scrive l'HuffingtonPost 


Questo non impedisce alle due deficienti (nel senso letterale del termine, che deficiano di informazioni) VIOLA GIANNOLI e MARIA ELENA VINCENZI di scrivere su Repubblica, senza conoscere i fatti, senza dare alcuna informazione in più rispetto le altre fonti, dall'alto di non si sa quale autorità se non quella criminale di chi discrimina e minimizza, arrivano a scrivere Uno sfottò, certo. Ma nulla di omofobo, più un gioco tra ragazzi.

Alla faccia del gioco da ragazzi! La polizia sta indagando

sul profilo Facebook che porta il nome della giovane vittima. L’ipotesi di reato potrebbe essere quella di istigazione al suicidio. (HuffingtonPost)
Sulla stessa onda di deficienza Serena Paoletti che arriva alla stessa conclusione
Su internet, però, c’è anche un altro profilo dedicato “al ragazzo con i pantaloni rosa”. Il nome è storpiato, c’è una foto con la parrucca, la pagina forse curata da qualcun altro, ogni giorno propone frasi senza senso, quelle di A. Uno sfottò, senza omofobia, un gioco tra ragazzi. Non bello e decisamente troppo per morire a 15 anni. (Oggi24.it)
Così simile da chiedersi chi abbia copiato chi...

Tra l'altro il titolo dell'articolo di Oggi24 è surreale:

Muore un ragazzo gay del Cavour: lettera nella scuola occupata.
Muore? Per epidemia? Per un incidente? Non muore suicida o si suicida? e qual è la notizia?  La lettera nella scuola occupata?!!?
Ma chi scrive oggi sulla rete?
Con quali credenziali? Quali competenze?

Insomma, A.S. ha compiuto un gesto di protesta un gesto col quale accusa tutta la società che non gli permetteva di vestire come gli pareva senza essere preso in giro o senza che per questo venisse messa  in discussione l'orientamento sessuale e l'identità sessuale tutta.

Ma per Repubblica e Oggi24 le continue prese in giro che hanno indotto A. S. a togliersi la vita non sono nulla di omofobico, solo uno sfottò tra ragazzi.

Vi prego, datemi la testa di Viola Giannolo, Maria Elena Vincenzi e Serena Paoletti su un piatto d'argento.

sabato 3 novembre 2012

La scuola, un posto migliore per tutti. Se ne parla mercoledì 31 ottobre a Palazzo Incontro

Nell'ambito del convegno La scuola, un posto migliore per tutti. Orientamento sessuale, genere e diversità. Come superare l’omofobia che si è svolto a Palazzo Incontro, Roma, il 31 ottobre, articolato in due momenti, il primo dedicato alla presentazione di alcune ricerche sul tema e la seconda alla presentazione del toolkit realizzato dal progetto NISO per insegnanti ed educatori due interventi tra quelli istituzionali sono stati di altissima qualità facendo davvero sperare al meglio per un Paese arretrato come l'Italia.

lunedì 15 ottobre 2012

Una adeguata risposta al commento di Eddi al mio post Identità di genere fluida:

Il commento di Eddi al mio post Identità di genere fluida
merita una risposta troppo articolata per postarla tra i commenti. Ho deciso così di farla diventare un nuovo post.

Eco la mia risposta.
Di seguito il commento di Eddi   


Ciao Eddi.

Intanto grazie per il tuo contributo, per me preziosissimo, per dipanare un argomento spinoso e di non facile soluzione.

Prenderò spunto da quello che dici per esprimere ancora meglio i miei dubbi più che per esprimere una concordanza o una discordanza con quello che dici, che, comunque , ci sono, entrambi.

Mi ha colpito che nel tuo commento, pur indicando bambino e bambina tu senta di dover specificare il genere: Il bambino (maschio) e la bambina (femmina).

Come se le parole bambino e bambina non si riferiscano già al genere, che sappiamo essere una costruzione culturale (in senso antropologico) e sociale, ma al sesso (secondo la nota distinzione) le cui caratteristiche e differenze basandosi sulla biologia, pretendiamo essere naturali.

Anche il corpo biologico invece è una costruzione sociale e culturale nel senso che ce lo rappresentiamo non in maniera neutra, obbiettiva, ma già informato (nel senso di dare forma) dagli stereotipi di genere.

Non credo sia esatto infatti dire che il genere sia il processo culturale di costruzione sociale delle caratteristiche biologiche come scrive Elisabetta Ruspini ne Le identità di genere (Carocci, Roma 2003 p. 9) perchè in questa definizione non si mette in discussione il concetto di caratteristiche biologiche che è a sua volta una costruzione sociale.

Ruspini arriva infatti a dare per scontate certe differenze biologiche che non sono biologiche affatto:
Donne e uomini presentano diverse caratteristiche fisiche: i maschi della specie umana sono, in media, più grandi e più forti delle femmine e queste ultime, inoltre, sono fisicamente più vulnerabili a causa delle gravidanze e dell'accudimento dei neonati e bambini
E' evidente qui che vengono ascritte al biologico differenze che riguardano invece la distribuzione sociale dei ruoli, infatti le donne non sono sempre incinte e dunque non sono vulnerabili sempre, fermo restando che una donna incinta può compiere qualunque compito della vita quotidiana anche in avanzata gestazione...

Per tacere della definizione che i maschi sono in media più forti.

Anche questa è una rappresentazione sociale, perchè io, che sono ciccione e non faccio sport, sono meno forte di una donna della mia stessa età ma in condizioni fisiche migliori delle mie, eppure la mia minore forza fisica non fa di me un maschio meno maschio.

Almeno non dovrebbe.

Perchè per un uso rigido delle parole c'è chi arriverebbe a depennarmi dalla categoria maschile se non corrispondo alle caratteristiche che si pretende la definiscano.

Ed è proprio qui che nasce il mio disagio sul concetto di fluidità di genere.

Ci si dimentica che tutte le parole sono rappresentazioni della realtà, le cui caratteristiche ascritte sono descrittive e mai prescrittive.

Le parole sono descrittrici della realtà non già la realtà stessa.

(Lo so che un filosofo avrebbe da ridire, ma per realtà stessa intendo le singole persone e non i concetti con le quali le indichiamo, quel maschio concreto in carne ed ossa non il concetto di maschio che quel singolo individuo incarna).

Quando la realtà, quella singola persona, quel singolo dato crudo (cioè non già interpretato secondo i nostri descrittori, cioè le parole) mostra una incongruenza con la parola definita\descrivente dovremmo cambiare la parola e non la persona.

Invece mi sembra facciamo il contrario.

Tu constati - a ragione - che i bambini e le bambine che giocano con giocattoli secondo i ruoli di genere non pertinenti al loro sesso biologico  non sono affatto "fluidi" da un punto di vista dell'identità di genere; semplicemente non aderiscono al loro ruolo socio-identitario "eterosessuale".

Su questo siamo perfettamente d'accordo.

Per me definire il giocare con una bambola femminile e giocare con il meccano* maschile è un volgare (nel senso di banale, trito, ovvio) stereotipo sociale che si rifà all'organizzazione sociale del fascismo quando la donna stava in casa a fare i lavori donneschi della cucina e l'uovo lavorava.

Ancora più indietro, si rifà al mito fondatore della nostra cultura, quello della biblica Genesi dove dio dice alla donna tu partorirai con dolore (il che significa anche questo è tutto quello che farai) e all'uomo tu lavorerai col sudore della fronte.

La società di oggi è profondamente cambiata e ci sono uomini e donne che si sono appropriati di comportamenti, funzioni, lavori che una volta erano percepiti come pertinenti esclusivamente all'altro sesso.

Gli uomini oggi accudiscono i bambini e cambiano loro i pannolini - mentre fino a meno di 30 anni fa si facevano film come Tre scapoli e un bebè (Usa, 1987) di Leonard Nimoy (remake di Tre uomini e una culla (Francia, 1985) di Coline Serrau, film nei quali tre maschi scapoli si schifavano della puzza della cacca di un neonato ed erano del tutto incapaci di accudirlo.

Le donne oggi guidano autobus o vanno nell'esercito mentre fino a prima della seconda guerra mondiale la donna portava da mangiare al marito che lavorava in fabbrica oltre a portare nel grembo suo figlio, come racconta il film Rotaie (Italia, 1929) di Mario Camerini.

Una volta emancipata dalla sua funzione riproduttrice nella quale era stata imbrigliata, grazie al lavoro (non a caso in Italia fino al 1914 la donna per lavorare doveva ottenere il permesso dal padre o dal marito, comunque da un maschio) al  controllo delle nascite e al divorzio la donna ha potuto finalmente rendersi autonoma.

Bambole e meccano* sono giochi e basta e chi ancora oggi, nel 2012, pensa che la bambola sia un gioco da bambina e il meccano* un gioco da bambino è un dinosauro fuori dal mondo, e dice cazzate.

Certamente il luogo comune è ancora molto forte e molte persone ancora la pensano così ma ciò non significa che questo trito e triste stereotipo sia vero o sia giusto.


Hai ragione nel dire che non possiamo negare che la bambola sia socialmente percepita come gioco femminile, e il calcio come maschile ma credo che tu sbagli nell'attribuire questo conformismo (ben)pensante anche all'infanzia (i bambini e le bambine) che credo semplicemente giochino e sperimentino senza preoccuparsi di essere o meno conformi a questo o quel cliché.

Credo che la questione redimente sui bambini rosa sia tutta qui.

E' l'occhio conformista dell'adulto che definisce, prescrive  e inquadra la libertà a-defintoria dell'infanzia in griglie che si pretendono universali, dimenticando (o fingendo di farlo) che invece sono storicamente determinate.

Con la caduta del muro è crollato anche il materialismo storico che tutt* dovremmo tornare a studiare (e se non ti piace Marx va benissimo anche Feuerbach).

La lettura che proponi tu, molto interessante per gli adulti,  e cioè che questo è esattamente il principio che induce in una quota di maschi gay l'effeminatezza; cioè l'adesione, in età evolutiva, al comportamento - socialmente stereotipato - femminile, che serve per risultare attraente ad un altro maschio (anche se ti ricordo che l'effeminatezza è un concetto patriarcale che serve a individuare chi si allontana dal concetto di virilità e che, d'altronde, ci sono maschi effeminati che sono eterosessuali) mi sembra una forzatura per i bambini.
 
Mi chiedo e ti chiedo infatti: non può essere più semplicemente che l'infanzia sta semplicemente giocando e non vuole né sedurre altri maschi né esprimersi in quanto maschio o in quanto femmina, ma semplicemente giocare?

Cioè sperimentare per gioco ma per davvero funzioni della vita adulta?

Che insomma l'infanzia sia libera di giocare con quel che gli pare senza doverla imbrigliare in griglie sessiste di definizione?


Leggere il gioco di un bambino come espressione del suo rifiuto di una identità di genere mi sembra un modo molto riduttivo di vedere le cose.

Si dà alle scelte e ai comportamenti di questi bambini l'intenzione di professarsi contro il proprio genere di appartenenza, tenendo fisse le definizioni di genere (che sappiamo culturali) invece di adeguarle ai comportamenti delle persone dalle quali dovrebbero sempre nascere le nostre definizioni se crediamo siano descrittive e non le vogliamo autoritariamente prescrittive.

Toh guarda quel bambino porta i capelli lunghi. Non accetta il suo genere che vuole i capelli corti. 

Secondo chi? In quale epoca? Nell'800 e anche in epoche precedenti gli uomini portavano i capelli lunghi. Anche loro avevano una fluidità di genere?

La cosa che trovo più sinistra, pericolosa, e nazista è la considerazione che l'autrice dell'articolo fa quando dice Nessuno sa perché la maggior parte dei bambini si adatta facilmente ai ruoli di genere che gli vengono assegnati, mentre altri no. Forse dipende dai livelli ormonali.
Qui si crede ancora che tra sesso e genere ci sia una conformità naturale e si ignora la radice culturale del concetto di genere che influenza anche quella di sesso.


D'altronde anche secondo gli schemi della psicologia evolutiva più reazionari e patriarcali l'infanzia è l'unica età in cui sperimentare tutto per poi uniformarsi da adulti agli stereotipi di genere. Secondo questo modo di vedere, l'omosessualità sarebbe una forma di immaturità perchè è solo una fase di passaggio che normalmente dovrebbe portare all'eterosessualità genitale e più matura. 

Quando dici che Sono profondamente convinto che in una società dove esistesse un modello sociale forte e positivo di omosessualità, i gay maschi non sarebbero né effeminati né giocherebbero con le bambole da un lato  stai comunque continuando ad ammettere che per te ha senso ascrivere il giocare con le bambole alla femminilità.
Bada non il fatto che molti la pensino così, questo è un dato di fatto, l'articolo che cito nel mio post precedente lo dimostra,  ma che questo pensiero abbia un fondamento logico mentre almeno secondo me è tutto da dimostrare..

Dall'altro cadi comunque nel classico stereotipo dell'omosessualità maschile (la donna mancata) mentre non tutti i gay sono effeminati e non tutti gli effeminati sono gay e, anzi, forse dovremmo proprio mettere in discussione il significato della parola effeminatezza.

Infatti quando dici che questo è coerente, se ci pensi, col dato quantitativo che i "bambini rosa" risultano poi essere spesso gay in realtà stai proprio confermando quell'equivoco epistemologico che il movimento è riuscito a correggere distinguendo tra identità di genere e orientamento sessuale.

Anche se la tua idea di adeguamento a uno stereotipo sociale spiega alcuni comportamenti da checca di alcuni omosessuali maschi anche se non tutti gli effeminati sono checche... se capisci cosa voglio dire...


In ogni caso ci sono bambini che giocano con le bambole e sono eterosessuali così come ci sono bambini che giocano col meccano* che sono gay e questi controesempi dovrebbero far svuotare di senso le considerazioni opposte che si basano solamente su un pregiudizio sessista. E in ultima analisi anche le tue.

Infatti è davvero superficiale, nella teoria della fluidità di genere, leggere una non conformità in atteggiamenti così esteriori come il giocare con giochi definiti in maniera sessista, o con i vestiti o con la lunghezza dei capelli.

Se ci sono fluidità nell'identità di genere credo debbano essere cercate in elementi più profondi.

La tua spiegazione è comunque molto interessante perchè cerca di improntare un discorso meta culturale (la cultura, smepre in termini antropologici, che parla di se stessa) sui motivi per cui possiamo aderire o meno ai cliché e stereotipi di genere.



Mi sembra però che per comprendere l'intera questione dobbiamo avere un punto di vista più distante che ci dia la possibilità di una visione d'insieme. Finché usiamo stereotipi di genere per parlare di orientamento sessuale (come in fondo fai anche un po' tu) secondo me non abbiamo ancora raggiunto la giusta distanza critica.

Grazie davvero tanto per il tuo commento che mi è stato molto di ispirazione. Riscrivi! Se sei di Roma mi piacerebbe incontrarti di persona.





*Uso il meccano e non i soldatini come vuole il cliché perchè io vieterei qualunque gioco che allude alle armi e all'esercito, ama questo è tutto un altro discorso...  




Ecco il commento di Eddi

Io ho un'idea un po' diversa. Il bambino (maschio) che gioca con le bambole e si lacca le unghie, e la bambina (femmina) che si veste da uomo ragno e gioca a pallone, non sono affatto "fluidi" da un punto di vista dell'identità di genere; semplicemente non aderiscono al loro ruolo socio-identitario "eterosessuale".

Perché, Alessandro, non possiamo negare che la bambola sia socialmente percepita come gioco femminile, e il calcio come maschile, anche da un bambino. Io credo che probabilmente giocando con le bambole un bambino sta cercando di appartenere a quel gruppo sociale che attrae e seduce altri maschi; non perché abbia titubanze sul proprio genere, ma perché la società gli suggerisce che per avere l'attenzione di un maschietto devi stare in quel gruppo. Secondo me questo è esattamente il principio che induce in una quota di maschi gay l'effeminatezza; cioè l'adesione, in età evolutiva, al comportamento - socialmente stereotipato - femminile, che serve per risultare attraente ad un altro maschio. Questo è coerente, se ci pensi, col dato quantitativo che i "bambini rosa" risultano poi essere spesso gay.

Sono profondamente convinto che in una società dove esistesse un modello sociale forte e positivo di omosessualità, i gay maschi non sarebbero né effeminati né giocherebbero con le bambole.