domenica 1 settembre 2013

Il nome della cosa.
Sull'uso della parola Genitore come sostituiva delle parole madre e padre

La consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi, con la delega ai Diritti civili e contro le discriminazioni, ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido sostituendo le parole padre e madre con la parola genitore.

In un video dell'Ansa Siebezzi spiega così il motivo della sua decisione:

La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono, semplicemente li comprende.
Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che vada a iscrivere i propri figli alla scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli viene compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”.

Inutile dire che la decisione presa dalla Consigliera ha sollevato le critiche polemiche e criminali (visto che Seibezzi è stata minacciata di morte) dei partiti e della cittadinanza conservatrice cattolica.

Viene da chiedersi la reale necessità della decisione e, soprattutto, se la parola scelta in sostituzione sia coerente con i diritti civili e accolga il riconoscimento davvero di tutti e tutte.

Intanto non posso non notare il linguaggio sessista della Consigliera che parla di figli, al maschile, e non di prole, termine che Alma Sabatini ed Edda Billi suggerirono quasi 30 anni fa, nel libro Il sessismo della Lingua italiana, come sostituto davvero neutro al termine maschile figlio in uso e sostituzione anche di quello femminile figlia.

Una osservazione d'obbligo, non solo perchè il sessismo va combattuto sempre e comunque, ma perchè si sta analizzando un provvedimento linguistico che sceglie una parola che si pretende più includente di altre, considerate discriminatorie di qualcuno e qualcuna.

Mi chiedo se genitore verrà usato come termine neutro sostituendosi anche alla controparte femminile genitrice, cancellando così il genere della persona indicata dalle parole padre e madre, sostituite e spalmate su un nome maschile proditoriamente preteso come neutro.

Non è un caso che il dizionario online dei sinonimi del Corriere della sera riporta come sinonimi della parola genitore
  • 1. padre, capo famiglia, fam. papà, babbo
  • 2. (al pl.) padre e madre
Solo al plurale, dunque, il maschile genitori comprende sessisticamente (esiste sempre genitrici) entrambi padre e madre.
Al singolare, genitore è sempre e solo lui, il capo famiglia, definizione disgustosamente maschilista che ci portiamo dietro dalla legge mussoliniana sullo stato di famiglia del 1942.

Insomma  per non discriminare nessuno e nessuna le parole padre e madre, chiare e semplici vengono diluite in una parola maschilista e sessista che cancella le differenze sessuate che quei termini portano con chiarezza.

C'è un precedente in cui la parola genitori, al maschile plurale, ha sostituito un'altra parola.  
La legge 54 dell'8 febbraio del 2006 Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli (definizione sessista ma tant'è) che prevede sempre l'affido congiunto (bigenitorialità) della prole  (vedete quanto può essere semplice, indolore ed elegante impiegare un termine non sessista?) non distinguendo più tra coppie sposate e coppie conviventi e parla dunque di genitori e non più di coniugi.

In questo caso è chiaro che il termine genitore include anche le madri e i padri non coniugate\i e dunque è davvero un termine più inclusivo di coniugi che invece indica solo le coppie sposate.


Ma chi sono le persone che le parole padre e madre discriminerebbero e che la parola genitore secondo Seibezzi invece non fa?

Non certo quelle degli esempi da lei riportati.

La madre single è madre e non si capisce perchè dovrebbe diventare un generico e grigio genitore al maschile proposto come termine neutro col quale si pretende di sostituire il femminile che, non esistendo in italiano il genere neutro, di fatto, viene cancellato.

Il padre vedovo
è padre e, lo stesso, non si capisce perchè dovrebbe essere deprivato del suo statuto di padre per un più generico
statuto di genitore, anche se in questo caso il maschile non è sostitutivo ma rappresentativo del vero sesso della persona in causa (anche se c'è poco da rallegrarsene).

La prole di una
coppia eterosessuale è sempre fatta da un padre e una madre, se un membro della coppia non è il padre o la madre della prole vuol dire che c'è da qualche altra parte, magari in un'altra coppia, un padre o una madre. 

Per cui per quanto io possa voler bene al compagno di mia madre lui non si sostituisce mai a mio padre che vedo tutti i fine settimana assieme alla sua compagna o, perchè no, al suo compagno.

E qui veniamo all'ultimo esempio fatto dalla Consigliera.

La coppia omosessuale.


Anche qui a ben vedere non si capisce perchè si debba usare la parola generica genitore  in presenza di partner dello stesso sesso e non usare invece due volte la parola madre o  la parola padre.


Il termine genitore con la scusa di includere quello che è già incluso nelle espressioni le mie due mamme e i miei due papà, in realtà lascia indefinito l'assortimento sessuale della coppia con un termine fintamente neutro e in realtà maschile che vale per tutto il resto.


Chi sono quei signori?

Tra le due risposte possibili Sono i mie due padri oppure
sono i miei genitori, come vorrebbe la Consigliera, l'assortimento sessuale della coppia emerge con chiarezza solamente nel primo caso perchè il secondo caso vale qualunque sia l'assortimento sessuale della medesima. 

Forse qualcuno trova meno imbarazzante dire quelli sono i miei due genitori che dire quelli sono i miei due papà, quelle sono le mie due mamme.

Alla faccia della decisione presa per non discriminare nessuno e nessuna!

Con la scusa di voler includere tutti e tutte non si include in realtà nessuno e nessuna perchè non li si riconosce come persone e coppie sessuate ma come persone sessualmente neutre.

La questione potrebbe finire qui ed essere liquidata come non necessaria e, anzi, discriminatoria.


Purtroppo però non abbiamo ancora toccato il punto centrale di tutta la faccenda.

Ci viene in aiuto il servizio dell'Ansa, quando, dopo le dichiarazioni di Seibetti, la giornalista commenta che la scelta della Consigliera è in linea con quanto fatto all'ospedale di Padova dove il braccialetto per il secondo genitore non riporta più la parola padre ma partner. 


Non è una questione da poco.   

Se una mamma è in sala parto è giusto pensare che accanto a lei ci può essere un'altra donna e non per forza un papà. 

Per cui è giusto che quella persona pur non essendo madre biologica della prole in nascenza sia riconosciuta come partner della madre.


Quello che fa di un uomo o di una donna un padre e una madre non è certo esclusivamente il legame biologico con la prole.

Sono padri e madri anche il genitore e la genitrice adottive di un bambino o di una bambina. 


Con l'introduzione della fecondazione assistita la genitorialità biologica ha perso il suo statuto di unicità.

Se una coppia etero (=di sesso diverso) ) convivente o sposata utilizza la procreazione assisita eterodiretta il coniuge o il compagno è padre anche se non è il genitore biologico.  

Se la coppia è sposata lo è d'ufficio. Se è convivente l'uomo deve riconoscere la prole. 



L'omogenitorialità introduce una variante sia nello statuto legale che in quello ontologico della coppia genitoriale.

Nel caso di una coppia di donne o di uomini lo stato italiano riconosce la maternità della madre biologica e la peternità del padre biologico ma non riconosce al\alla parnter il diritto alla maternità o alla paternità come per il partner maschile di una coppia etero.

E' questa la vera discriminazione.

Quel che vale per il padre non biologico in una coppia di sesso diverso non vale per la madre (o per il padre) non biologica della coppia dello stesso sesso. 


Per lo Stato italiano la partner della amdre biologica e il partner del padre biologico in una coppia dello stesso sesso non esiste e se la madre biologica (il padre biologico) muore, tecnicamente figlio o figlia posso essere affidati a strutture di sostegno e non all'altra metà della coppia.


Non d'ufficio almeno.
 

Sta all'apertura mentale e all'onestà intellettuale del giudice o della giudice decidere altrimenti. 

Basterebbe fare una legge che riconosce in caso di madri single (ai padri single) la possibilità di riconoscere il figlio anche alle (ai) partner conviventi dello stesso sesso così come adesso permette di farlo al compagno non genitore biologico.


Ecco allora cosa Seibetti sta in realtà tentando di fare.

Dare ai padri non biologici e alle madri non biologiche all'interno di una coppia omosessuale (=dello stesso sesso) la possibilità di segnarsi amministrativamente come genitore non biologico del figlio o della figlia.


E siamo finalmente giunti al cuore della questione.

Così facendo Seibetti crede di eludere una differenza che anche lei deve considerare fondamentale che cioè il padre è solamente quello biologico e la madre è solamente quella biologica con l'unica deroga della coppia adottive e, per effetto della stessa deroga, anche ai padri non biologici e alle madri non biologiche delle coppie etero, che sono ricorse alla fecondazione eterodiretta.

Altrimenti ricorrerebbe ai termini madri e padri.


Anche per Seibetti insomma è ancora la famiglia etero a fare di un uomo e di una donna un padre e una madre poco importa se biologici o meno per il fatto che almeno potenzialmente entrambi possono essere padri e madri biologici. 



Proprio in linea con la chiesa cattolica che riconosce come unica e vera famiglia quella etero indivisa con entrambi i genitori biologici (niente donne single, niente donne risposate, che, guardacaso sono proprio gli esempi scelti dalla Consigliera) l'unica nell'alveo della quale, secondo i cattolici, la prole cresce sana.

Due donne e due uomini non sono due padri e due madri ma dei più generici e neutri genitori che costituiscono si una famiglia ma meno salda perchè priva del legame biologico... 

Non si vede quale altro motivo impedisca a una coppia di donne o di uomini di scrivere due volte mamma o due volte papà
sulla modulistica per l’accesso agli asili nido invece del generico e grigio genitore.

Genitore mette tra parentesi una questione culturale importante cioè che sono l'amore e l'affetto con cui si cresce la prole a fare di un uomo e di una donna un padre e una madre non certo il legame biologico con essa.




No Night Is Too Long in 28 fotogrammi.

No Night Is Too Long

(GB\Canada, 2006) di Tom Shanklad
Tim è un giovane studente universitario che ha un grande successo con le donne...
...che lo spompinano in luoghi esotici dicendogli "Ti amo"...

un bacio in ascensore lo fa invaghire di un professore del campus...
che prima non vuole saperne di lui
ma alla vigilia di capodanno lo va a trovare.
E se lo incula...
...e ancora....

..e ancora.
Sempre da dietro come fosse l'unica posizione...
 
Ma il professore è geloso e manesco e il giovane Tim
non vorrebbe più frequentarlo ma non vuole deluderlo...

Così durante un tour di conferenze del professore Tim conosce una donna
ed è subito amore che, come diceva Tozzi, a letto si fa

Tim cerca di prendere tempo col prof, che, nonostante Tim non voglia se lo incula di nuovo
ma stavolta Tim non ride...


Messo alle strette Tim gli confessa di non amarlo più già da parecchio e di amare una donna.
Il prof prima piange...

poi in un eccesso di ira cerca di strozzarlo minacciando di dire alla donna, che non lo sa,
che ha avuto una relazione con lui

Ne nasce una colluttazione alla fine della quale il prof cade malamente...
E Tim lo abbandona esanime

Roso dai sensi di colpa Tim è disperato anche perchè l'indirizzo della donna amata è rimasto nella giaca di pelle del prof e lui gira a Vancouver senza meta.
La fortuna gli fa incrociare la donna su un pullman che Tim si mette a inseguire
Ma qualcosa di tremendo lo blocca
Gli sembra di vedere il prof dappertutto
Alla ricerca di qualcuno con cui parlare del delitto commesso Tim si lascia rimorchiare da una marchetta

Che se lo incula
(in una posizione che con il prof non ha praticato mai...)


E Tim stavolta piange

Intanto a casa della donna, ignara che Tim sia in città a cercarla, ritorna il marito
che l'aveva abbandonata per la quarta volta.

Qualcuno altro arriva in casa. Sorpresa! E' il fratello della donna, cioè il professore, che non è morto!!!
e il fratello la mena perchè lei gli ha rubato il ragazzo che lui amava tanto

Il marito la difende dalle ire del cognato? No quando il prof finisce la mena pure lui perchè lei lo ha tradito con Tim...

Dopo varie vicissitudini (il prof ammazzato dalla marchetta che lo aveva preso per Tim) solo e triste Tim
un giorno vede la donna venire verso la sua casa.
Tim si accascia dietro l'uscio


La donna chiama inutilmente il suo nome...



...Tim fa il gesto di aprire la porta ma non riesce a raggiungere la maniglia.
FINE DEL FILM


Tratto dal romanzo omonimo di Barbara Vine (pseudonimo di Ruth Rendell) il film offende per la sessualità tra uomini vista esclusivamente in chiave penetrativa. Dove Tim si fa sempre scopare e dove il coito anale all'inizio visto come una gioia è anche una umiliazione subita (col prof.) e cercata (con la marchetta in segno di espiazione per l'omicidio commesso). Un film maschilista dove le donne sono talmente sprovvedute da fare pompini e dire ti amo e dove la sorella del prof viene picchiata da chiunque perchè fedifraga (nel caso del prof ladra di uomini altrui) e dove Tim è descritto come personaggio deleterio e ambiguo in base alla propria irrisolta bisessualità (anche da bambino aveva irretito un compagno di scuola più grande).

sabato 31 agosto 2013

quarta edizione del GenderDocu Film Fest: la seconda serata

Tre i documentari in programma per la seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Fest.

Si è cominciato con il piccolo (per la durata) sorprendente film documentario di Filippo Demarchi, Taglia corto! (Svizzera, 2013). Giovane di Losanna, nato a Zurigo, Demarchi ha girato il suo film in Italiano, che è la lingua madre del padre ma non della madre.
Il corto, che è il saggio di fine corso alla École Cantonale d'Art de Lausanne, ritrae i genitori del regista mentre discutono con lui della sua omosessualità che entrambi non riescono ad accettare. Il padre gli garantisce il rispetto ma non il sostegno mentre la madre è più interessata che il figlio si lasci la porta aperta anche verso le ragazze.

Girato senza una particolare ricerca formale dell'inquadratura, il corto, selezionato da diverso materiale registrato, restituisce con una icasticità commovente un confronto familiare tra tre adulti: padre, madre e figlio 24enne, il cui rispetto individuale è riscontrabile sia nella reciprocità sia nella onestà intellettuale con la quale sanno tutti e tre guardarsi dentro e comunicare l'uno con l'altra .

Così il figlio chiede solidarietà ai genitori non in nome di un astratto rispetto per la diversità ma perchè vorrebbe avere dei consigli sul ragazzo del quale è innamorato.
Il padre a vedere la foto del ragazzo (molto giovane, con i capelli lunghi biondi e fluenti) commenta che sembra quasi una ragazza e quini tanto varrebbe che e che pensando agli uomini si immagina persone più maschili di quelle che piacciono al figlio.
Nessuna imposizione, nessun dover essere, solo un onesto confronto tra quello che si pensa, si sente, ci si aspetta.

Il figlio può così dire al padre senza rimproveri di esserci rimasto male quando una volta, prima del suo coming out, gli ha presentato un suo amico, del quale il padre gli aveva chiesto se fosse gay perchè il figlio si è snetito sentito sminuito nella sua amicizia, platonica,  con quel ragazzo, che il padre riduceva a una questione sessuale.

Mentre il padre commenta che all'epoca lui non sapeva che il figlio fosse gay il figlio da un lato afferma il suo risentimento per quel modo di pensare, dall'altro riconosce al padre, come individuo, il diritto di esprimere le proprie idee anche se lui le aborre chiedendogli poi come dovrebbe reagire (ti dovrei forse odiare?).
La madre dal canto suo lo esorta a non farsi influenzare negativamente dalle loro reazioni o commenti negativi.

Ai dialoghi tra padre madre e figlio, insieme o separatamente, nei quali il figlio è presente solo in voce trovandosi sempre dietro la videocamera e dunque fuori campo Demarchi alterna alcuni momenti di vita familiare (le cure del giardino dove il padre gli dice cosa potare e cosa no o come muovere ila tosaerba in un confronto tra quotidianità ed eccezionalità che restituisce l'idea di una vita familiare è già una ricostruzione dei rapporti e degli assetti genitori figli che per gli standard della famiglia Demarchi è un processo normale pur in una dialettica di rifiuto ma che, visti con l'occhio cattolico italiano è un paradigma quasi irraggiungibile.


Senza insistere troppo sulla chiave religiosa intesa qui nella sua dimensione culturale e non confessionale la statura etica di queste persone, di questa famiglia è anni luce lontana dalle bassezze delle famiglie italiane, quelle in cui ancora oggi i figli e le figlie omosessuali vengono letteralmente buttati e buttate fuori di casa dai genitori senza che i figli e le figlie così illegalmente trattai\e non si ribellano e non rivendicano i propri diritti rivolgendosi come si dovrebbe sempre fare a un giudice. Perchè anche nell'Italia omofoba a un genitore a una genitrice non  è più consentito di cacciare di casa e smettere di mantenere un figlio o una figlia perchè omosessuali. Sono lontani per fortuna i tempi del caso Braibanti.

Invece nella maggior parte dei casi la prole non rivendica i propri diritti perchè in fondo, là dove si annida l'omofobia interiorizzata, non vogliono imporsi ai propri genitori e si sottraggono a un confronto anche duro, aspro, inchiodandoli alle loro responsabilità.

Questo cortometraggio mostra come se la forma documentario sa cogliere la realtà (a saperlo usare bene naturalmente non è un risultato che si ottiene automaticamente) questo non è certo garantito dalla presa diretta ma dall'operazione che segue (il montaggio del materiale selezionato) e precede le riprese.

All'inizio, ha raccontato Demarchi presente al Village, i genitori non volevano affatto parlare del suo coming out e pretendevano di essere presentati come esperti di capitalismo ai quali il figlio doveva rivolgersi dando loro del lei.
Poi l'insistenza e la pratica di ripresa hanno ammorbidito i genitori ed è stata resa possibile una modalità comunicativa così intima e spontanea nonostante la presenza della videocamera.
Un processo graduale e non sempre facile del quale rimane una traccia anche nella  selezione drastica fatta da Demarchi (appena 13 minuti di durata, essenziale anche in questo in controtendenza rispetto una certa tendenza alla pletoricità che molti cineasti della camera verità hanno)  quando a un certo punto il padre si sottrae all'intervista definendola una pagliacciata e Demarchi continua a riprendere il suo posto vuoto.

Sottraendo il corto all'equivoco che la verità di quanto accade sullo schermo scaturisca naturaliter dalla spontaneità della diretta e non dall'istanza produttrice che riprende e monta le riprese Demarchi si attesta nel cuore del meccanismo documentario che è sempre un meccanismo traslato perchè la verità non sta nelle immagini mostrate ma in quell'oltre che hanno determinato quelle immagini, in un prima e un dopo la ripresa di cui il cortometraggio è un esempio paradigmatico della stessa una pratica discorsiva dei tre protagonisti. Un confronto d'altissima onestà intellettuale.

Presente anche sulla rete con altri lavori Demarchi si distingue per il discorso intelligente e l'occhio sincero che sanno usare gli strumenti video della contemporaneità sottraendosi alla estetica farlocca dell'immediato e della spontaneità sostenuta dal mercato e cerca, riuscendoci appieno, di usare il video per mostrare quell'oltre pirandelliano raggiungendolo con incedibile efficacia.



Più tradizionale e privo di novità formali il mediometraggio con alcune lungaggini e ripetizioni  My Love – The Story Of Poul and Mai (danimarca, 2013) di Iben Haar Andersen.
64 minuti di durata che potevano benissimo scendere a 50 nei quali la regista allestisce un materiale raccolto nell'arco di sei anni (ma nel documentario non ne viene dato conto oltre alla didascalia due anni dopo)  raccontando della storia d'amore tra Poul uomo danese ultrasessantenne che ha fatto coming out solo dopo la morte della figlia 17enne in un incidente d'auto (che l'ha vista morire carbonizzata) e del quarantenne thailandese Mai che ha conosciuto in un locale. 
Il documentario ci racconta delle vicissitudini burocratiche per ufficializzare la loro unione, l'accesso al registro per le unioni civili prima, la richiesta di permesso permanente di soggiorno dopo, alle quali si alternano alcuni racconti dei due uomini.
La famiglia che Mai ha in Thailandia e che vediamo quando Poul va in visita, una figlia grande, un figlio più piccolo e una sorella (della donna madre dei sui figli nulla sappiamo) e le vicissitudini di Poul la gioventù dell'uomo che pur sapendo da sempre che gli piacevano gli uomini non ha mai fatto sesso con un ragazzo in gioventù e ha deciso invece di farsi una famiglia (etero) e avere dei figli.
Tra immagini del menage familiare, molto sessista, Mai che cucina e Paul che fa il marito aspettando in salone (perchè Mai non lo vuole in cucina), alle interminabili giornate di lavoro (Poul è pescatore di salmoni), tra i racconti di gioventù di Paul e la brama di Mai di portare il figlio più piccolo, maschio, con lui in Danimarca (la figlia pi grande, fidanzata, è già di un altro maschio)  quello che manca completamente nel documentario è la sfera affettiva e sessuale della coppia che la regista non affronta minimamente.
Nemmeno un cenno alla sessualità di Poul che è stato con un uomo quasi da anziano (a 60 anni), non la restituzione pornografica o voyeuristica del suo rapporto con Mai ma il vissuto emotivo  della sessualità (com'è stato fare sesso con un uomo per la prima volta a età così avanzata?) della quale nel documentario non è presente nemmeno come assenza allusiva, ma, più semplicemente, non c'è. La storia d'amore fra questi due uomini è quella di una amicizia platonica di solidarietà e reciproca assistenza che farebbe contento anche Papa Francesco visto che nel film i due uomini vivono una vita casta dove il sesso viene sublimato nella solidarietà proprio come consiglia il catechismo cattolico alle persone omosessuali. Anche i baci che i due si danno sono rigidi e poco spontanei.
Quando l'ho fatto notare alla regista, anche lei presente al Village, lei mi ha risposto, piccata, che non sentiva l'esigenza di entrare nella camera da letto dei due uomini e che la loro storia d'amore non aveva bisogno del sesso.
Durante questa sua risposta il pubblico presente ha applaudito confermando la sessuofobia di noi italiani (e italiane) che separiamo borghesemente  il sesso dall'amore per cui a casa bacini e coccole mentre andiamo a cercare il sesso dalle prostitute o magari dagli escort...

E no cara Iben Haar Andersen la sessualità è parte integrante di ogni storia d'amore che posa definirsi tale e che nel tuo documentario del vissuto sessuale non ci si preoccupi nemmeno di spiegarne l'assenza è un atto di censura figlio di una visione della vita borghese e sessuofoba che inficia completamente il film che, da questo punto di rappresenta una negazione della pienezza della dignità dell'opzione omosessuale che quando assume le forme di una amicizia affettuosa tra adulti con alle spalle un vissuto etero ed entrambi padri di figli nati da quelle relazioni, questa relazione legittima ma non paradigmatica assurge a storia omosessuale tout court.  Perchè il sesso è amore anche non si fanno figli.

Terzo film della serata Ein Wochenende In Deutschland (Germania, 2013) di Jan Soldat, l'unico autore non presente al Village,  che in 25 minuti racconta del fine settimana di una coppia di uomini maturi (molto sopra la sessantina) che praticano del sesso sm abbastanza soft (spanking e l'uso di ortica).
Un sesso esplicito nelle riprese video (il sedere arrossato i corpi nudi dei tre uomini) non incentrato sull'orgasmo o sull'erezione ma su alcune pratiche sadomaso vissute nella loro centralità del piacere per il dolore, ricevuto e inferto, tra confidenze, dialoghi ricordi e risate, in amicizia e con tanto di caffè e torta dopo le sessione di pratiche sm.

Un film che deve tutto alla capacità del  regista Jan Soldat, classe 1984, di relazionarsi con la coppia della quale il regista è amico tramite la videocamera dietro la quale rimane sempre celato e restituire con uno guardo schietto divertito e non morboso la quotidiana assoluta normalità delle pratiche svolte sdoganando così anche la sessualità (n)(d)ella terza età che nella nostra società ipergiovanilista ruba il sesso riconcedendo la legittimità di pratica solo della gioventù. Nella realtà così non è  ce lo dimostrano questi tre signori divertenti e divertiti.

Questa seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Festival, che ha visto ripristinati i voti del pubblico grazie alla presenza delle brochure assenti nella prima serata, ci ha regalato tre documentari molto diversi tra loro che costituiscono tre esempi squisiti di come il documentario può raccontare delle storie vere restituendo uno sguardo quello dei loro autori e autrici cui in qualche modo fa da specchio quello stimolato e suggestionato dello spettatore, il cui merito dall'assortimento alla qualità va all'intelligenza di Giona Nazzaro che tramite la sua creatura offre una comune pietra di paragone per misurare la comunanza di una stessa lingua parlata pur se delcinata in istanze assai diverse tra loro.

Chi ha avuto la fortuna di assistere alle proiezioni ha potuto godere di un programma di altissima qualità proposto da Nazzaro con una umiltà e e una onestà intellettuale molto poco italiane che fanno pensare a un brano di una canzone di Gaber:  Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Ecco ieri sera Giona ci ha fatto pensare che tutto sommato è ancora una fortuna essere italiani.






venerdì 30 agosto 2013

4 edizione del GenderDocu Film Fest (1)



La creatura di Giona A. Nazzaro (ora che  Filippo Ulivieri ha abbandonato), fortemente voluta da Imma Battaglia (che ci ha messo i soldi) è giunta quest'anno alla sua quarta edizione.

Con una mission sfocata sin dalla prima edizione i film presentati ogni anno dal festival si pongono nei confronti della parola gender e del concetto che la parola inglese indica (il genere sessuale come costruzione socio antropologica) in un rapporto molto vario, per alcuni dei film è poco più di un pretesto per altri invece un valido elemento per contribuire all'analisi della costruzione e decostruzione del genere e dei suoi stereotipi.

I film presentati secondo la scelta insindacabile del suo creatore non sono mai banali anche se talmente eterogenei da non declinare il gender come tema ma come punto di vista, nodo gordiano di altre istanze, cinematografiche politiche e di militanza lgbt come specificato nel sito del festival:
Ancora una volta si afferma con forza lo specifico del festival: non una selezione “contenutista” di argomenti da discutere, ma la scelta di uno sguardo, sempre schiettamente cinematografico, diretto sull’insieme delle relazioni che fanno del nostro corpo il fulcro di tutte le nostre interazioni sociali.

Questa quarta edizione inizia un po' in sordina a cominciare da uno schermo che non si può dire davvero tale visto che è composto da pannelli assemblati insieme, che soprattutto nelle scene più luminose lascia vedere fin troppo bene i bordi di giuntura tra un pannello e l'altro.
Schermo che va benissimo per la videoproiezione di immagini per la musica o per la discoteca, ma che poco ha a che fare con la cultura della visione cinematografica.

Lo diciamo senza polemica  sperando che per la quinta edizione si torni a uno schermo davvero cinematografico (un unico telo o altro materiale tutto di un pezzo...).
Anche se quest'anno a differenza degli anni passati lo staff tecnico è più sollecito e presente sia dal versante degli strumenti (i microfoni per il pubblico che arrivano subito) sia da quello della sicurezza (con gli addetti che zittiscono con cortesia ma determinazione quella parte di pubblico sciagurata che non solo durante i film parla ma, addirittura, gioca con lo smartphone senza nemmeno azzerare il volume dei suoni di gioco...).


Purtroppo e la responsabilità non è certo di Nazzaro e della sua creatura, il Gay Village ha più la vocazione dell'intrattenimento sostenuto dalla verve di Vladimir Luxuria (direttore** artistico), intervenuta dopo la proiezione del secondo film,  che sa sempre rubare la scena ma che tramuta tutto in gioco, traendone occasione per battute anche quando si riflette su dei temi difficili già per un pubblico più selezionato figuriamoci per quello discotecaro del Village.

Ma tant'è.
Bisogna dare atto a Imma Battaglia di essere stata l'unica a credere e a sostenere il progetto di Giona Nazzaro e, come si dice, a caval donato non si guarda in bocca.

Certo constatare quale sia la qualità dell'attenzione che gli avventori e le avventrici del village sono capaci  di dare a un prodotto culturale di notevole spessore come quello del GenderDocu  film Fest è anche un modo per tastare la salute culturale del paese che è a dir poco moribonda.


Durante il primo documentario, di cui  parlo poche righe più giù, ci sono state continue defezioni data la natura cinematografica (racconto per suoni e immagini)  e non televisiva (dialoghi esplicativi) del film che sarà stato sicuramente recepito come noioso se non incompressibile. 

D'altronde il Gay Village è una impresa commerciale e non è di competenza delle imprese  educare gli spettatori ma solo coltivare dei clienti e allora cosa chiedere di più all'impresa Gay Village che ci regala il GenderDocu Film Fest?


Altra mancanza, davvero ingiustificata, perchè facilmente rimediabile,  quella delle brochure con le note sui film che (a detta di Imma) sono state perse dal corriere...

Una fotocopia cartacea non poteva venire stampata?
Non c'è una fotocopiatrice in tutto il Village?
Non si possono fare 50-100 copie? Davvero?!

Poco grave per la mancanza di informazioni sui film alla quale sopperisce Nazzaro, vera machine à festival. che introduce e traduce dal francese e dall'inglese (ma parla correntemente anche il tedesco...) ma gravissimo per il voto del pubblico previsto per ogni film con tanto di assegnazione finale di un premio - sempre più aleatorio e casalingo - che ierisera non si è potuto svolgere visto che nessuno aveva la brochure con le classiche faccine da strappare e consegnare e che nessuno è passato per raccogliere in altro modo le preferenze di voto del pubblico.

D'altronde solo alla conclusione della serata Nazzaro ha ricordato di votare (e come?!) senza ricordarlo a inizio serata, magari informando il pubblico di quello che il festival aveva pensato per rimediare all'assenza delle faccine della brochure.

Insomma populismo italiota anche in questo caso anche se nessuno tra il pubblico sembra essersene non dico risentito ma nemmeno accorto.

E spero che Giona, che mia accusa di massacrare il festival ogni anno, perdoni questa mia puntualizzazione che mi sembra d'obbligo non per polemica ma per onestà intellettuale.

E, finalmente, passiamo ai due documentari presentati in serata.

Il primo film è l'interessante La Bagne (Francia, 2012*) di Maud Martinin in Prima internazionale come tutti (o quasi) i film selezionati quest'anno (film cioè che per la prima volta vengono presentati fuori dal paese di origine).

La regista filma le prove di una coreografia di Bernardo Montet ispirata a Il bagno penale di Genet.
Tra improvvisazioni, movimenti di gruppo e a solo il film più che documentare la ricerca coreografica allestisce questo materiale seguendo lo sguardo personale della regista che indaga più che sulla coreografia del corpo che balla, sul rapporto tra corpo e persona o, come dice ha detto la regista presente al festival) il corpo e lo spirito.

Ne deriva un lavoro interessante dal punto di vista visivo per la capacità di Martinin di riprendere i corpi, avellendoli dal contesto coreografico per reinscriverli in uno spazio astratto anche con un certo gusto per la composizione dell'inquadratura, in uno splendido 4\3 che le permette di riprendere il corpo di ballo in figura intera mantenendo una certa vicinanza della mpd alle persone riprese, i cui corpi vengono restituiti nella loro datità fisica piuttosto che in quella di corpo atletico danzante. Riprese alle quali  Martinin contrappone alcune riprese in bianco e nero e in super8 montate a supporto visivo delle interviste ai danzatori a danzatrici che raccontano della loro esperienza con la coreografia e l'argomento trattato (una colonia penale, un gruppo di persone condannate ai lavori forzati).

Criptico e vagamente estetizzante ma mai davvero noioso (nonostante la defezione di parte del pubblico di cui si è già detto) La Bagne non si sottrae ad alcune ambiguità che delle semplici note esplicative poste in esergo al documentario (parola che al film sta stretta trattandosi più di un film non narrativo che di un film di documentazione) e non dette dalla regista in seguito a un paio di domande del sottoscritto e di Nazzaro, avrebbero chiarito tutti e tutte il vero senso dell'operazione. 

Martinin è la documentarista ufficiale di Bernardo Montet che le ha chiesto per questa sua ultima produzione per il Centre chorégraphique national de Tours un film più personale dove lo sguardo della regista potesse permettersi un registro più creativo.

Ne nasce una sorta di testamento morale tra coreografo Centre chorégraphique national de Tours dove il coreografo non lavora più, mentre Martinin sì, e i danzatori e le danzatrici. 

Un bell'inizio per questa quarta edizione. 


Più tradizionale il documentario Statunitense di Beth Nelsen, Ana Grillo Camp Beaverton (2013) presentato anche questo come prima internazionale mentre è in una più  modesta prima Europea visto che è già passato un mese fa al Rio Gay Film Festival dove ha vinto il premio speciale e al festival di Vancouver lo scorso 21 agosto (fonte pressbook del film).

Il film restituisce l'esperienza delle due registe al Camp Beaverton l'unico americano dedicato esclusivamente alle donne, comprese quelle trans, ospitato da Burning Man, un festival di arte sperimentale che dura per 8 giorni nella città di Black Rock costruita apposta per l'evento nel deserto del Nevada. 

 
Il film riprende le dichiarazioni di alcune partecipanti che riflettono molte diverse posizioni, nel mare immenso delle identità di genere e negli orientamenti sessuali. Trattandosi di un Campo per sole donne, lesbiche ma non solo, biologiche e trans, le intervistate parlano di sessualità, del proprio corpo sessuato distinguendo tra vagina e vulva (gli uomini parlano smepre di vagina vagina vagina ma in realtà si riferiscono alla vulva) mai del tutto avulsa dalla vita sentimentale di coppia o meno.

Così accanto alla vita monogamica di coppie e threesome (anche se una delle intervistate ammette che, non sapendo lei cosa è una coppia, non si vede molto bene nel rapporto a tre, soprattutto a fare la terza persona...), ci sono coppie aperte,  e donne multigender come una splendida ragazza che ha due identità di genere declinate in entrambi gli orientamenti sessuali (quelli binari gay e straight del pensiero americano la bisessualità non esiste) a ognuno e ognuna dei\delle quali piace un tipo di persona diversa.  Al ragazzo gay fare rimming ai berar (arrivoooooo) al ragazzo etero bionde dalle grosse tette, alla donna etero dei giovani biondi e imberbi e alla donna lesbica donne mascoline (Dykes).
Tra incontri a base di strap on e lezioni sulla masturbazione, il documentario è una apologia del lesbismo e della donna e costituisce una sorta di  risarcimento che il festival paga alle donne dopo che l'anno scorso non aveva presentato nemmeno un film lesbico.

Un film intelligente e divertito (lo strap on è un in più che hanno solo le donne visto che non esiste uno strap on con la fica per gli uomini) dove le donne si dimostrano molto più schiette e prive di barriere degli uomini e dove una ricchezza lessicale prolifica quanto fantasiosa diverte (i clit-tail invece dei cock-tail clit=clitoride) e fa pensare, come la differenza tra donne boi, che pur avendo l'aspetto di ragazzi si considerano ancora donne, e le donne boy che invece si considerano ragazzi trans; oppure le persone cis-sexual o cis-gender (abbreviato in cis) che identifica le persone il cui sesso percepito, quello che le identifica, coincide con quello assegnato alla nascita.


Un documentario da vedere per capire che il sesso visto dalle donne è davvero privo di compartimenti stagni e sempre fortemente responsabile (al Beaver Camp si diffonde e sostiene in ogni momento il safe sex. Una delle intervistate spiega come in base alle risposte che riceve dalla donne che incontra decide che tipo di sesso può fare con loro.

Un documentario da studiare e col quale rinnovare il proprio amore per le donne, sempre e ancora.

 
Stasera la seconda serata.


* sul sito del festival è datato 2013 così come riporta l'articolo maschile le invece che quello femminile.




L'omo paranoia dei media italiani.
Sul bacio di protesta delle atlete russe Tatyana Firova e Kseniya Ryzhova. .

Vi ricorderete di questa foto che ha girato sulla rete durante i Mondiali di Atletica a Mosca.


Questo bacio delle atlete russe  Tatyana Firova e Kseniya Ryzhova è stato letto come bacio di protesta contro la legge antigay di Putin.

Un bacio definito coraggioso che, secondo alcuni commentatori e commentatrici della rete, avrebbe prodotto sgomento nelle altre due atlete che hanno assistito a quel bacio strano.

Saremo anche nell'epoca della civiltà delle immagini e eppure ci dimentichiamo sempre che uno scatto fotografico può estrapolare un gesto congelando un dettaglio che, visto nella sua interezza, acquisisce un significato diverso.

Lo possiamo facilmente verificare guardando al video di quel bacio.




Non solo si è trattato di un bacio a stampo ma se lo sono date tutte e quattro le atlete, in segno evidente di affetto amicale e di solidarietà sportiva e sororale.



D'altronde basta pensare al bacio slavo, come quello celebre tra Breznev e il Presidente della Germania dell'Est Erich Honecker immortalato dal fotografo francese  Régis Bossu, nel 1979



 
 
Dopo la caduta del muro di Berlino, nella primavera del 1990, diversi artisti provenienti da 21 paesi hanno decorato una parte del muro lasciata in piedi per memoria storica con 106 dipinti murali di grande formato.
L'artista russo Dimitri Vrubel trasse il suo dipinto murale dalla foto di Bossu intitolandolo  "Il bacio fraterno" accompagnandolo con la scritta "Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale", che, restaurato nel novembre 2009, è tra le opere più famose del complesso artistico dell'East Side Gallery il tratto più lungo del Muro di Berlino tra quelli ancora conservati, lungo 1,3 chilometri.
(ringrazio il blog Prospettiva Internazionale dal quale ho preso le informazioni)

Io ho una borsa con il dipinto murale di Vrubel.

Una borsa che porto tranquillamente a scuola dove un giorno, durante la ricreazione, mentre io mi accingo ad andare in classe, incrocio sulle scale uno dei miei studenti di 14 anni, che si ferma, guarda la mia borsa divertito e mi dice
non è un bacio gay vero? 
No - gli rispondo - sono il presidente dell'allora URSS Breznev e il Presidente della Germania dell'Est Erich Honecker. E' un bacio di saluto ad un incontro ufficiale. I russi si baciano così.

Quindi se io penso che è un bacio gay
- riprende il mio studente - è un esempio di pregiudizio vero? 
E io  .
E tutto contento il mio studente se ne va.

Quello che mi preoccupa di questa storia non è tanto l'ignoranza della stampa italiana che non ha pensato all'origine culturale di quel bacio, ma al fatto, maschilista e omofobico, che se due donne (come due uomini) si baciano sulle labbra, anche se con un bacio a stampo, quel bacio le qualifica come lesbiche (come gay).

Il bacio è un gesto di affetto che ha mille diversi significati e che dovrebbe essere agito liberamente da chiunque lo voglia dare e da chiunque lo voglia ricevere senza catalogazioni alcune.
Un bacio tra due donne o tra due uomini non qualifica le persone coinvolte nel bacio come omosessuali intanto perchè una o entrambe le persone potrebbero anche essere bisessuali e poi perchè ci si può baciare anche tra amici.

Io al liceo, quindi 30 anni fa, salutavo un mio compagno di classe con un bacio, a stampo, sulle labbra.  
Un bacio (che a me sarebbe piaciuto fosse altro, ma, come al solito, divago) che nessuno pensava minimamente fosse un bacio gay ma un saluto tra due amici intimi.

Invece il bacio delle quattro (e non due) atlete è stato descritto dalla nostra stampa come bacio saffico, bacio lesbo o addirittura bacio gay come fa l'Unità, come se la cosa più importante non fosse che il bacio è tra due donne (dire il bacio tra le atlete è più che sufficiente per dare questa informazione come fanno alcuni quotidiani a dire il vero) ma che quel bacio tra donne è un bacio diverso dagli altri baci, che va qualificato con epiteti (saffico) o aggettivi (lesbico) a differenza dei baci etero che, essendo la maggioranza (la norma, la normalità), non devono essere distinti perchè sono il bacio per antonomasia senza bisogno di aggettivo alcuno.

Un po' come capita, mutatis mutandis, con quel maledetto articolo la davanti ai cognomi di donne (la Parietti, la Boldrini) che sta tornando in auge anche sulla stampa di sinistra (manifesto in testa una volta più attento al sessismo linguistico), non usato per i cognomi di uomini perchè il sesso per antonomasia, quello che non merita di essere specificato, è sempre e solo quello maschile.

Il concetto di orientamento sessuale è importante per descrivere le persone e per permettere a ognuno e ognuna di noi di costruirci una nostra identità sessuale.


Una società libera e aperta dovrebbe accettare però un bacio tra due ragazzi o due ragazze non già come bacio gay  e lesbico ma come bacio e basta.

Perchè l'affetto e la sessualità sono  di tutti e tutte non di questa o di quella categoria.

E che quello che importa e tutto quello che c'è da dire sul bacio delle atlete russe è che due donne si sono baciate, senza chiederci nulla sul loro orientamento sessuale, senza definire quel bacio con un aggettivo che lo colleghi a un orientamento sessuale (che ci si dimentica sempre che sono tre e non due).

Perchè un bacio è lo stesso qualunque sia l'assortimento sessuale delle due persone che se lo danno.

Altrimenti rischiamo di dividere l'umanità in una serie di categorie di persone che sono le uniche autorizzate ad avere certi comportamenti: non solo dunque se due donne si baciano sono sicuramente lesbiche ma, suo reciproco, solo due lesbiche possono baciarsi.

Due donne etero no, perchè se due donne sono etero che si baciano a fare?!?
Allora vuol dire che tanto etero non sono e sono dunque lesbiche (tertium non datur).

La bisessualità quella all'interno della quale secondo Kinsey ci collochiamo tutti e tutte non esiste.

Si parla tanto di minoranza delle persone omosessuali senza renderci conto che l'omosessualità e l'eterosessualità pure sono entrambe una minoranza e che mediamente ci assestiamo tutti nel continuum della bisessualità sul quale in fasi diverse della nostra vita ci spostiamo ora più verso un polo ora verso l'altro.

Il comportamento sessuale riguarda tutte e tutti solo che socialmente siamo più propensi e propense ad accettarlo disinnescandone il portato omosessuale inserendolo in cornici di riferimento narrative che spiega  e giustifica quel comportamento come non omosessuale (fase adolescenziale, coercitività del carcere, occasionalità in particolari condizioni fisiche, vacanza, viaggio, ebrezza, effetto di sostanze chimiche).
Nessuna sostanza chimica puà ingenerare un comportamento che non sia già presnete nella persona anche se represso o rimosso per cui se il comportamento non fa l'orientamento dimostra comunque che essere coinvolti in interrelazione sessuali e\o affettive con persone dello stesso sesso sia una variabile che riguarda molte più  persone di quelle che poi si definiscono esclusivamente gay (o esclusivamente etero).

Ieri sera un ragazzo che ho incontrato al village e che è appena stato buttato fuori di casa dai genitori mi ha detto ho avuto una ragazza per 5 anni e ora sto con un ragazzo da 8 mesi. Ti innamori delle persone e basta.Senza rinnegare il suo passato etero che secondo la retorica gaista viene visto come una fase di passaggio (proprio come nella retorica eterista viene vista di passaggio la fase gay).

Ecco io non voglio vivere in una società dove l'affettività e anche la sessualità sono distribuite entro griglie rigide e impermeabili  che riducono tutto a due dei tre orientamenti sessuali impoverendo il ventaglio emotivo, emozionale e se(n)(s)suale delle persone strappando la possibilità di baciare una persona dello stesso sesso a chi non è gay o lesbica.

Per cui rallegrarsi che quel bacio serva alla causa gay dimostra invece quanto lavoro ancora ci sia da fare se nemmeno le persone lgbt riescono a riconsocere il loro orientamento sessuale come a un comportamento universale umano e invece vivisezionano sesso e sentimenti in una maniera discriminatoria (o sei omo o sei etero) talmente radicata da percepire la propria radicata omofobia che fa vedere in ogni comportamento affettivo un gesto che tradisce la propria vera natura ed egocentrata (ogni bacio tra due persone dello stesso sesso è un bacio come quelli che do io) come omofilia.

Perchè finché davanti a due ragazze  o due ragazzi che si baciano pensiamo che sono omosessuali non c'è poi così tanta differenza tra chi pensa che schifo e chi che bello.

La discriminazione sta già prima nel credere di poter dedurre un orientamento sessuale da un bacio, separando invece di unire, etichettando invece di riconoscere la ricchezza umana degli uomini e delle donne leggendo con malizia discriminatoria un gesto dolce e tenero e universale come il bacio.

Che è un bacio. E basta.

mercoledì 28 agosto 2013

Gay ingenui prodotto da The Jackal. L'apoteosi del maschilismo omofobico


Tra le varie web serie in concorso alla prima edizione del Roma Web Fest ce n'è una che si chiama Gay ingenui prodotta dalla The Jackal srl da un'idea di, diretto e montato da Francesco Ebbasta. I titoli di coda dell'ultimo episodio non accreditano sceneggiatori... anche se sul sito del Roma Web fest viene riportato di Simone Russo (sic) che credo corrisponda a Simone Ruzzo che è invece uno dei due attori protagonisti.

Di cosa parla la web serie?

Di due amici, ufficialmente eterosessuali e fidanzati con donna, che dividono lo stesso appartamento, e commettono delle ingenuità con le quali tradirebbero la loro omosessualità.



Il condizionale è d'obbligo. Che si tratti di fare la doccia insieme, di andare a vedere al cinema Sex and the City,   di regalarsi una rosa comprata, obtorto collo, dal solito ambulante, di sedersi sulle gambe dell'amico perché sul divano non c'è posto, di stringersi al conducente quando si va in due sul motorino, di preferire la reciproca compagnia a quella della fidanzata, ognuna di queste situazioni è accompagnata da un sorriso di estasi dei due amici sul quale parte una musica di commento e una voce off che recita il titolo della web serie: "gay ingenui".

Non si capisce su cosa si basi il meccanismo della serie che si pretende comico\parodico.

Se cioè si vogliano prendere in giro certi luoghi comuni sull'essere gay o invece si voglia ironizzare su quanti nascondono la propria omosessualità tradendola con atteggiamenti fin troppo espliciti.

Il meccanismo comico sembra scaturire più dal fatto che i due amici sono gay al di là di quanto non si rendano davvero conto sfottendo loro e la loro omosessualità.


Con una superficialità degna dei liceali al primo anno di scuole superiori si ride per la semplice pronuncia delle parole gay ingenui che fanno una insinuazione che contraddice l'assunto stesso del maccanismo comico.

Se i due amici sono gay loro malgrado allora sono piuttosto gay inconsapevoli ma non certo ingenui. 

L'ingenuità non scaturisce dall'inconsapevolezza di una relazione affettiva che si ha a propria insaputa ma dalla naiveté che induce i due amici a credere che nessuno si accorga dei loro comportamenti da gay.


Più che due gay ingenui, i due protagonisti sono due etero ingenui.

Sfugge a Francesco Ebbasta il fatto che un gay si nasconde dall'omofobia che può anche arrivare a ucciderlo e che se vuole nascondersi sa farlo benissimo.

L'idea di un gay che si tradisce per quello che fa nasce più dalla paura che i maschi etero hanno di sembrare o scoprirsi gay se si lasciano andare ad atteggiamenti di intimità  affettività con altri uomini.

L'omosessualità repressa non è quasi mai quella di chi sa di essere gay  ed è costretto a nasconderlo per la pressione sociale ma quella di chi non sa se lo è e per omofobia teme di scoprirlo.

Più che gay ingenui il titolo della serie dovrebbe essere quindi più etero repressi o etero omofobi.

Ma si sa, in Italia i gay fanno ancora ridere...


Ciliegina sulla torta, nei titoli di coda dell'ultimo episodio si ringrazia le fidanzate dei due attori protagonisti della disponibilità con cui accettano la loro amicizia speciale attestando che i due attori che interpretano due gay nella vita reale non lo sono.

Sport diffusissimo in Italia dove ogni attore che interpreta un personaggio gay deve specificare subito che lui quella cosa lì non lo è.


Non si ha paura a interpretare assassini stupratori spacciatori o ladri ma un frocio fa sempre paura al punto tale da indurre sempre a smarcarsi.


Invece di presentare dei personaggi gay positivi e trattati con rispetto nei quali gli adolescenti e le adolescenti gay, lesbiche e bisex possono identificarsi con e sentirsi rappresentati\e si continua a parlare di omosessualità per una battuta, per una boutade, che minimizza sul fatto che in Italia una intera categroia di eprosne viene discriminata anche da questa serie che contribuisce a costruire e cementificare l'omonegatività.

Un passo falso per il Roma Web Fest che mette in concorso una serie così miseramente e criminosamente omonegativa rendendosi così corresponsabile di diffondere il pregiudizio antiomosessuale celandolo dietro una battuta, in realtà un insulto continuo, che si pretende innocua.

Gay ingenui offende anche te. Digli di smettere.






lunedì 19 agosto 2013

Dall'intersessualità al terzo sesso: la stampa italiana sempre più discriminatoria, ignorante e volgare. E' ora di farla smettere.

Le persone intersessuate sono quelle che i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Un individuo intersessuale può presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili che femminili.

La definizione in campo medico è dibattuta.
Secondo lo psicologo Leonard Sax il termine intersessualità è da usarsi
  ...in quelle situazioni in cui il sesso cromosomico è in contraddizione con il sesso fenotipico o nelle quali il fenotipo sessuale non è classificabile come maschile o femminile.
Il termine intersessualità per la Intersex Society of North America andrebbe cambiato in disordine della differenziazione sessuale (o disordine dello sviluppo sessuale, "disorders of sex development" in inglese, abbreviato in DSD) perchè il termine intersessualità connoterebbe una definizione imprecisa e con una connotazione negativa.

Mentre Oii Intersex Network ritiene che il termine DSD pone troppo l'accento sugli aspetti clinici della questione, che descrivono parzialmente l'esperienza delle persone intersessuate (la parola si usa solo come aggettivo e non come sostantivo).

L'incidenza delle persone intersessuate è più alta di quanto non si immagini e solo l'analisi genetica dirime la questione che non sempre è dirimibile tramite un'analisi anatomica. Finora le persone intersessuate, cioè, in soldoni, dal sesso indeterminato, venivano riconvertite verso uno dei due sessi già alla nascita, con il contributo decisionale dei genitori ma a insindacabile giudizio del medico.

Oggi invece si ha la propensione a lasciar decidere alla persona intersessuata. Per fare così bisogna aspettare che la persona in questione cresca fino a poter esprimere una celta autonoma.

Proprio a questo scopo la Germania ha varato lo scorso maggio una legge che entrrà in vigore il primo novembre che permette ai genitori di prole intersessuata di non determinare alla nascita il sesso ma di lasciarlo indeterminato rimandando la scelta a quando la persona intersessuata avrà voce in capitolo.

Per rendere la legge equa e non discriminatoria  la legge permette alle persone adulte di non determinare il proprio sesso e lasciarlo indeterminato.

Lo spiega molto bene Lo Spiegel (la versione inglese del giornale, purtroppo non leggo il tedesco) :
la modifica legislativa consente ai genitori di scegliere di non determinare il sesso della prole, consentendo in tal modo a coloro che sono nati con le caratteristiche di entrambi i sessi di scegliere se diventare uomini o donne in età avanzata. Con la nuova legge, le singole persone possono anche scegliere di rimanere completamente al di fuori del binarismo di genere.
Un esempio ottimo di spiegazione semplice che non usa termini difficili come intersex ma non per questo rinuncia a spiegare o far capire le cose a chi legge.


Purtroppo chi fa i titoli opta sempre per un frasario d'effetto, machista e scandalistico e il bell'articolo è deturpato da un titolo pessimo:

M, F or Blank: 'Third Gender' Official in Germany from November

M, F o vuoto: 'Terzo Sesso' ufficiale in Germania dal novembre.

Non si tratta di un terzo sesso naturalmente, ma al contrario, come si evince leggendo l'articolo dove il termine terzo sesso non viene mai menzionato, una indeterminatezza del sesso per motivi di intersessualità o di rinuncia al binarismo dei generi.

Se leggiamo il modo in cui questa notizia viene data in Italia viene davvero voglia di evocare il fantasma di Mao...

La cosa più schifosa è che  gli articoli quando non omettono le ragioni prime di questa legge (permettere alle persone intersessuale di determinare il proprio sesso non alla nascita ma in età avanzata)  come fanno l'Ansa e Il Mattino non sono capaci di spiegare che l'indeterminatezza può essere transitoria per permettere alle persone intersessuate di scegliere uno dei due sessi in età avanzata, ma presentano l'intersessualità come terzo sesso, sussumendolo all'ermafroditismo.

I transessuali sono persone con un sesso definito, maschi o femmine, che si sentono però appartenere all'altro sesso e come tali voglio essere riconosciute.
Gli intersessuali sono invece persone che non hanno precise connotazioni fisiche sessuali e sono comunemente definiti “ermafroditi”. (Fonte la Stampa  TG1 TGcom e Rainwes24, Messaggero che evidentemente attingono tutti da una stessa fonte)
Da notare il maschile sessista e ridicolo se si parla di persone sessualmente indeterminate ma fa pendant con il maschile per le persone Transessuali. 
Ma lo stigma per il transessualismo è talmente forte che questi scribacchini e scribacchine dei miei stivali preferiscono scrivere I transessuali al maschile sono persone con un sesso definito invece di un più preciso, rispettoso e corretto Le persone transessuali  eppure hanno usato quelle parole in un'altra combinazione sintattica...

Ermafrodita è una creatura mitologica che presenta contemporaneamente caratteristiche maschili e femminili complete ed è un fenomeno non presnete in natura.

Le persone intersessuate infatti hanno sì caratteristiche di entrambi i sessi ma mai contemporaneamente pienamente sviluppate.
Fosse così sarebbero contemporaneamente maschi E femmine e non si capisce perchè dovrebbero scegliere  uno dei due sessi o rimanere indeterminate.

L'indeterminatezza di genere delle persone intersessuate nasce invece da una discrepanza, per esempio, tra gli organi genitali interni e quelli esterni, o tra il sesso genetico e il fenotipo, lasciando alla singola persona la possibilità di cancellare uno dei due sessi e favorirne l'altro oppure rinunciare al determinismo dualistico dei generi e rimanere in uno status di indeterminatezza.
Ma queste considerazioni sono troppo sottili o complesse per il cervello limitato della nostra classe giornalistica che è più a suo agio col clima della camerata di caserma.

La repubblica, che, ribadisco, è il quotidinao italiano più omofobico, transfobico e intersexfobico del Paese si distingue e mette la parola ermafrodito sin nel titolo, impostando una equazione che è ha senso solo nella testa sciagurata di chi ha scritto tante corbellerie discriminatorie:
 Germania: legalizzato a novembre "terzo sesso", ermafroditi.
Nell'articolo si leggono perle come questa: 

A partire dal prossimo 1 novembre i sessi in Germania non saranno piu' due, ma tre, poiche' con quella data verra' riconosciuta ufficialmente l'esistenza del 'terzo sesso', in altri termini gli ermafroditi.
 Confrontiamolo con quanto scrive Lo Spiegel:

la modifica legislativa consente ai genitori di scegliere di non determinare il sesso della prole, consentendo in tal modo a coloro che sono nati con le caratteristiche di entrambi i sessi di scegliere se diventare uomini o donne in età avanzata. Con la nuova legge, le singole persone possono anche scegliere di rimanere completamente al di fuori del binarismo di genere.
Lo stesso stile, la stessa precisione, la stessa classe. 

E poi ci si meraviglia se da noi le persone si tolgono la vita. Con uno stigma così diffuso, comune, endemico e diffuso  cos'altro si può fare?

Davvero, cosa si può fare per educare queste merde di uomini e donne che scrivono la stessa merda che hanno nel loro cervello di merda?

Sono aperto a ogni suggerimento dal woodoo allo sterminio di massa. Cosa suggerite?