sabato 12 gennaio 2013

Tutta la verità sulla sentenza 601 della Corte di Cassazione, millantata come sentenza che apre alle famiglie gay.

Non sono un giurista, non ho mai dato un esame di giurisprudenza, chiedo dunque scusa sin da subito se qualcuno o qualcuna che ne sa più di me ravviserà in quanto scrivo errori terminologici e ingenuità nel modo di quanto vado a dire.

So però leggere e credo dopo aver letto la sentenza 601/2013 della prima sezione civile della Corte di Cassazione di poter dire che sono sin troppe le semplificazioni fatte da parte della stampa così come da parte di chi ha accolto positivamente ovvero negativamente questa sentenza il cui portato è si importante ma di natura e per motivi ben diversi da quelli che ognuno e ognuna vi hanno visto forzando il senso della sentenza per sostenere le proprie posizioni.

Ecco in estrema sintesi i fatti (desunti dalla sentenza stessa).


XX e YY  hanno un bambino. YY, la madre, è tossicodipendente. Va in un centro di recupero. Si disintossica. Conosce una donna e inizia una relazione con lei
Le due donne vanno a convivere e con loro il figlio di XX e YY.

Il padre del bambino, cittadino straniero e musulmano,  un giorno aggredisce la convivente della ex davanti al figlio, che si infuria con lui

Il tribunale per i Minorenni decide per l'affido esclusivo alla madre (nonostante la vigente legge preveda l'affido condiviso).

Decreta anche che il padre possa vedere il figlio prima ogni 15 giorni in ambiente protetto e poi, a discrezione dei servizi sociali delegati all'uopo dal Tribunale, di allargare questo diritto fino a far diventare la frequentazione tra padre e figlio libera.
Il padre sparisce per 10 mesi e non si avvale nemmeno del diritto di vedere il figlio ogni 15 giorni.

Si rivolge invece alla corte d'Appello insistendo nel richiedere l'affidamento condiviso preoccupato per le ripercussioni sul piano educativo e della crescita del figlio derivanti dalla convivenza della madre con altra donna.

La corte d'Appello ritiene inammissibile la richiesta di affido condiviso perché la madre vive con un'altra donna, per genericità della preoccupazione, non essendo state specificate nel ricorso del padre quali sarebbero le paventate ripercussioni negative per il bambino.



Il padre si rivolge alla Corte di Cassazione facendo notare come, nonostante la richiesta in tal senso dei servizi sociali, non si sia indagato se il nucleo familiare della madre composto da due donne, tra di loro legate da relazione omosessuale, fosse idoneo, sotto il profi­lo educativo, ad assicurare l'equilibrato sviluppo del minore. Nel ricorso il padre collega la convivenza della madre con altra donna  in relazione al diritto del figlio "di essere educato nell'ambito di una famiglia quale società naturale fon­data sul matrimonio" e al diritto fondamenta­le di essere educato secondo i principi edu­cativi e religiosi di entrambi i genitori. Fatto questo che non poteva prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana".

Su questo punto la Corte di Cassazione  ribadisce la legittimità dell'inammissibilità della preoccupazione del padre sull'inadeguatezza dell'ambiente in cui il figlio vive, la famiglia composta da due donne, perché non si basa su certezze scientifiche o dati di esperienza, ma solo sul mero pregiudizio
In tal modo si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità dì quel contesto familiare per il bambino, che dunque correttamente la Corte d'Appello aveva preteso fosse specificamente argomentata.

Questi i motivi che qui ci interessano di una sentenza più complessa dal punto di vista giuridico.

Dunque  le relazioni omosessuali (con persone dello stesso sesso)  di per sé non sono un danno per la crescita di un minore.

Questo non lo ha stabilito la corte di Cassazione, ma già il Tribunale dei Minori (che era a conoscenza della relazione della madre) sia la Corte d'Appello.

La Corte di Cassazione, il più altro grado del sistema giudiziario italiano, ha solamente ribadito quando già detto fagli altri giudici.

Questo vuol dire che i tribunali e gli assistenti sociali tengono davvero conto della volontà dei e delle minori.

Quando il padre del bambino ha aggredito la compagna di sua madre il bambino si è arrabbiato con lui segno sufficeinte per i servizi sociali che il bambino considerava quella donna come parte della sua famiglia.


Il padre cui non è stato dato l'affidamento anche in seguito all'aggressione nei confronti della convivente della ex (poteva essere un uomo, sarebbe stata la stessa cosa) ha basato la sua richiesta di affidamento congiunto per poter controllare se il figlio cresceva bene dato l'ambiente per lui negativo in cui il bambino viveva.

Non ha mai chiesto nè in Appello nè in cassazione di togliere l'affido alla madre ha contestato che non fosse stato dato l'affido anche a lui usando come scusa la relazione omosessuale della ex compagna. 

Insomma ha usato l'omosessualità come grimaldello per aggirare il mancato affido del figlio.

La risposta della corte d'appello e della corte di Cassazione che la preoccupazione che la relazione omosessuale possa nuocere al figlio presentata dall'uomo senza prove di quanto afferma è stato giustamente ritenuto un pregiudizio (che la corte di Cassazione ha collegato direttamente alla sua origine e formazione culturale). Ho cancellato quest'ultima frase perché non corrisponde al vero. Un commentatore, o commentatrice, mi fa notare infatti come
la “formazione culturale e religiosa” del padre non viene considerata la matrice del suo pregiudizio da parte della Corte, bensì è stata invocate in appello *dal padre stesso* (“la *dedotta* difficoltà dell'appellante [...]”, pag. 4), anche per poter sostenere che l'affido alla madre, convivente con altra donna, pregiudicasse il diritto del bambino di essere educato secondo i principi di entrambi i genitori (pag. 7-8). (...) La Cassazione dichiara inammissibile il motivo di ricorso, sostenendo che il giudice d'appello giustamente non ha ammesso il motivo (“di gravame”, pag. 8) a lui sottoposto, in quanto fondato su un pregiudizio, qual che ne sia l'origine. (...) Di conseguenza non mi sembra si possa tacciare la sentenza di “razzismo” o di altra analoga, velata forma di discriminazione (...) 
Il testo completo lo trovate in calce a questo post, tra i commenti.


Una considerazione tecnica fatta da una corte di giustizia sul ricorso di un uomo che si dice preoccupato che il figlio viva con due lesbiche ma che poi non è mai andato a trovare il figlio per 10 mesi di seguito.

Non basta dire che due lesbiche danneggiano la crescita di un bambino, dice in soldoni la sentenza, bisogna avere le prove. Prove che nei due ricorsi il padre non ha presentato: né prove scientifiche né prove fattuali.

Un errore degli avvocati che nel ricorso hanno pensato che bastava dire la madre vive con un'altra donna per ottenere l'affido congiunto, attenzione non per togliere l'affido alla madre, solo per averlo anche lui.

Una sentenzia illuminata, un po' razzista, perché a me non sembra che la formazione culturale cattolica di  tanti omofobi e omofobe nostrane sia diversa da quella del padre musulmano.

Quando ho letto la notizia sulla stampa ho subito capito che c'era qualcosa che non quadrava.




La Cassazione apre ai figli per i gay
titola infelicemente La Stampa (figli per i gay? Figli fatti per o dati ai gay?)

Cassazione difende coppie omosessuali: "Famiglia gay non dannosa per figli" titola proditoriamente Repubblica la Cassazione non difende nessuno ha semplicemente detto che le motivazioni poste nel ricorso del padre del bambino erano generiche e fondate su pregiudizi.

Cassazione: no a pregiudizi su coppie gay, "i figli possono crescere bene" titola l'Agi affermando il falso perché visto che le parole i figli possono crescere bene presentate tra virgolette e dunque come citazione diretta della sentenza, nella sentenza non ci sono. Il dispaccio dell'Agi è davvero mendace perché afferma che sia stata la corte di Appello a stabilire l'affidamento unico alla madre del bambino e non come avvenuto in realtà, il tribunale per i Minori.

Stesso titolo falso del Fatto Quotidiano Famiglie gay, Cassazione: “Un bambino può crescere bene”.

Tutti titolano con la parola gay (orientamento sessuale)  mentre mai come in questo caso omosessuale si riferisce all'assortimento sessuale della coppia (=dello stesso sesso) e non all'orientamento sessuale della madre, che non è lesbica ma bisex visto che ha avuto una relazione con un uomo e ci ha fatto addirittura un figlio insieme.

La mia prima domanda a leggere questi titoli è stata:  in base a quali competenze un tribunale può pronunciarsi su questioni pedagogiche, psicologiche ed educative?

Infatti non è così.

I magistrati non hanno detto che i minori crescono bene in famiglie omosessuali hanno semplicemente detto che l'idea che la famiglia omosessuale non sia una famiglia adeguata per crescere un minore è un pregiudizio che non ha nessuna evidenza scientifica. evidenza scientifica che la corte, le corti,  avrebbero voluto che il padre portasse come prova della sua affermazione che, così com'è stata presentata non può essere accettata dal tribunale perché generica e basata sul pregiudizio.

Da una parte ci sono i tribunali che vedono la convivenza della madre con un'altra persona che non sia il padre biologico del figlio come legittima e naturale poco importa che la convivente della madre sia una donna o un uomo o che la madre non si sia sposata né col padre del bambino né con la convivente (se ciò in Italia fosse consentito)  e che non ci possono essere differenze davanti la legge tra coppie dello stesso sesso e coppie di sesso diverso.

Dall'altra c'è la stampa che distingue nettamente le famiglie dello stesso sesso da quelle di sesso diverso parlando addirittura di figli per i gay come fossero figli diversi rispetto quelli di etero.

Dietro la stampa ci sono due grossi gruppi: i sostenitori di questi figli di gay (principalmente le associazioni lgbt) e i detrattori di queste famiglie (cattolici e persone di ogni schieramento politico di sinistra e di destra).

Nessuno però si sottrae alla semplificazione ideologica della stampa che, di fatto, parlando non di coppie dello stesso sesso ma di coppie di persone dall'orientamento sessuale gay e lesbico, discriminano le famiglie dello stesso sesso dalle famiglie di sesso diverso.

Insomma l'orientamento sessuale non viene visto come una normale variante del genere umano e donnano cioè come una delle opzioni di uno stesso ventaglio di possibilità, viene vista come una una opzione a sé, contraddittoria rispetto quella etero che abbisogna di diritti ad hoc.

Insomma l'omosessualità  ancora un terzo sesso.

Basta leggere le dichiarazioni di Gasparri (se sono davvero sue e non sono semplificazioni della stampa) che commenta la sentenza dicendo che costituisce
“un precedente molto pericoloso” che “di fatto apre ai figli nelle coppie gay, sostituendosi al legislatore giacché nel nostro paese non è possibile dare in affido un bambino a coppie dello stesso orientamento sessuale”.(Repubblica, La stampa e Il Fatto Quotidiano che riportano citano tutti e tre le stesse parole)
Dunque per Gasparri  per la legge italiana non è possibile dare in affido un bambino a coppie dello stesso orientamento sessuale.

Intanto l'affido di cui parla qui Gasparri non è l'affido di un minore al padre o alla madre biologici che oggi normalmente è congiunto, tranne casi eccezionali proprio come quello in esame, in caso di separazione o divorzio della coppia.

L'affido di cui parla Gasparri è evidentemente l'affido temporaneo di un minore a persone diverse dalla famiglia biologica.

In Italia, l'affidamento è disciplinato dalla Legge n. 184 del 1983, poi modificata dalla Legge n. 149 del 2001. 
Questo affido possono ottenerlo sia i nuclei familiari, sposati o meno, sia i o le single, senza vincoli d'età. Dove non si parla esplicitamente di divieto perle coppie dello stesso sesso. A differenza dell'adozione che possono farlo solamente le coppie sposate, nemmeno quelle conviventi, e dunque, per la legge italiana, solamente le coppie di sesso diverso.

Già. Quel che intende evidentemente Gasparri è coppie dello stesso sesso, non coppie dallo stesso orientamento sessuale, perché verbigrazia, anche una coppia di sesso diverso, presumibilmente, ha lo stesso orientamento sessuale...

Che dall'affido dei minori ai genitori separati si slitti come fosse la stessa cosa alle adozioni per le coppie dello stesso sesso è dato per scontato e mantenuto implicito nel riportare le varie reazioni alal sentenza di chi è pro e di chi è contro.
Così anche il commento di Ignazio Marino, preciso e ineccepibile, con queta sentenza c'emnra come i cavoli a merenda:

 “la capacità di crescere un figlio non è prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale, ma riguarda anche le coppie omosessuali e i single. E’ un dato confermato dalla scienza. L’importante è che l’adozione venga disposta nell’esclusivo interesse del minore”.
Però in questo caso non si tratta di adozione né di affido del minore a persone diverse dalla sua famiglia naturale ma dell'affido di un minore solamente a uno dei due coniugi...

Il vero punto in questione è prorpio quello individuato dal senatore del PD.

La capacità di crescere un figlio non è prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale, ma riguarda anche le coppie omosessuali e i single. ( fonte il Fatto Quotidiano)

Mentre le posizioni integraliste dei cattolici italiani,  e non, vanno proprio in questa direzione.

L'unica famiglia legittima è quella etero, sposata dove entrambi i coniugi sono i genitori biologici.


Allora siamo alle solite.

C'è un punto di vista integratore, che non discerne, separa, discrimina,
e c'è un punto di vista terzosessita che in base all'orientamento sessuale del singolo e non alla legittimità della coppia qualunque ne sia l'assortimento sessuale, pretende dei figli per gay e lesbiche.

Detta così dà ragione a chi accusa le famiglie omogenitoriali di comprarsi i figli  (e non sono solo le destre a pensarlo ma anche molte lesbiche e gay).





giovedì 10 gennaio 2013

Storie ritornate 2: Lo spot contro l’omofobia del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità.

Dello spot vi ho già parlato.


Si tratta dello spot contro l'omofobia voluto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità.


Sei giovani, tre ragazze e tre ragazzi indicate e indicati da una voce fuori campo come mancina, alto, lesbica, rossointonata, e gay. Ls etssa voce alal fine commenta e non c'è niente da dire.

Il pay off  dice Sì alle differenze. No all'omofobia.

Sul sito del dipartimento per le pari opportunità si legge purtroppo un comunicato, sessista nella grammatica
la nuova campagna di informazione e sensibilizzazione contro ogni forma di atto discriminatorio nei confronti degli omosessuali
e le omosessuali? Le donne?
Il comunicato spiega come
Uno degli obiettivi principali della Campagna (...) è di continuare a promuovere la “cultura del rispetto”: il rispetto della persona, dei diritti e delle differenze.
Purtroppo non c'è rispetto della persona se non c'è il rispetto della coppia...

Anche la felice scelta lessicale del pay off sì alle differenze no all'omofobia viene rimangiata dal trito aggettivo diverso usato per riferirsi alle persone omosessuali o a quanti e quante vengono percepiti come fuori dalla norma.
La paura del diverso spesso diventa un automatismo che produce atteggiamenti difensivi che sfociano nella discriminazione.
Purtroppo anche la percezione che si ha e si dà dell'omofobia è parziale e molto restrittiva.
L’omofobia è una paura irrazionale e generica per le persone omosessuali, che troppo spesso si traduce in atteggiamenti persecutori e violenti.
Una visione dell'omosessualità che non è ancora percepita come un normale  modo di essere se nel comunicato si dice che
discriminare l’omosessualità è come discriminare un naturale modo di essere, le persone rosse di capelli, i mancini o gli intonati.
E' come discriminare un naturale modo di essere, o è discriminare un naturale modo di essere?
Purtroppo le bellissime parole che chiudono il comunicato...
Le differenze sono parte dell’essere: normali, naturali e tutte rispettabili e apprezzabili. La battaglia è contro i luoghi comuni e gli atteggiamenti di esclusione che minano i cardini della società civile. L’omofobia è un male diffuso e corrosivo, un nodo sociale che deve essere sciolto e risolto con consapevolezza.
L’esortazione della Campagna è forte e chiara: “Sì alle differenze. No all’omofobia.”
...non sono davvero mostrate nello spot.

Lo spot è stato prodotto da Blu Pubblicità & Comunicazione che ha vinto la gara indetta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento delle Pari Opportunità, veicolato a livello nazionale attraverso stampa quotidiana, periodica, affissione e attività di sampling nelle stazioni, spot in tv e all’interno del circuito Grandi Stazioni.

Lo spot stigmatizza l'omofobia senza spiegarci cosa sia né in quali occasioni si presenti: la discriminazione, il ludibrio, la violenza subita dalle persone omosessuali.

Un no astratto senza nessun esempio concreto di omofobia

Gli altri aggettivi cui vengono paragonai gay e lesbica per sottolineare la normalità dell'omosessualità non sono percepiti dalla società come cosa negativa.  L'omosessualità sì.


A nessuno, a nessuna, per offendere qualcuno o qualcuna, viene in mente di dire sei mancino o sei rosso (di capelli..) oppure sei alta, sei intonato,  mentre molti e molte pensano che dire sei frocio sei lesbica siano un modo per offendere.

La retorica del Sì alle differenze. No all'omofobia si basa su uno spirito egualitario che non viene espresso denunciando le concrete discriminazioni (alcune delle quali sono portate avanti dallo stesso stato italiano).


Appena però caliamo le persone omosessuali nella vita di tutti i giorni ecco emergere la diffidenza e il pregiudizio.

Basta leggere i dati Istat.



Messa in termini così astratti e di principio sono pochi quelli che sostengono l'omofobia. Qualche esempio più diretto e concreto avrebbe sicuramente ricevuto maggiori resistente e sarebbe davvero servito alla causa.


Qui non siamo lontani da chi dice a me non importa nulla cosa fai a letto e con chi basta che non ostenti... quando il problema è proprio la intolleranza di una visibilità che si reputa spontanea e non ostentata solamente alle coppie eterosessuali(=di sesso diverso).

L'orientamento sessuale non è solamente una questione di sessualità ma anche di vita affettiva, di famiglia, di coppia, la cui esistenza viene vissuta anche nel pubblico della vita sociale non solamente nel privato delle pareti domestiche o della camera da letto

Mostrare le persone omosessuali esclusivamente come individui non mostrarle mai con un o una partner vuol dire ignorare la questione della visibilità.
Solo nell'ambito della coppia l'omosessualità smette di essere una etichetta astratta e diventa una parte concreta dell'identità non solo sessuale di ognuna e ognuno di noi.

Perciò dire, come fa lo spot, che l'omosessualità è normale come l'altezza o il colore dei capelli è un modo per svicolare e non affrontare l'argomento omofobia che riguarda tante forme diverse di discriminazione e vessazione.



mercoledì 9 gennaio 2013

Storie ritornate: sulla discriminazione omofobica di due ragazzi buttati fuori dal locale Vox di Torino rei di essersi baciati.

Ricorderete la notizia di circa dieci giorni fa.

Due ragazzi si danno un bacio in un locale di Torino, il Vox, e vengono buttati fuori dal locale dai gestori del medesimo perché secondo loro Si baciavano davanti a minori e famiglie.

Chiamati i Carabinieri i gestori si sono giustificati dicendo non vedo perché non dovessero essere accompagnati fuori. E poi non li abbiamo neanche presi a calci né gli abbiamo messo le mani addosso.

Nel post che ho dedicato alla notizia auspicavo che l'arcigay Torino facesse qualcosa di più concreto oltre  a invocare l'estensione della legge Mancino, così come riportava La Stampa.

In realtà qualcosa in più l'hanno fatta anche se i quotidiani non se ne sono occupati.
Marco Giusta, presidente di Arcigay Torino, ha commentato quel post ragguagliandoci su quanto da loro fatto e sui alcuni risvolti interessanti.
Abbiamo provveduto a sollevare il caso con il CSEN, e oggi abbiamo scoperto che il locale, pur riportando l'affiliazione sul sito, non è loro affiliato.
La lettera di risposta del CSEN, nella quale si dice in sostanza che il VOX non è loro affiliato,  la si può leggere  sulla pagina facebook boicotta il Vox che vi invito a visitare.

Hanno poi fatto una segnalazione all'Unar non so però se anche all'Oscad di questo gravissimo atto di discriminazione, compresa una richiesta
al CONI, chiedendo di costruire un percorso di riduzione dell'omofobia nello sport e a ricaduta su tutto ciò che fa parte di quel mondo
il cui collegamento con l'essere stati buttati fuori da un locale di karaoke alla cui affiliazione con l'organizzazione sportiva è risultata fasulla, francamente mi sfugge...

Non che un percorso di riduzione dell'omofobia nello sport sia un male, tutt'altro, ma forse avrei scelto altri episodi più significativi di questo...

Naturalmente ognuno agisce come meglio crede...

Alla data di oggi, 9 Gennaio, sul sito del Vox  la millantata affiliazione al CSEN ancora c'è come potete constatare di persona visitando il sito o vedere nella scherma che vi riporto.


Una ricerca veloce sulla rete non riporta aggiornamenti, nemmeno sulla pagina facebook, sulla quale sono pure riportati alcuni post e articoli della rete.

Una pagina che ha solamente 96 sostenitori come dire un misero fallimento.

Sul sito di Arcigay torino non leggo nessun comunicato stampa, nessuna comunicazione dell'associazione, anche se nel commento da lui pubblicato Marco Giusta mi assicura che
la storia che hai trovato in rete, che è una "riduzione" di quella che ho io, è stata redatta su mia richiesta e inviata ai giornalisti, che hanno poi ridotto per questioni di spazio editoriale.
Se si tratta di un comunicato stampa non ne ho trovato traccia sul sito arcigay, ma forse sono io che non ne sono stato capace.

Ho l'impressione che su un fatto gravissimo su un reato punibilissimo anche per la legislazione italiana così poco gayfriendly italiana ci sia stata una reazione molto blanda.

Non dico di arcigay ma di tutte e tutti noi in generale a cominciare dai due ragazzi buttati fuori dal locale che non si sa nemmeno se abbiano sporto denuncia visto che Marco ci scrive
stiamo aspettando che il ragazzo sporga denuncia per vedere se costituirci anche come parte civile.

Il suo commento è del 7 gennaio. Quindi vuol dire che fino a quella data almeno il ragazzo (non si capisce puoi perché uno solo e non entrambi..) denuncia non l'ha ancora sporta.

Allora auspico che tutte le associazioni lgbt pubblichino un vademecum, redatto dai loro avvocati, di concerto con l'Unar e l'Oscad su cosa fare, come e perché quando si viene discriminati per il proprio orientamento sessuale.

Va benissimo pubblicare pagine di boicottaggio su facebook (anche se poi non sono sostenute da nessuno...) va benissimo sensibilizzare il CONI contro l'omofobia.

Ma i due gestori de VOX devono essere censurati nella loro discriminazione e il locale dovrebbe essere chiuso almeno fino alla verifica da parte degli inquirenti di quanto realmente accaduto.

E tutte e tutti dobbiamo essere informati e informate che in Italia, anche nella fascistissima Italia, non puoi buttare fuori dal locale due ragazzi perché si stanno semplicemente baciando senza pagarne le conseguenze.

Altrimenti le associazioni di categoria che ci stanno a fare?


 








martedì 8 gennaio 2013

I terzosessimo di Romani, presidente Arcigay, colpisce ancora.

Terzo comunicato stampa in due giorni in cui il presidente dell'arcigay inanella affermazioni corporativiste e discriminatorie, al limite del ridicolo.

Così nel rispondere alla partnership alla tedesca che il Pd per voce di Bersani propone per dirimere la questione dell'estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso Romani dichiara

In Italia una legge c’è già, ed è quella sul matrimonio e basterebbe soltanto rimuovere la discriminazione che vieta agli omosessuali l’accesso al matrimonio civile.
Qualcuno che gli è vicino ricordi a Romani che nessuna legge vieta agli e alle (il sessismo è di casa in arcigay) omosessuali di sposarsi. 

Un gay  e una lesbica possono contrarre matrimonio.

Quel che la legge italiana non già vieta ma non prevede è che possano contrarre matrimonio due persone dello stesso sesso il cui orientamento sessuale è secondario e irrilevante.

Una cosa che sanno bene i cugini Spagnoli, che pure hanno esteso il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso, dove circolano vignette come questa che riassumono bene la posizione della chiesa sul matrimonio. La stessa posizione dello stato italiano.




Qualcuno ricordi a chi scrive questi comunicati corporativisti che Romani continua incautamente a firmare che la Germania come la Gran Bretagna e la Francia stanno rimuovendo gli ostacoli che impediscono a tutte e tutti i cittadini di potersi sposare anche tra persone dello stesso sesso, un diritto che riguarda tutti e tutte non solamente i gay e le lesbiche per tacere delle persone bisessuali, trans queer e intersex che Romani dimentica sempre in ogni sua rivendicazione.

E' ora di rinnovare se non la dirigenza almeno il lessico degli uffici stampa delle associazioni lgbt. Un lessico discriminatorio, corporativista, terzosessista e controproducente.

Discrimina le perone bisessuali,
cataloga tutte le persone dello stesso sesso che vogliono sposarsi come necessariamente omosessuali
e disinforma sulla vera natura del divieto del matrimonio che non riguarda l'orientamento sessuale ma il sesso dei due contraenti che non può essere lo stesso.

Con dei presidenti dalle argomentazioni così autoghettizanti non c'è da meravilgiarsi che la nostra legislazione sia rimasta indietro. Se nemmeno i presidenti dell'associazionismo sanno bene di cosa parlano come pretenderlo dai nostri politici disinformati?

C'è da chiedersi chi debba informarli.


Romani a quanto pare no.

Quel che Biancofiore ha davvero detto su persone omosessuali e persone trans tra un'imboccata e l'altra di Klaus Davi.

Capisco la stampa che da tempo ha abdicato alla sua funzione informativa costituendo solo una cassa di risonanza mediatica per le ecolalie di questa o quel esponente politico, ma che anche blog e siti che si dicono gayfriendly, piuttosto che gaysolidali, o blog di omosessuali che parlano di tale argomento, come quello che state leggendo, non applicano un serio vaglio critico a quanto leggono o viene loro dettola dice lunga sull'appiattimento del pensiero politico che nel paese raggiunge ogni giorno livelli, se possibile, sempre più infimi.

Nel riportare le dichiarazioni di Michaela Biancofiore quotidiani e blogger si sono infatti fidati dei soliti dispacci di agenzia che hanno riportato male e parzialmente le dichiarazioni che Biancofiori ha rilasicato durante l'intervista radiofonica che Klaus Davi le ha fatto.
L'agenzia Iris Press ha pubblicato questo dispaccio così trascrivendo (perché li riporta direttamente in corsivo le dichiarazioni di Biancofiore.
Secondo l'agenzia Biancofiore tra le altre cose avrebbe detto:

“Chi va con i trans ha seri problemi di posizionamento sessuale . Capisco i trans che si operano, ma non vedo perché si dovrebbe consentire un matrimonio tra un ‘uomo uomo’ e un ‘uomo che vuole sembrare donna e mantiene l’organo maschile’. Lo apprezzerei piuttosto se facesse l’operazione. Questi mix strani mi lasciano perplessa: uno o si sente uomo o donna”.

Prima di andare a vedere cosa ha davvero detto Biancofiore, volgio sottolineare come nessuno né la stampa, né i blog gayfriendly, nemmeno le associazioni di categoria hanno criticato a Biancofiore (cui tutti e tutte sessisticamente si riferiscono con l'articolo la prima del cognome) l'uso discriminatorio del genere maschile per rivolgersi alle donne trans.

Se una persona trans è una persona che vuole allontanarsi dal sesso biologico di nascita dal quale non si sente espressa nella propria essenza di persona è buona norma, di rispetto prima ancora che precisione semantica riferirsi a una donna trans al femminile, la trans indicando cioè il sesso di arrivo non quello di partenza mal sopportato.
Se una persona si sente donna e vuole esprimere la sua appartenenza a questo genere è rispettoso accettare la sua richiesta e considerarla e riferirsi a lei come a una donna. Rivolgerglisi invece al maschile vuol dire inevitabilmente ricordare a lei e a tutte e tutti che pur se sembra donna pur se si sente una donna è, e rimane, un uomo.


Invece nessuno nessuna, ha notato, contestato criticato quest'uso proditorio delle parole, perché dando a una donna trans del trans, al maschile, la si sta giudicando senza nemmeno farlo apparentemente notare.

Ora posso pure ammettere che per chi non ha questa sensibilità semantica si possa trattare di una svista. Non è giustificabile però che tale svista colpisca anche chi lotta nel movimento e a questa questione deve, o è meglio dire dovrebbe, fare attenzione.

Iris per esempio non nota minimamente l'uso proditorio de maschile per donna trans tanto che titola con un neutro Biancofiore: “No matrimoni gay, chi va con trans ha problemi sessuali”. Con trans, cioè sia uomini trans (donne che stanno transitando verso il sesso maschile, sia con le trans cioè uomini che stanno transitando verso il sesso femminile).

In realtà basta ascoltare l'intervista pubblicata nel canale Klauscondicio per rendersi conto  di quanto quella di Biancofiore non sia una svista ma una scelta ponderata e ideologica al di là di ogni ragionevole dubbio e di come Klaus Davi sia il primo a incoraggiare un uso così proditorio delle parole.



Quella che segue è la trascrizione di parte dell'intervista che potete ascoltare nella sua interezza sulla youtube, cliccando qui.

Klaus Davi  Ecco per esempio anche i transessuali vogliono potersi sposare. Ce lo vede una copp... un uomo con una moglie transessu... con un transessuale?

Michaela Biancofiore  Ma guardi credo che ce ne siano tanti nel paese purtroppo ancora celati quindi insomma non vedo la differenza fra due gay che si sposano e un transessuale. Ma ribadisco il concetto, Francamente non è ...

Klaus Davi [il trans] (non si capisce bene...) sessuale punta un po' al ruolo della donna...


Michaela Biancofiore Sì. Guardi non sono particolarmente esperta del settore. Devo dire che è una situazione (non) ribadisco che mi imbarazza perché io sono molto tradizionalista e quindi credo molto nel matrimonio tra l'uomo e la donna così come dio c'ha fatto insomma. Quindi anche questi misti strani insomma o uno si sente uomo o uno si sente donna quindi capisco chi nasce magari donna e vuole essere uomo e fa l'operazione o viceversa penso che sia una condizione umana veramente difficile insomma (continua a parlare ma non si capisce perché Davi le parla sopra)

Klaus Davi ma non uno che diciamo rimane diciamo uomo di fatto si fa crescere il seno e poi rimane uomo quello...
Michaela Biancofiore Sì sì capito ecco mi sembra appunto molto insomma molto curioso e molto diverso da me e anche dalla mia tradizione familiare che  è una tradizione familiare molto  conservatrice quindi

Klaus Davi è perfettamente normale  c'è tutto un elettorato così

Michaela Biancofiore no no non  ci sia niente di male però voglio dire il problema è che insomma o un uomo è un uomo è uno è una donna insomma che ci sia una donna mi scusi con l''organo genitale maschile francamente che poi magari si sposa con un uomo che ha anche l'organo genitale maschile insomma scusatemi ma francamente queste cose mi lasciano francamente perplessa.

Klaus Davi il trans che non si opera rimane un  uomo

Michaela Biancofiore Esatto, sì. Rimane un uomo che però vuole fare la donna. Allora delle due l'una. Allora apprezzo chi si fa l'operazione perché capisco ribadisco umanamente riesco a capire la condizione di disagio di una persona che si sente donna e che però nasce con l'organo genitale maschile non riesco a cpaire il mantenimento dell'organo perchè magari è più atrattivo per fare determinate scelte insomma ecco di tipo sessuale.

Klaus Davi esatto

Michaela Biancofiore questo francamente mi lascia molto... (viene interrotta)

Klaus Davi l'ultima considerazione su questo passaggio sessuale

Michaela Biancofiore ma la trasmissione verte tutta sui gay ???


Klaus Davi no no no poi andiamo alla politica

Michaela Biancofiore ...e sui transessuali perché io non faccio politica con questi fini

Klaus Davi scusi c'è berlusconi che ha esternato e quindi son partito da quello ... che tra l'altro appunto secondo me lo ha fatto anche  va beh con delle ragioni politiche importanti cioè però va beh poco importa
l'ultima cosa. Ma il transessuale è una minaccia per le donne secondo lei?

Michaela Biancofiore ma no mi auguro di no mi auguro che non lo sia perchè io penso che le donne con la d maiuscola vogliano uomini con la u maiuscola e uomini che vanno con i transessuali francamente qualche piccolo problema di ...come dire ..di posizionamento sessuale  ce l'hanno insomma.
Io francamente amo gli uomini con la u maiuscola ecco.

Mi sembra si capisca dall'intervista che per Klaus Davi un trans è una sorta di omosessuale che vuole puntare al ruolo della donna ma che se non si opera rimane uomo.

Così come mi pare evidente che anche Biancofiore confonde identità sessuale con orientamento sessuale quando dice non vedo la differenza fra due gay che si sposano e un transessuale.

Trovo però, ma ognuna e ognuno può giudicare da sé, fuorviante e mistificanti la trascrizione proposta da Iris Press che non riporta mai gli imbocccamenti di Klaus Davi alle risposte di Biancofiore né rileva la versione grottescamente distorta che Klaus Davi ha del transessualismo e  dell'omosessualità.

Per cui le giuste accuse di avere detto parole gravemente lesive della dignità delle persone transessuali e di chi le ama, non sono da rivolgere solamente a Biancofiore come fanno siti e diversi vari  blog ma a anche a Davi che in quanto a omotransfobica confusione non è secondo a nessuno.







Il frasario terzosessista di Flavio Romani, Presidente Nazionale Arcigay (2)

Continuano i comunicati stampa a firma  Flavio Romani, presidente Arcigay nei quali vengono impiegate delle espressioni irricevibili, discriminatorie e controproducenti.

In un comunicato stampa successivo a quello di cui parlavo ieri, Romani ricorda al Pdl cui il comunicato è rivolto, che  il raggiungimento della piena parità di diritti tra cittadini è il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e non le unioni civili cui sembra, pare, forse, Berlusconi abbia aperto.

Nel farlo Romani cita, troppo disinvoltamente, i dati di un sondaggio della Datamonitor. di scarsa o nulla rilevanza statistica (essendo il campione intervistato di circa 4mila persone, dunque meno dello 0,01% della popolazione italiana)   secondo il quale il 54,1% degli italiani (glissiamo sul sessismo di Romani) è a favore del matrimonio per gay e lesbiche.

E' più forte di lui.
Romani vede il mondo  diviso tra gay e etero e auspica diritti per gay e un matrimonio per gay e lesbiche.

Invece di correggere i giornali che usano questa semplificazione discriminatoria e sbagliata Romani si allinea allo stesso terzosessismo della stampa nostrana.

Conviene ricordare a Romani (o a chi gli scrive i comunicati stampa che lui incautamente firma) che

il matrimonio non è per gay e lesbiche ma TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO.

Non è l'orientamento sessuale infatti a dirimere la questione ma l'assortimento sessuale delle coppie.

Un gay e una lesbica si possono sposare, due persone dello stesso sesso no.

Pensare che due persone dello stesso sesso siano necessariamente omosessuali, oltre a essere una inferenza di nessuna utilità, è discriminatorio e maschilista.

Discriminatorio perché dall'equazione vengono escluse, dunque discriminate, le persone bisessuali.

Discriminatorio perché si vuole a tutti i costi desumere l'orientamento sessuale dei componenti della coppia quando quello che conta è il diritto  a sposarsi con chi si vuole a prescindere dall'orientamento sessuale proprio e altrui.

Maschilista perché si catalogano due uomini o due donne che si sposano come due froci o due lesbiche (di nuovo, c'è anche la bisessualità, se Romani non crede  a me, si informi sulle famiglie omogenitoriali presenti nel paese che non sono tutte formate da coppie di lesbiche e di gay) invece di considerarli due uomini e due donne che si amano  e basta.

Così parlando Romani conferma il punto di vista di chi vede nell'omosessualità non una normale variante della sessualità e affettività umane, un'altra modalità di default, ma una peculiarità del genere umano che abbisogna di regole ad essa dedicate, sensibilmente diverse da quelle di tutti gli altri cittadini e le altre cittadine.

Un modo di vedere discriminatorio e terzosessista col quale si presta il fianco alle posizioni totalitarie del mondo cattolico che vede nell'omosessualità una disordine morale, e nelle richieste di fare famiglia, uno scimmiottamento offensivo dei valori cristiani della eterosessualità procreativa.

Abbiamo bisogno di una altro pensiero, e, soprattutto, di una altro modo di fare comunicazione e politica.
Questa modalità va rottamata immediatamente.


Infine non fa male ricordare anche, a un presidente nuovo di carica, che sarebbe il caso di  non fossilizzarsi solamente sull'estensione del matrimonio (l'unico) anche per le coppie dello stesso sesso e che la parità non la si raggiunge esclusivamente con questa irrinunciabile rivendicazione.

Le persone omosessuali, bisessuali, transessuali, queer e intersex, tanto per ricordare a Romani che tutte le componenti dell'acronimo hanno diritto di cittadinanza nelle rivendicazioni da fare, sono escluse non solo dal diritto a sposarsi ma da molti altri diritti per cui, senza volere dettare un'agenda politica, provo a fare un timido elenco di argomenti che bisogna affrontare e dunque di questioni da risolvere prima durante e dopo la rivendicazione sacrosanta dell'estensione del matrimonio.


1) Unioni civili. L'Italia continua a non avere una legge sulle coppie di fatto che serve per tutte quelle persone, cittadine e cittadini, qualunque sia il loro orientamento sessuale, che non vogliono  sposarsi.

Le unioni civili non sono una alternativa all'estensione del matrimonio ma sono un diritto irrinunciabile per tutte le persone che si vogliono avvalere del matrimonio.

2) Sensibilizzazione e rieducazione delle istituzioni e di chi vi lavora  al rispetto per ogni tipo di comportamento sessuale e orientamento sessuale dei cittadini italiani e delle cittadine italiane, tramite una formazione permanente a scuola, negli enti locali, nei posti di lavoro, in tutte le agenzie sociali (compresi i locali pubblici non per omosessuali)  che discriminano, umiliano, offendono.

3) sensibilizzazione della stampa per l'impiego di un linguaggio preciso e non discriminatorio, a proposito anche delle persone trans (grandi escluse dai discorsi di ogni rappresentante della comunità arcobaleno) e non solo di quelle omosessuali\bisessuali.

4) controllo e monitoraggio del mass media, pubblicità in testa, contro l'uso sistematico offensivo e discriminatorio di cliché sulle persone omo\bisessuali e trans, in sinergia con gli osservatori contro il sessismo e il maschilismo, tutti originatisi dalla stessa matrice patriarcal-maschilista.

5) Sostegno e richiesta continuata dell'estensione della legge Mancino anche ai reati di odio per le persone omo-bisessuali e trans

6) Tornare a fare una vera campagna di sensibilizzazione per l'uso di profilattici nei rapporti sessuali occasionali, con particolare riferimento al sesso tra minori di età compresa dai 14 ai 17 anni.
Una campagna informativa anche per le persone adulte che ragguagli:
sui diritti delle donne per quanto riguarda le gravidanze indesiderate, anche alternative all'aborto, che rimane un diritto e una legge di Stato,
su come difendersi da tutte le malattie sessualmente trasmissibili a cominciare dall'epatite, oggi pericolosa quanto l'hiv.

7) Revisione della legge 164/82 che riconosca   il diritto a chi vuole cambiare sesso di poter modificare il proprio documento di identità prima e senza la necessarietà della riassegnazione chirurgica di sesso.

8) La sensibilizzazione e il monitoraggio di tutte le professionalità che lavorano in ambito psicanalitico e psicologico e medico per adeguare le loro prestazioni professionali agli standard internazionali  nell'accoglienza ai\alle pazienti omo-bisessuali e trans.

9) L'erogazione di sportelli dei diritti presso i municipi  i comuni le province e le regioni ma anche le scuole e i posti di lavoro per tutte le persone omo-bisessuali, trans, queer e intersex, che per il loro  comportamento sessuale orientamento sessuale, identità di genere, non conformità agli stereotipi di genere, sono discriminate nella vita di tutti i giorni al lavoro a scuola e in ogni altro luogo pubblico.

10) L'istituzione di una rete nazionale di associazioni lgbtqi che possano raccordare tutte le iniziative legali dal territorio locale a livello nazionale e internazionale per portare nei tribunali, italiani e internazionali, tutte le istituzioni o persone che le rappresentano, che tramite i loro discorsi discriminatori incitano all'odio e discriminano le persone non eterosessuali siano questi un primo ministro, il papa o un deputato o una deputata.


Questo elenco, estemporaneo e lungi dall'essere esaustivo, costituisce solo un timido esempio di quanto lavoro ci sia da fare in Italia, al di là dell'estensione del matrimonio che viene sempre di più ammannita come una panacea che risolverebbe tutti gli ammanchi di diritti in Italia per la comunità queer.

Certo una agenda più complessa, qualunque essa sia e non necessariamente quella che emerge da questi dieci punti che hanno esclusivamente un valore indicativo, è difficile da essere sostenuta e composta da chi indica l'estensione del matrimonio, l'unico esistente, anche alle coppie dello stesso sesso come matrimonio per gay e lesbiche. Se Romani non è in grado di fare questo lavoro che lasci il posto a qualcuno più capace di lui.

P.S. Il sottoscritto non essendo nemmeno socio Arci è ovviamente incandidabile.

lunedì 7 gennaio 2013

Il frasario terzosessista di Flavio Romani, Presidente Nazionale Arcigay


In Europa tutti i centro-destra sono perfettamente allineati con i diritti per gay, lesbiche e trans. Attendiamo quindi novità.

Flavio Romani, Presidente Nazionale Arcigay a conclusione del comunicato stampa
Arcigay a Berlusconi. Troppo generico, lo scriva nero su bianco.


La vera novità sarebbe un politico di movimento che usasse un vocabolario meno tristemente autoghettizato.

I diritti cui dobbiamo lottare non sono diritti per gay, lesbiche e trans.  

Gay, lesbiche e trans non sono categorie speciali di persone che abbisognano di diritti speciali.

Sono persone discriminate alle quali vanno riconosciuti i diritti negati, gli stessi diritti di tutti gli altri e le altre.



Che il presidente di un'associazione nazionale lgbt usi ancora questo linguaggio razzista e terzosessista la dice lunga sul mancato rinnovamento anche nella militanza.

I diritti per gay lesbiche e trans separano, catalogano ed escludono, gli stessi diritti per tutti e per tutte includono e riconoscono che tutte e tutti hanno la stessa dignità derivante dagli stessi diritti.

Il diritto è di tutte e tutti.

Altrimenti non è un diritto ma una discriminazione. 



domenica 6 gennaio 2013

Le affermazioni di Adriano Passina su omosessualità e omogenitorialità sono al di fuori della Costituzione repubblicana.

Nella serie di articoli del Corriere della Sera pro e contro l'omogenitorialità e l'omosessualità (che tradiscono già nell'impostazione la vocazione discriminatoria di chi discute astrattamente su possibilità teoriche dimenticando che dietro l'omosessualità e l'omogenitorialità ci sono persone e famiglie) è comparso un articolo di Daniela Monti che riporta le parole di Adriano Pessina, titolare della cattedra di Bioetica della Cattolica di Milano, ora citandole direttamente ora riassumendole, senza dirci in quale o quali occasioni Pessina le abbia pronunciate o scritte, se in uno o più saggi, in una intervista, o un discorso che il docente ha pronunciato in qualche occasione.

A questa ambiguità dell'articolo, che costituisce l'unica fonte del pensiero di Pessina, non essendoci sulla rete la fonte da cui Daniela Monti ha citato le parole del docente di Bioetica, corrisponde un approccio da parte di Pessina alla questione omosessuale talmente fuorviante e tendenzioso da rendere il suo discorso di una ingenuità disarmante oppure di una retorica proditoria che infierisce contro le persone omosessuali proprio nel momento in cui si presenta a loro favore.

Nel suo disinvolto modo di parlare Pessina dribbla tra i diversi significati delle parole passando con disinvoltura da uno all'altro, senza darne conto, con una disonestà intellettuale che è irricevibile da chiunque figuriamoci da un docente di bioetica.


Passina afferma che l’omosessualità è 
«una scelta libera, un certo modo di essere e di esistere che va rispettato».
L'omosessualità è una una variante naturale del comportamento umano, come afferma l'OMS che non usa la parola scelta perchè nessuno sceglie il proprio orientamento sessuale.

Che si nasca o si diventi omosessuali piuttosto che eterosessuali nessuno può cambiare il proprio orientamento sessuale con un atto di volizione.

Definire l'omosessualità come scelta colloca, sin dall'inizio, il discorso di Passina nella dialettica di chi afferma che dall'omosessualità si può uscire se non addirittura guarire.
Se scelgo l'omosessualità posso anche cambiare idea e scegliere qualcos'altro.

Per Passina visto che nel dibattito sull'omosessualità si sostiene che è indifferente che una coppia sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini si tende per questo a negare che esista una differenza fra maschile e femminile.


E' curioso che un docente di Bioetica possa passare con tanta disinvoltura dal concetto di uomo e donna a quello di maschile e femminile.

Da almeno 40 anni la psicanalisi, il femminismo, le scienze politiche dunque non esclusivamente chi dibatte sull'omosessualità distinguono tra sesso (maschile e femminile)  e genere (il ruolo dell'uomo e della donna nella società a partire da quella differenza sessuale).


Pessina senza dirlo apertamente, ritiene che le differenze di genere dell'uomo e della donna - che la cultura laica afferma da ameno il secondo dopoguerra essere determinate dalla società e dalla cultura in senso antropologico - siano scritte nelle differenze biologiche del maschio e della femmina e che se dunque qualcuno mette in discussione quelle vuole azzerare queste.


Quando afferma che il maschile e il femminile, sono necessari per la definizione stessa della condizione umana, (il neretto è nel testo) Pessina continua ad promuovere la reazionaria volontà della cultura cattolica che fa della donna la femmina procreatrice e dell'uomo il maschio procreatore.

Affermare che chi mette in discussione questa equazione vuole azzerare le differenze fra maschile e femminile significa negare di fatto la possibilità stessa di quel dialogo che alla fine dell'articolo di Daniela Monti Pessina dice di voler aprire.

Come si può aprire un tavolo, senza ideologia quando il discorso di Pessina è ideologico proprio là dove pretende che non lo sia?


non si può certo sostenere che la differenza fra uomo e donna sia una teoria cattolica: è invece fondamentale persino per l’evoluzionismo.
Ed ecco che da maschile e femminile Pessina ritorna a uomo e donna.

Che biologicamente il genere umano si riproduca sessualmente da una donna con il contributo dell'uomo è indubbio ma l'uomo e la donna sono molto di più della loro funzione biologica.
Certo non per la chiesa che arriva a dire che il sesso fra uomo è donna deve avere come fine primo e ultimo la procreazione tanto da intervenire pesantemente ogni volta che le persone intervengono per sganciarlo da questa funzione procreativa, dalla masturbazione agli anticoncezionali.  E, come al solito, chi la pensa diversamente ferisce l'umanità e danneggia la pace...

Per imporre questo pensiero unico Pessina arriva ad affermare il falso in una maniera niente affatto elegante.

Gli omosessuali negano l’importanza di una relazione con un partner di sesso differente. 

Ecco il totalitarismo di un pensiero che si muove ancora secondo la logica aristotelica del tertium non datur

Che omosessualità e eterosessualità siano contrarie (gli uomini etero amano le donne quelli gay amano gli uomini) non vuol dire che siano contraddittorie e la differenza non è da poco.
Tra contraddittori tertium non datur tra contrari invece no: tra omosessualità ed eterosessualità ci sono gradi intermedi mediati dalla bisessualità come la scala Kinsey ha dimostrato già alla fine degli anni 40.

Pessina confonde scientemente sesso e genere, parla di contrari come se fossero contraddittori insomma usa un accorto sistema retorico tutt'altro che onesto.Per un docente di Bioetica non c'è male...

Pessina fa ancora confusione quando parla di comportamento sessuale usandolo come sinonimo di orientamento sessuale che sono invece due cose ben distinte e li vede sempre in chiave di libera scelta.
Ogni libera scelta comporta delle conseguenze. I figli nascono da relazioni eterosessuali, non omosessuali. Quando si sceglie il proprio comportamento sessuale bisogna tenerne conto e assumerne le conseguenze con serena responsabilità. È forse una banalità, ma va detta.
Adesso i figli (tralascio il sessismo della lingua) non nascono da relazioni eterosessuali.
I figli nascono dalle donne con un piccolo contribuo dell'uomo ma sono le donne a essere le gestatrici della prole e hanno sulla prole un'autonomia decisionale che nessuna legge patriarcale oggi può più impedire loro di avere.


Questo apre una prospettiva completamente diversa da quella cattolica che vuole la donna assoggettata a una visione patriarcale dove nonostante l'uomo non sia  il gestatore decide del e sul suo corpo.

La società moderna non nega più il diritto alle donne di essere madri single, sia da un punto di vita legale che da un punto di vista morale. I tempi delle foto di Mina sorridente e col pancione con sotto la didascalia ma cosa avrà mai da ridere? del 1964 sono ormai un lontano ricordo.


I figli nascono da rapporti sessuali tra maschio e femmina ma non necessariamente da una relazione tra uomo e donna.
Da quando c'è il divorzio ci sono sempre più famiglie monogenitoriali o, viceversa, famiglie ricostituite.
Se sganciamo la funzione procreativa da quella di relazione, allora le coppie, tutte le coppie, hanno gli stessi diritti.

Invece Pessina vuole ingabbiare uomini e donne alla funzione procreativa del maschio ed ella femmina. 

Pessina afferma che la maternità non è una questione le cui decisioni spettano alla donna  ma alla coppia, almeno così riassume il pensiero di Pessina Daniela Monti.
Le tecniche di procreazione assistita (...) erano nate all’interno di un disegno che voleva agevolare la relazione di coppia [riassume Monti] ora però siamo passati da un’idea di aiuto a quella di un indiscriminato diritto ad avere figli.
Dal che si evince che la coppia par excellence è quella costituita da uomo e donna per via dell'affermazione che I figli nascono da relazioni eterosessuali.

Pessina torna così al punto centrale dell'etica, nazista, cattolica affermando che

È giusto che lo Stato tuteli con maggior vigore la famiglia eterosessuale come luogo della nascita.  Un conto è parlare del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali (che ritengo giusti), un conto è sostenere il diritto ad avere figli (come se esistesse, poi, questo diritto: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone)».
Qualcuno dovrebbe ricordare a Pessina che i diritti che mancano alle persone omosessuali non sono diritti speciali scaturiti da bisogni speciali che le persone etero non hanno.
Viceversa sono proprio gli stessi diritti delle persone eterosessuali che sono negati alle persone omosessuali che dunque non vanno tutelate ma devono solamente non essere più discriminate.
A tutelarle ci pensa già la Costituzione se venisse applicata alla lettera.

Insistendo sul discorso della libera scelta Monti e Pessina (è difficile distinguere dove finisce il riassunto dell'una e cominciano le parole dirette dell'altro)

Il rischio e che si dica che una cosa «è buona solo perché è frutto di una libera scelta. Ma la vera domanda è: qual è il “valore aggiunto” proprio dell’omosessualità che lo Stato può tutelare?». Lei come risponde? «Non credo che nell’omosessualità ci sia un “di più”, ma sono disposto ad ascoltare dialogare. 
Ed ecco il cuore del pensiero discriminatorio di Pessina.

L'idea che l'omosessualità vada tutelata perchè ha un suo valore aggiunto e il suo reciproco, il “di più” dato dall’eterosessualità, sono in contrasto con la nostra costituzione che afferma esattamente il contrario  come dice chiaramente l'articolo 3 della nostra costituzione.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

L'etica che sostiene Pessina è dunque al di fuori della nostra Costituzione e non può essere un valore dell'Italia repubblicana.

Anche se la chiesa, il cattolicesimo e il papa che calza Prada pretendono che i loro valori siano un pubblico per l'universo mondo.

La chiesa è antidemocratica.

Dobbiamo impedirle di imporre le sue idee con tutti i mezzi che ha a disposizione.
In passato ha usato tribunali roghi oggi usa disperatamente mezzi meno cruenti ma altrettanto criminali.



sabato 5 gennaio 2013

Lo spot contro l'omofobia del Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle pari opportunità: dove sono le persone omosessuali? Dov'è l'omofobia?



Il nuovo spot contro l'omofobia del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità mostra tre ragazze e tre ragazzi, ripresi dietro a un ciak, sul quale è scritto un aggettivo che li e le qualifica in maniera diversa.

Avulsi da ogni contesto sociale (casa, lavoro, tempo libero, scuola, etc.)  i e le giovani sono indicati come mancina, alto, lesbica, rossointonata, e gay.


 
















 
 


Poi mentre i tre e le tre testimonial vengono inquadrati\e di nuovo senza ciak una voce fuoricampo maschile dice che c'è chi è mancina, chi è alto, c'è chi è lesbica, chi è rosso,  c'è chi è intonata e chi gay e non c'è niente da dire mentre su una immagine che li e le riprende insieme compare la frase in sovrimpressione a ribadire il concetto.




Poi su sfondo verde compare lo slogan dello spot Sì alle differenze. No all'omofobia.



E infine il logo istituzionale del Ministero.


Ecco il video in una versione amatoriale in mancanza di quella ufficiale.





Quello che sorprende del video è la debolezza del messaggio che si vuole veicolare.

1) L'omofobia è formalmente stigmatizzata con uno slogan, no all'omofobia, senza che lo spot ci mostri che cosa l'omofobia sia: la discriminazione, il ludibrio, la violenza subita dalle persone omosessuali.

2)  Gli aggettivi qualificativi con cui i tre ragazzi  e le tre ragazze sono presentate non sono omologhi.

Due qualità - altezza e colore dei capelli - sono sempre visibili;

due qualità - intonata e mancina - sono visibili solo durante una particolare attività esplicata dalla persona, nella fattispecie il cantare  per chi è intonato e l'uso delle mani per la persona mancina

L'orientamento sessuale è invece una caratteristica della persona non visibile nella persona in sé (anche se il luogo comune pretende il contrario) ma solamente quando la persona è coinvolta in una relazione con qualcun altro o qualcun'altra, nello specifico una relazione sentimentale e/o sessuale.

Dunque non mostrare il partner e la partner solo tramite il quale e la quale si vive, si esprimere si gode del proprio orientamento sessuale è una forma di discriminazione perché mostra metà della mela, metà della coppia entro la quale e solo nella quale l'omosessualità smette di essere una etichetta astratta e diventa una parte concreta dell'identità sessuale di ognuna e ognuno di noi.


3) La visione politica.
La scelta di mostrare le persone omosessuali da sole, come singoli e singole,  è una chiara scelta politica che vuole considerare i diritti legati all'orientamento sessuale come diritto della singola persona e non della coppia  come ben sa chi ha seguito tutta la trafila dei Dico e dei DiDoRe coi quali il Governo Prodi nel dirimere le coppie di fatto non voleva assolutamente riconoscere dignità all'omosessualità come relazione di coppia ma solo la dignità del singolo cittadino e della singola cittadina.

Non a caso nel riconoscere la normalità dell'omosessualità la si paragona a caratteristiche fisiche o di altro tipo che riguardano il singolo, la singola.

4) Lo stigma.
A parte l'essere mancini, che una volta costituiva motivo di stigma e di forte repressione, nessuna delle altre quattro qualità è percepita dalla società come cosa negativa
L'omosessualità sì.


L'essenza stessa di ogni forma di omofobia (e ce ne sono tante) si basa sulla convinzione che l'omosessualità sia una caratteristica negativa, moralmente, fisicamente, psicologicamente, caratterialmente.

A nessuno, a nessuna, per offendere qualcuno o qualcuna, viene in mente di dire sei mancino o sei rosso (di capelli..) oppure sei alta, sei intonato,  mentre molti e molte pensano che dire sei frocio sei lesbica siano un modo per offendere.


Perciò dire, come fa lo spot, che l'omosessualità è normale come l'altezza o il colore dei capelli è un modo per svicolare e non affrontare l'argomento omofobia che riguarda tante forme diverse di discriminazione e vessazione.

Questo spot così com'è non serve a niente e nessuno perché sono poche le persone anche in Italia che ammettono apertamente che è giusto discriminare le persone omosessuali.Tutti dicono che non si deve discriminare ma...

Sulla carta siamo tutti tolleranti.

Appena però caliamo le persone omosessuali nella vita di tutti i giorni ecco emergere la diffidenza e il pregiudizio.

Basta leggere i dati Istat.


Si potevano fare tanti spot contro l'omofobia nei quali mostrare la reazione negativa di alcune persone di fronte a coppie omosessuali, o ad atteggiamenti ritenuto omosessuali perché fuori dagli stereotipi di genere, mostrare  cosa possiamo fare tutti e tutte - non solo i diretti e le dirette interessate - per contenere, censurare e ostacolare i comportamenti omofobici.

e invece ci teniamo uno spot che serve solo al governo per dire che ha fatto lo spot contro l'omofobia poco importa i risultati da esso ottenuti 

Bastava guardare sulla rete per avere esempi cui ispirarsi.

Io ne propongo tre e non tutti stranieri
 




Due ragazzi si tengono per mano e vengono presi in giro dai soliti bulli. Ma quando il resto della classe si prende per mano il bullo viene messo in minoranza.




Una risposta italiana al famoso spot diritto all'indifferenza dell'Ilga portoghese




Dove si capisce - meglio dello spot del ministero - cosa è l'omofobia e quali sono alcuni dei suoi effetti.

venerdì 4 gennaio 2013

Perchè le famiglie omogenitoriali non sono famiglie di gay e di lesbiche ma sono famiglie di uomini e di donne.

Dal primo gennaio è in rete la notizia della clinica di ginecologica di un ospedale di Padova che permette l’accesso alla zona riservata ai genitori anche alla partner dello stesso sesso di una neomamma accesso prima riservato solo ai “padri”, e ora allargato più genericamente ai e alle “partner”.

Purtroppo in tutti gli articoli, post,  commenti sula rete (e sulla stampa) si dà enfasi all'orientamento sensuale della coppia  e non al suo assortimento sessuale.

Si dice cioè che una famiglia omogenitoriale è formata da persone omosessuali, e non da persone dello stesso sesso.


La differenza non è da poco anche se sono in pochi e poche a coglierla, anche tra le e i militanti omosessuali. 

A rigore dei fatti è il sesso e non l'orientamento sessuale a dirimere la questione, sia nel caso dell'estensione del matrimonio sia in quello per le adozioni sia in quello per i diritti del genitore o della genitrice non biologici.

L'omosessualità infatti è solo una conseguenza, desunta, del fatto che due persone dello stesso sesso costituiscano una coppia, una famiglia, omosessualità che non costituisce il vero impedimento per il matrimonio e il diritto alla genitorialità.

Non è infatti l'orientamento sessuale a impedire alle persone omosessuali di sposarsi.

Una donna lesbica può sposare un uomo  gay e nessuno può impedire loro di farlo.

Sono due uomini e due donne che non possono sposarsi.

Ora dare per scontato che due donne e due uomini che vogliono sposarsi siano necessariamente e  unicamente omosessuali è discriminatorio perché uno o entrambi i membri della coppia potrebbero essere bisessuali.

E' discriminatorio perché dà enfasi a un fatto irrilevante, l'orientamento sessuale, quando la cosa più importante l'assortimento sessuale della coppia e già evidente: si tratta di coppie formate da due donne o due uomini.

E' discriminatoria perché la definizione famiglia omosessuale che  significa famiglia costituita da persone dello stesso viene fatta slittare semanticamente in famiglia costituita da persone omosessuali che non è sempre una definizione corrispondente ai fatti perché l'omosessualità come l'eterosessualità non sono concetti rigidi e univoci come quelli di uomo e donna e non prende in considerazione le sinergie tra orientamento sessuale (che sono tre e non due) e comportamento sessuale.

E' discriminatorio  perché dire famiglie di persone dello stesso sesso include tutte e tutti.
Dire famiglie lesbiche e gay esclude chi è bisessuale e chi ha un orientamento sessuale etero ma un comportamento sessuale bisex, specificazione quest'ultima che serve proprio a correggere le semplificazioni grossolane che si fanno come in questo caso.

E' discriminatorio, insomma, perché io gay e io lesbica non amo altri gay o altre lesbiche come me amo altri uomini e altre donne come me.

E la differenza non è di poco conto.

La prima definizione separa, cataloga ed esclude, la seconda include e riconosce a tutte e tutti la stessa dignità derivante dallo stesso diritto.

Io sono un uomo e ho il diritto di decidere chi sposare, uomo o donna che sia, in base al mio essere uomo non in base al mio essere gay o essere etero.

Perchè il diritto è di tutte e tutti.

Altrimenti non è un diritto ma una discriminazione.

giovedì 3 gennaio 2013

Quando la (apparente) gayfriendevolezza diventa discriminatoria.

Lo so gayfriendevolezza è un brutto neologismo, anzi è una parola che non esiste proprio ma si capisce il senso no?

Una persona è gayfriendly quando è amichevole nei confronti delle persone omosessuali.

Purtroppo capita che a volte, senza rendercene conto, crediamo di intervenire in favore delle persone omosessuali, mentre il nostro intervento non si discosta minimamente dall'atteggiamento discriminatorio che crediamo di stare denunciando.

E' quello che succede nella lettera di una madre, pubblicata, a quanto pare, su Repubblica.

Il beneficio del dubbio è obbligatorio perché una ricerca sul sito di repubblica non dà risultati e l'unica fonte sulla rete che riporta la lettera è un articolo del sito giornalettismo che non solo non rimanda alla fonte, cosa che si dovrebbe sempre fare, ma non cita nemmeno il giorno in cui tale lettera sarebbe stata pubblicata.
Visto che la data di pubblicazione dell'articolo su giornalettismo è il 15 dicembre si presume prima di quella data.

Poco importa se la lettera sia autentica o apocrifa.
Appena avrò modo di fare una ricerca cartacea risconterò la sua effettiva esistenza.

Chi l'ha scritta, chiunque essa, o egli, sia, crede di stare facendo un'opera di denuncia delle discriminazioni sulle persone omosessuali. Purtroppo scrive una lettera loffia e ambigua.


Il tono generale è quello classico delatorio di chi riporta dichiarazioni altrui:

Mia figlia racconta che questa scuola è frequentata da molte ragazze e pochissimi maschi.

Uno dei compagni di mia figlia pare sia continuamente bersaglio di minacce e ritorsioni

Mia figlia cita parole tipo “insulto al decoro”, “disgusto”, che pare escano dalla bocca di queste “cosiddette” insegnanti.

Mia figlia racconta, cita; pare.

Della serie io non lo so se è vero, se non lo è la colpa è di mia figlia che me lo ha detto.

La scelta del lessico denota un sessismo di fondo e un uso particolare dell'accordanza di genere nel  lessico:

Mia figlia racconta che questa scuola è frequentata da molte ragazze e pochissimi maschi.

Perché non ragazzi?

sono costretti a subire atti di discriminazione da parte di alcuni insegnanti, soprattutto donne

Perché rimarcare che si tratta soprattutto di donne e non dire direttamente da alcune insegnanti?

Il tono delatorio raggiunge il climax quando la donna scrive:
 
Un’insegnante in particolare lo obbliga a lavarsi la faccia minacciandolo di non accettarlo in classe con il trucco sul viso. Mia figlia cita parole tipo “insulto al decoro”, “disgusto”, che pare escano dalla bocca di queste “cosiddette” insegnanti.
I neretti sono miei. 

Dunque è assodato che una insegnate in particolare minacci di non accettare il ragazzo in classe con il trucco sul viso.
Ma le parole “insulto al decoro”, “disgusto”,  pare che escano dalla bocca anche di altre "insegnanti".

Più che una lettera di denuncia sembra un'altra picconata alla credibilità professionale del corpo insegnante che nell'arco degli ultimi 20 anni ha perso quel po' di rispetto che aveva agli occhi dell'opinione pubblica.

Nessuna insegnante può rifiutarsi di accettare uno studente nella sua classe. Non spetta a lei deciderlo ma all'ufficio di presidenza.
Se mia figlia riportasse degli abusi così gravi anche se lo studente vessato non è mio figlio come genitrice mi sentirei in dovere di investigare per scoprire se davvero mia figlia frequenta una scuola in cui i diritti degli e delle studenti vengono calpestati in maniera così lampante.  

In questa lettera di denuncia manca poi un dato fondamentale: la reazione dei compagni e compagne di classe dello studente vessato.

Sono indifferenti, favorevoli o sfavorevoli alla reazione della professoressa incriminata?

E, più in generale, come reagiscono, loro, all'aspetto fisico dello studente vessato?

Dalla lettera sembra quasi che la fonte principale di discriminazione e bullismo omofobico provenga dal corpo insegnanti mentre proviene anche da quello studentesco anche per un mera questione numerica.  


Ma veniamo al cuore della lettera.

In che consiste l'omosessualità dichiarata dei ragazzi che frequentano l'Istituto?
La matita sugli occhi e un po’ di terra in faccia.

E' questo il motivo per cui uno dei ragazzi viene vessato e discriminato, a quanto pare solamente dal copro insegnante e non da quello studentesco. Un atto odioso.

Ma cosa c'entra il fatto che un ragazzo che si mette la matita sugli (sic) occhi e un po' di terra in faccia sia vessato con l'omosessualità?

Il ragazzo è vessato perché veste in maniera non conforme allo stereotipo di genere che non riconosce ai maschi (ecco perché non ha usato il termine ragazzi) di truccarsi, non in quanto omosessuale.
Pare infatti che le professoresse non abbiano detto sporco frocio, ma che abbiano parlato di disgusto e di insulto al decoro, pare.

Viene da chiedersi chi è che discrimina e pensa per cliché? Se le insegnati o l'autrice di questa lettera.

Una lettera nella quale si dà per scontato che in un centro di formazione professionale per estetiste e parrucchieri i ragazzi sono pochi e quei pochi che ci sono sono dichiaratamente omosessuali.

Quei pochi ragazzi che ci sono sono gay per il tipo di formazione professionale che hanno scelto e che il luogo comune vuole pertinente alle femmine?

Insomma i froci sono tutti parrucchieri e ballerini? Siamo ancora a questi cliché?

Il dichiaratamente a cosa si riferisce? Al fatto di frequentare una scuola che forma a professioni considerate da femmine? Al fatto di truccarsi?

E, a proposito, tra le ragazze quante lesbiche ci sono? Poche? nessuna? Ah certo. le lesbiche sono tutte tra gli istituti professionali per geometri!

Si è gay perché si deroga dallo stereotipo di genere. 

Siamo totalmente dentro i più trivi luoghi comuni sessisti e omonegativi e nessuno sembra rendersene conto.

Si pensa che l'essere omosessuali si ravvisi nel modo di vestire o nel modo di parlare mai in quel che più conta, la sfera sentimentale oltre che sessuale di questi ragazzi.

I flirt, i baci, le cotte verso studenti del loro stesso sesso. 

Questo rende un ragazzo, una ragazza, dichiarati, il fatto di mostrare la propria affettività senza nasconderla.

Ma di questo la lettera tace.

Quello che si sta denunciando qui è il maschilismo e il sessismo del corpo insegnante (soprattutto le donne chissà forse per rendere la cosa più grave, ma dai propri le donne sono le più cattive...) che non coinvolge necessariamente dei ragazzi omosessuali ma solo dei ragazzi percepiti come tali perchè derogano da un clichè di genere.

Ma altrettanto maschilista è lo sguardo dell'autrice di questa lettera che non esita a classificare come omosessuale dichiarato un ragazzo che che si mette la matita sugli  occhi e un po' di terra in faccia. 

Non che le due cose non possano essere, sorprende però che si dia per scontato che un ragazzo omosessuale vada in giro truccato senza dare ulteriori ragguagli perché non tutti i ragazzi che vanno in giro truccati sono gay non tutti i gay vanno in giro truccati

Adesso gli entusiasti del bicchiere mezzo pieno portebbero dire che dovrei giorie di questa lettera che in un mare di indifferenza prova, pur con tutti questi difetti, a denunicare una situazione di disagio e discriminazione.
Vero.

Ma se posso comprendere che una genitrice, credendo di aiutare, in realtà contribuisca alla discriminazione riconoscendole la buona fede, quello che mi lascia perplesso e mi fa dubitare dell'autenticità di questa lettera è il fatto che sia stata riportata da uno dei gay di professione più scaltro e informato che ci sia sulla piazza romana, Fabrizio Marrazzo, il quale ci scrive su un post senza accorgersi di nemmeno una delle tante ambiguità in essa contenute.

Marrazzo non esprime alcuna riserva sui contenuti della lettera (che non riporta per intero ma presumo abbia letto nella sua interezza) si limita a picconare il corpo insegnante:
Questo caso in particolare mette l'accento sul comportamento di alcune insegnanti, e la cosa è ancora più grave rispetto ad altri in cui i protagonisti sono gli studenti. Da parte degli insegnanti ci si aspetterebbe ben altro atteggiamento e comportamento, che fosse anche di guida e di esempio per gli studenti, volto a educare all'inclusione, al rispetto delle diversità e alla non discriminazione.
Se la società itera è omofoba non si capisce come si può pretendere che il copro insegnante sia immune a un pregiudizio diffuso...
(...)  E' bene che questa lettera venga conosciuta e che si intervenga per censurare il comportamento di queste docenti.
Così senza verifica alcuna di tutti quei pare, dice, sembra...
Dovrebbero intervenire le autorità scolastiche, dovrebbe esserci l'attenzione delle Istituzioni. L'omofobia di per sé grave può avere effetti dannosi e gravi. Quindi non lasciamo inascoltata questa lettera.
Non è la prima volta che Marrazzo  tradisce la propria vocazione autoritaria.

Quando si trattò qualche estate fa di un ragazzo migrante che lavorava nelle nostre spiagge e che avrebbe discriminato due ragazzi che si stavano baciando Fabrizio invece di rimproverare il gestore per incauta assunzione (non avendo verificato la gayfriendevolezza del lavoratore).chiese al gestore della spiaggia libera di dissociarsi  e prendere provvedimenti contro il migrante.

Stavolta Marrazzo chiede olio di ricino per le insegnanti omofobe senza curarsi minimamente dell'omofobia insita nella lettera. evidentemente per Marrazzo tutti i ragazzi dichiaratamente gay vanno in giro truccati e tutti i ragazzi truccati sono sicuramente gay.

Viene da chiedersi se Marrazzo sia davvero così vittima degli stessi pregiudizi che dice di volere combattere o voglia semplicemente tenere alto l'allarme omofobia solamente per ribadire la necessità della suo lavoro come rappresentante dei gay.

Un lavoro che fa malissimo se non si scomoda nemmeno a criticare l'omofobia nemmeno troppo velata della lettera che sbandiera come vessillo della lotta alle discriminazioni.

Inutile dire dell'effetto cascata della lettera e del post di Marrazzo che vengono riportati da tantissimi siti e blog acriticamente senza che nessuno ravvisi nella lettera ambiguità alcuna semplicemente costituendo un tam tam mediatico a effetto domino

Una marrazzata perfettamente riuscita.


Se Marrazzo deve formare professori e studenti contro l'omofobia chi forma i formatori ?
 







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Quando la stampa fa diventare le mamme gay.
Sugli articoli del Mattino e del Corriere del Veneto sull'ospedale di Padova che dà accesso anche alle genitrici non biologiche che costituiscono famiglia con la partoriente.

Così come è riportata la notizia non meriterebbe di comparire sui quotidiani, data la sua normalità.

Invece data l'ossessiva discriminazione sessuofoba e lesbo-omofoba del Paese, la notizia, quella vera  merita il giusto rilievo.

Purtroppo viene data con esiti differenti a seconda della testata e di chi scrive e nessuno, nessuna, sembra coglierne la vera portata.

Ecco la notizia in soldoni.

La clinica di ginecologia dell'ospedale di Padova ha modificato la dicitura sui braccialetti identificativi da padre a partner per non discriminare le coppie di fatto formate da due donne, riconoscendo il diritto di accesso nell'ospedale anche alla partner della madre.


Desumo questa versione della dal Mattino secondo il quale

In Clinica si sono trovati di fronte ad una coppia di fatto costituita da due “lei”, una delle quali ha dato alla luce un bambino. «Di fronte a questa situazione abbiamo capito che la dicitura “padre” avrebbe, di lì in avanti, potuto creare inopportuni imbarazzi per i genitori. (...) abbiamo modificato i bracciali, non facendo più scrivere “padre”, ma un più generico “partner”. (...) spiega Nardelli [il direttore sanitario].

Il corriere del veneto dà invece una versione diversa.
In ospedale aveva appena partorito la compagna, che come padre ha indicato nome e cognome dell'amica. La compagna ha firmato il registro dell'atto di nascita che in ospedale era stato sottoposto alla madre ma ha rifiutato di ricevere il «braccialetto del papà».

Insomma la clinica ha pensato per conto proprio a un braccialetto meno discriminatorio oppure è stato il rifiuto della partner della madre a indurli a decidersi verso quella soluzione che rispetta tutte?

Vallo a sapere...

In ogni caso entrambi gli articoli non sottolineano un punto importante che per la legge italiana una donna che ricorre all'inseminazione assistita eterologa (all'estero) e costituisce una coppia di fatto con un'altra donna per lo stato italiano è una donna single, e la partner non ha alcun diritto legale sul figlio della compagna.

Quindi non si tratta tanto di civiltà nell'usare un nome meno discriminatorio, si tratta di riconoscere i diritti di chi per la legge italiana non esiste: la genitrice non biologica della donna che ha partorito.
nel caso del genitore non biologico questo può riconoscere legalmente il figlio come suo  anche se la coppia non è sposata e, presumo, anche se lui non è il padre biologico. 

La giornalista del mattino a dire il vero ci prova a dirlo ma lo fa con una goffaggine incredibile.

I vincoli della legge 40, che vietano la fecondazione eterologa, nulla hanno potuto di fronte alla volontà di due donne di diventare madri. Nessuno ha chiesto come è stato concepito quel figlio, se all'estero con la procreazione assitita o in altro modo. In Clinica l'imperativo non è stato rispondere a domande, ma risolvere una questione urgente.
La legge 40 dice che solamente le coppie etero (lei  e lui), sposate o conviventi, possono accedere alla fecondazione omologa dove il padre è e rimane anche il padre biologico dell'infante

La fecondazione eterologa in Italia  non è consentita.

Non è consentita non vuol dire che chi vi ricorre all'estero commette reato.

Sono le cliniche italiane a non potere offrire questo servizio.

Dunque la frase i vincoli della legge 40, che vietano la fecondazione eterologa, nulla hanno potuto di fronte alla volontà di due donne di diventare madri è un'affermazione parziale, perchè la legge 40 non consente a nessuna coppia anche a quelle etero (=di sesso diverso)  la fecondazione eterologa.


La frase
Nessuno ha chiesto come è stato concepito quel figlio, se all'estero con la procreazione assistita o in altro modo
è invece disgustosamente paternalistica perchè non è un segreto che molte coppie anche etero (=di sesso diverso) sono costrette a fare all'estero quel che in patria non è consentito.

Una legge, tra l'altro, che la Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU) ci ha intimato di cambiare.

Ma di questo nessuno si è ricordato di informare i lettori e le lettrici.

Quell'insinuazione in altro modo è disgustosamente maschilista e oltremodo  maliziosa perchè oltre alla fecondazione assistita, esiste solamente il metodo tradizionale.

E nessuno può sindacare sulla vita privata sessuale di una cittadina italiana. Nemmeno lo Stato.

Figuriamoci una giornalista (sic!) che risponde al nome di Fabiana Pesci.

In ogni caso si dimentica di considerare il reale portato della decisione dell'amministrazione di questo ospedale.

Il corriere del Veneto fa però molto peggio.

Tralasciando il solito sessismo della lingua  che fa scrirere

Un braccialetto per la mamma, uno per il bebè e uno per il... partner. La clinica ostetrica dell'ospedale di Padova ha deciso, di fatto, di «riconoscere» i genitori omosessuali con un apposito braccialetto
(i neretti sono miei) dove nella fattispecie il partner è una donna e dunque dovrebbe essere la, e i genitori omosessuali sono due donne quindi dovrebbe essere le genitrici, l'articolo si riferisce alla partner della donna che ha partorito con la parola amica.

Scelta non solo ridicola, in un articolo in cui si spiega come l'ospedale abbia scelto il termine più generico di partner al posto della parola padre ma soprattutto scelta discriminatoria e giudicante che non riconosce alla compagna della neo mamma lo status etico di partner.

Quella signora accanto alla mamma non è la fidanzata, la compagna, la donna, la partner, ma un'amica.

Roba da vomitare, purtroppo non in faccia a chi ha scritto l'articolo perchè non è firmato.
Comunque sia, VERGOGNA.

Il Corriere del Veneto va ben oltre e dice:

Il bambino nato da due donne è stato reso possibile grazie alla fecondazione eterologa, un procedimento vietato dalla legislazione italiana ma ammesso all'estero, in cui il seme maschile proviene all'esterno della coppia.
I neretti sono miei.

L'articolo offende in primis la lingua italiana visto che è scritto con una sintassi e una grammatica inesistenti.

I bambini nascono, vengono concepiti, non sono resi possibili.

In ogni caso a renderlo possibile è la madre (con il seme di un donatore) .

La fecondazione assistita casomai rende possibile il concepimento non la  nascita...

Il bambino poi non è nato da due donne, naturalmente.

E' nato da una delle due donne.

Detta così sembra quasi un esperimento alla Mengele dove due uteri sono stati cuciti insieme e due donne diverse hanno partorito lo stesso bambino. Chissà forse ecco il perchè quel bambino è stato reso possibile...

E' chiaro che qui si vuol sottolineare negativamente un fatto normalissimo.

Una donna vuole avere un figlio e sceglie di ricorrere all'inseminazione  artificiale.

A proposito, la fecondazione assistita è quel procedimento nel quale il seme maschile proviene DALL'esterno (da fuori a dentro) della coppia, non all'esterno (da dentro a fuori) della stessa.

Ma anche così corretta la frase non ha  molto senso perchè lascia immaginare anonimi onanisti che spruzzano il loro seme sulla coppia...

In realtà il seme maschile proviene da un donatore, che lo dà a una banca del seme, dietro un modesto compenso, la quale lo dà poi alla clinica, dietro un lauto compenso, che lo dà alla donna, previa altro esborso di soldi....

Il capolavoro di discriminazione, feroce e inutile, sta però nel titolo di entrambi i quotidiani, virtualmente identico.





Va riconosciuto doverosamente che il sommario del mattino è equilibrato e riporta la notizia così com'è.

Quello del Corriere del Veneto è invece di tutt'altro tono, e, ridicolmente, continua a indicare al maschile anche la compagna della mamma che ha indotto al cambiamento della scritta sul braccialetto.

Però entrami i titoli parlano di mamme gay.

E questa è una distinzione ferocemente discriminatoria e inutile.

Una mamma è una mamma il suo orientamento sessuale è irrilevante ai fini del suo status di maternità.

Se con mamme gay si intende riferirsi invece alla coppia, esiste l'aggettivo omogenitoriale (=genitori dello stesso, sottintendendo sesso, per simmetria con omosessuale) e si poteva dunque scrivere coppia omo-genitoriale, oppure coppia di donne,  non mamme gay. 

L'orientamento sessuale della madre e della sua compagna infatti è una pura congettura, una o entrambe potrebbero anche essere bisessuali.

Qui si confonde l'aggettivo omosessuale nel significato originale di dello stesso sesso, riferito al sostantivo coppia, con l'aggettivo gay che significa di orientamento sessuale omoaffettivo.

Si cataloga dando informazioni non necessarie, presunte e potenzialmente  sbagliate, e dunque si discrimina.

Due donne costituiscono una coppia, una famiglia,  e ora hanno avuto un figlio, concepito e partorito da una delle due.  L'orientamento sessuale delle due è non è affar di nessuno. Ai fini del fatto accaduto è irrilevante.

E' il fatto che le due donne stanno insieme a fare di loro famiglia non certo il loro orientamento sessuale.


Ma questo vallo a spiegare alle nostre e ai nostri giornalisti...

In ogni caso complimenti all'ospedale di Padova e al suo direttore Giovanni Battista Nardelli.