giovedì 5 settembre 2013

Dare a Flavio quel che è di Flavio: su un ottimo, sostenibile e condivisibile intervento di Flavio Romani contro le dichiarazioni del Pavido Democristo Ivan Scalfarotto.

Chi legge questo blog (già, chi legge questo blog?) sa quante volte ho fatto le pulci ai comunicati stampa di Romani, il presidente di Arcigay Nazionale.

Stavolta leggo un suo intervento su Gay.it, una lettera aperta in risposta a una intervista al Pavido Democristo Ivan Scalfarotto e devo riconoscerle la piena condivisibilità.
 

Ho pensato bene di riproporla per intero su questo blog.

L'originale su Gay.it potete leggerla cliccando qui. L'intervista a Ivan Scalfarotto cliccando qui.


In queste settimane di acceso dibattito sulla legge contro l'omotransfobia in discussione alla Camera, rare sono state le occasioni di analisi e confronto reali e concrete, marginalizzate da un'inflazione di contrapposizioni per slogan e frasi ad effetto, funzionali più alla vis polemica dei media (e di certa politica) che non a un serio approfondimento sul tema. Approfitto perciò della disponibilità di Gay.it (che, al contrario, si adopera nel raccogliere ragionamenti e non boutade: di questo sentitamente li ringrazio) per mettere nero su bianco alcune considerazioni che mi sono scaturite dalla lettura dell'intervista all'onorevole Ivan Scalfarotto. Nelle argomentazioni poste dal relatore della legge contro l'omotransfobia trovo alcuni punti condivisibili e molti altri decisamente opinabili. Ma soprattutto una parola mi ha colpito: "rivoluzione". L'onorevole la riferisce all'eventualità che questo parlamento approvi - con una maggioranza ampia ma lontana dall'unanimità - la sua proposta di legge completa dell'emendamento che da un lato estende le aggravanti per omofobia e transfobia e dall'altro - pelosamente - precisa il rispetto della libertà di opinione, secondo quanto stabilito dalla nostra Costituzione. Ecco, credo che nell'ambito di questo dibattito sia innanzitutto urgente ristabilire la misura, nelle parole e nei significati che esse veicolano. 
Il significato di "rivoluzione"
Le rivoluzioni, onorevole Scalfarotto, sono un'altra cosa: ce lo dimostra tanto la nostra storia quanto la fotografia di un presente in cui le rivoluzioni (fuori dall'Italia, naturalmente) avvengono davvero. Definire rivoluzionario l'eventuale successo di questo percorso legislativo non aggiunge nulla all'indiscusso riconoscimento dell'impegno di Ivan Scalfarotto in questa battaglia, anzi semmai toglie slancio e accorcia l'orizzonte di un Paese che invece la rivoluzione - quella vera - avrebbe tanti motivi per sognarla davvero. Allora facciamo un passo indietro: la legge Reale Mancino ci accompagna ormai da tre decenni ed è più volte stata rimaneggiata affinché si adeguasse alla fotografia del presente. Fa bene Scalfarotto a ricordare che parliamo di un provvedimento penale, che interviene a reato già compiuto, cioè quando il musulmano o il nero sono stati già picchiati o insultati. Un deterrente per i violenti, verrebbe da pensare, talmente fiacco però (o malamente applicato) da non essere riuscito a privarci della vista di una ministra di colore accolta ad un pubblico dibattito con un lancio di banane. L'estensione della Reale Mancino ai crimini di natura omotransfobica, quindi, è un rimedio emergenziale, dovuto e indispensabile, ma che nulla ha a che fare con le rivoluzioni. Anzi: è la presa d'atto di una politica che non riuscendo a scongiurare le derive del tessuto sociale corre ai ripari, con diversi anni di ritardo. Nel farlo, tra l'altro, percorre la solita strada, cioè quella del compromesso al ribasso: Scalfarotto, nell'intervista rilasciata a questa testata, mi rimprovera un piglio "liberticida", come se la mia contrarietà (di Arcigay e di tutto il movimento lgbt) all'inserimento in quella legge di una clausola di salvaguardia per il reato di opinione fosse l'inizio di una nuova Inquisizione. 

La questione del "reato d'opinione"
L'ambiguità, ancora una volta, è tutta di natura semantica: ci vorrebbe spiegare l'onorevole Scalfarotto cosa intendiamo per "opinione"? Concretamente: l'assessore Roberto Speranzon, che sulle pagine di un quotidiano assimila le famiglie omogenitoriali e i loro figli a "organismi geneticamente modificati", sta esprimendo un'opinione? Quando gli omosessuali vengono definiti "malati" o "contronatura", chi usa questi argomenti lo fa esercitando la propria libertà di opinione? Oppure, piuttosto, non ci troviamo di fronte a un esplicito atto di incitazione all'odio? Qual è il confine tra le opinioni e le ingiurie? Come tutelare le prime, sanzionando le seconde? Su questo la politica deve essere chiara e spetta al legislatore entrare nel merito di questo discrimine, senza sventolare la retorica costituzionale, tradita in così tante occasioni da far sembrare questo riferimento, in questo contesto, assolutamente fuoriluogo. Inoltre, più semplicemente, non si capisce l'utilità di richiamare la Costituzione all'interno di una norma che naturalmente si muove nell'ambito della Carta, né si comprende perché il rischio di ledere a questa libertà venga sottolineato proprio oggi, quando si parla di omotransfobia, in una legge che quella libertà non l'ha mai lesa in trent'anni. Misteri della politica. 

Il ricatto della tenuta del governo Letta
Del ragionamento di Scalfarotto, però, trovo assolutamente inaccettabile l'aut aut "o la legge o il governo" attraverso il quale si tenta di giustificare l'accordo con il Pdl, come se fossero gay, lesbiche e trans a doversi prendere la responsabilità dell'eventuale caduta dell'esecutivo, sbandierata a giorni alterni dai falchi berlusconiani. Allora diciamocelo chiaramente, una volta per tutte: se questo governo deve stare in piedi per garantire un salvacondotto a un pregiudicato, per togliere l'Imu eliminando gli incentivi al lavoro e per tacere, in sede internazionale, dinanzi alle ignobili leggi omofobe di Putin, senza garantire nel contempo la giusta tutela alle persone vittime di violenza in questo Paese, allora è giusto che cada. Anzi: è auspicabile. Perché prima ancora di fare cose "rivoluzionarie" a questo governo era stato chiesto di produrre un cambiamento, che sui temi lgbt passa sì attraverso l'estensione della legge Mancino, ma che soprattutto attende la messa in campo di un serio dibattito sull'uguaglianza, in grado di produrre leggi che traducano quell'uguaglianza in diritti: al matrimonio, all'adozione, alla definizione della propria identità e, più in generale, alla felicità. Basti pensare che in Spagna, dove il matrimonio egualitario è legge da anni, non è mai stato necessario varare una legge contro l'omotransfobia, tema di cui si inizia a parlare solo in queste settimane nel parlamento catalano, per porre rimedio a un fenomeno che è stato già aggredito alla radice. Perché le leggi che fanno cultura non sono i "pacchetti sicurezza" bensì quelle che ridisegnano la struttura sociale e che iniettano il cambiamento in tutti i luoghi formativi, dalla scuola, alla famiglia, allo sport. E qui arriviamo al vero nocciolo della questione: quale progetto questa classe politica ha in mente per affrontare il tema dei diritti e quello dei crimini d'odio nel loro complesso? Una volta approvata la legge contro l'omotransfobia, quale sarà il passo successivo? Perché questo Paese ha davvero bisogno di una rivoluzione e su questo è urgente che tutte e tutti mettiamo da parte i livori e apriamo un confronto serio per costruire un orizzonte credibile, che è poi il vero senso della politica.

Appello al movimento lgbt
Infine rivolgo un'ultima considerazione alle compagne e ai compagni del movimento lgbt: in queste settimane ho intercettato dichiarazioni pubbliche molto violente, coerenti più con la storia dei nostri detrattori che con la nostra. La rabbia è legittima e giustificata, ma le pratiche politiche non devono essere vittime di improvvisazione. Allora siamo tenaci nella battaglia, perfino irremovibili, stando attenti però a non sfociare mai nella violenza, nell'ingiuria e nell'attacco personale. Non è una questione di opportunità, è semmai un fatto di identità: teniamoci stretta la nostra storia, il nostro patrimonio culturale, e usiamolo come faro in questi mesi di politica torbida e insoddisfacente. Altrimenti corriamo il rischio paradossale di apparire come il più violento dei movimenti non violenti.

Flavio Romani - Presidente nazionale di Arcigay

mercoledì 4 settembre 2013

Il bello spot contro l'omofobia di Pappi Corsicato

Presentato al Palermo Pride 2012 lo spot contro l'omofobia diretto e ideato da Pappi Corsicato e da Moodyproduction di Evelina Manna.

Lo spot si staglia nel panorama, italiano alquanto trito e triste in fatto di spot sociali contro l'omofobia, per la sua leggerezza e la speranza che suscita.

Ecco come lo presenta il suo autore\regista Pappi Corsicato:

"L'idea è nata per il desiderio di comunicare a tutti, gay e non, che non c'è nulla di male nel vivere le proprie emozioni e i propri sentimenti apertamente con semplicità e naturalezza. Il male sta nel pregiudizio, nella demonizzazione di qualcosa che in fin dei conti è solo amore e per questo non può nuocere nessuno.

Nel nostro paese purtroppo è ancora alta la discriminazione ed il pregiudizio che chi è più fragile e sensibile, come può esserlo il protagonista del mio spot, non riesce a sopportare tale pressione arrivando a gesti estremi come sempre più spesso leggiamo nei quotidiani.

Quindi lo spot vuole esortare tutti a non giudicare, a non discriminare, a vivere e a lasciar vivere con serenità quello che dovrebbe essere un diritto di tutti, cioè amare e provare sentimenti.

L'amore, in tutte le sue declinazioni, è alla base di ogni società evoluta e consapevole.

Non a caso il brano di Cole Porter che ho scelto come colonna sonora dello spot si chiama "Let's fall in love" che significa "innamoriamoci" e la sua leggerezza e armonia, secondo me, ben rappresentano la gioiosità con cui dovrebbero essere vissuti i sentimenti.





Con un racconto chiaro, che mostra la tenerezza di due giovani ragazzi che si tengono per mano perchè stanno insieme e si amano, lo spot evoca i pericoli che anche un gesto semplice come quello può portare con sé, basta leggere le pagine di cronaca dei giornali.
Per questo uno dei due ragazzi è meno disinvolto, più timoroso delle reazioni degli astanti ma anche del loro giudizio.

Il finale con l'inseguimento che non si conclude con le botte ma con la restituzione del cappello ottiene un doppio risultato: sorprende chi, timorosamente come il ragazzo inseguito, teme ripercussioni per la semplice visibilità, ma ricorda anche che il ragazzo ne ha d'onde. A ribadirlo ci pensa il claim che afferma che vivere senza paura i propri sentimenti dovrebbe essere un diritto di tutti (e basta, il sessismo non perdona).

Dovrebbe ma non lo è ancora visto che anche un gesto tenero come il bacio o passeggiare mano nella mano sono vissuti con ansia da chi li compie perchè vive in un mondo che, dinanzi a quel tipo di esternazione, reagisce in maniera violenta e criminale.

Un bello spot molto meglio di quelli dei professionisti della comunicazione, leader delle rivendicazioni lgbt, che sono o velatamente omofobici, o meri veicoli di  autopromozione, in ogni caso criptici, blandi e balenghi.


E bravo Pappi!

Le notizie inventate. Sull'esclusione di Matt Bomer dal casting del film 50 sfumature di grigio

Sul blog Queerblog potete leggere un post pubblicato da Roberto Russo nel quale si parla del casting definitivo del film 50 sfumature di grigio il cui ruolo maschile di Christen Grey, il bussinesman con la passione per il bondage, è stata assegnata a Charlie Hunnam escludendo l'attore Matt Bomer, nella rosa dei candidati, in quanto gay.
Ecco come spiega i fatti Russo:
Bomer, come è noto, è gay e quindi la domanda che tutti si facevano era: “Potrà mai un omosessuale interpretare al cinema un eterosessuale sciupafemmine come Christian Grey?”. Domanda inutile, a mio parere, perché, in ogni caso, gli attori fingono per mestiere. Ma tant’è.
Secondo Russo la domanda è inutile, perchè gli attori fingono per mestiere.

Inutile. Non schifosamente omofoba e discriminatoria.


In realtà le cose sono andate diversamente.


Terri Schwartz sul sito pop2it ha rivelato che Matt Bomer non è mai stato nella lista dei candidati.

E' vero che una petizione su change.org è stata lanciata dopo l'annuncio del casting definitivo, da un gruppo di fan del libro che vogliono Hunnam sostituito da Boner e Johnsn da Bledel. Le lamentele sui casting sono uno sport comune negli States.

In ogni caso è chiaro che Bomer non è stato mai preso in considerazione per il ruolo e che non è stato escluso perchè omosessuale come invece conclude russo nel suo post che parla di esclusione discriminatoria del bel Matt dal film.

Inventare notizie solo per lamentarsi di una discriminazione che in realtà non è avvenuta senza nemmeno analizzare il portato ideologico delle motivazioni di quella discriminazione (hce, ricordiamo, per Russo è solo inutile) fanno di questo articolo un articolo di gossip e non uno di denuncia contro le discriminazioni (quelle vere).

I dubbi sulle capacità di Boner di interpretare il ruolo di Grey sono stati sollevati da Bret Eston Ellis, che non ha nulla a che fare col film, tant'è che ammette egli stesso di esserne stato tagliato fuori, in una serie di tweet, scritti più di un anno fa, nei quali dice, in soldoni, che un gay non può interpretare il ruolo di un etero.

Stephen Grey pubblica su Pink News un articolo, nell'agosto del 2012 (nel quale si precisa che l'inclusione di Bomer nella lista dei candidati per il ruolo di Gray è data come un rumors, una diceria, niente di ufficiale) dove riporta alcune di queste perle di Ellis.
 

Nei commenti al tweet quasi nessuno gli dà manforte (come farebbe pensare Russo su Gaywave che parla di polemiche a non finire) anzi moltissimi commenti  sottolineano la sciocchezza che Ellis ha scritto.

Uno in particolare ne spiega bene l'assurdità: 










American Psycho è il film tratto dall'omonimo romanzo di Ellis quello che lo ha decretato scrittore di successo per il grande pubblico, un tomone illeggibile dove nelle prime 50 pagine ci sono solo descrizioni di oggetti e capi di vestiario e non succede niente...


In un altro dei tewwt Ellis dice

Genuinamente coinvolto dalle donne


E' questo l'arcano.

Se sei gay le donne non ti piacciono. Non ti dicono nulla. Con le donne non ti si rizza Anzi in realtà sei gay proprio perchè non ti si rizza con le donne.

Lo stesso lo pensa una commentatrice (del tweet precedente)


Come può un gay recitare prepotentemente possessivamente o intensamente il sesso con una donna?

Ecco il pregiudizio dal quale non usciamo mai.
 Soprattutto se molti gay fanno a gara a chi odia di più le donne, o propongono mestieri come quello della drag queen (d'accordo non tutti sono gay...) dove cercano di impersonare delle donne iperboliche che vivono solo nella loro mente di maschietti.
Ma tant'è.

Essere considerato sessualmente innocuo da una donna in quanto gay per me personalmente è l'offesa più grande che mi possano fare riguardo il mio orientamento sessuale.

Se a Russo fosse importato cogliere davvero il senso discriminatorio delle parole di Ellis si sarebbe soffermato sulle sue parole.
Quello che gli importa è fare sensazionalismo e dire che Bomer è stato escluso dal film in quanto gay.

Il sesso non dirime tutta la questione e comunque un attore gay può interpretare uno stupratore proprio come un attore etero può interpretare un gay.

E' successo anche a Charlie Hunnam, come ricorda Russo nella seconda parte del suo post, quella più condivisibile, che ha interpretato Noah, l'adolescente gay nella serie tv Queer As Folk (la versione originale UK).

Fra tutte le scene della serie che Russo poteva mettere in video è andato a scegliere quella dal contenuto sessuale più esplicito, quando Noah masturba negli spogliatoi il ragazzo bullo e omofobo della scuola, tra l'altro omettendo il senso politico di quella sega... visto che nel suo commento non ne fa menzione riferendo solo che Nathan/Charlie si dà da fare.


Sesso, vittimismo e notizie mendaci.

E poi ci meravigliamo se in Italia siamo ancora così indietro per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti a tutte e tutti.

"Ho preso parte al concorso per trasmettere agli altri il coraggio di esporsi"
Giovanni Licchello Mr. Gay 2013



Il concorso di bellezza, giunto alla 17esima edizione, è organizzato dal sito Gay.it
La premiazione si è svolta domenica 1 settembre al Mamamia di Torre del Lago (Lu).
Il vincitore di quest'anno è Giovanni Licchello.

26 anni, ex calciatore (debutta in C1 nel 2004 tra le fila del Chieti poi continua in Serie D e nella stagione 2008-2009 nella massima categoria svizzera con la maglia del Sion). Conclusa la carriera calcistica (ci piacerebbe sapere il perchè) oggi è rappresentante di prodotti per studi dentistici a Brindisi.

Originario di Ferrara Giovanni ha raccontato di avere affrontato un coming out sereno con parenti e amici.  La cicatrice  sopra il sopracciglio sinistro (che ha contribuito  a farlo vincere) se l'è procurata quando è intervenuto in difesa di un amico un pestaggio omofobo in discoteca. Il premio infatti viene assegnato a ragazzi che oltre ad avere indubbie qualità estetiche, è più rappresentativo del mondo omosessuale in termini di visibilità e impegno sociale (dal sito mr.gayitalia.it).

Ho preso parte al concorso - ha spiegato - per trasmettere agli altri il coraggio di esporsi.

In tempi duri e confusi come questi con il movimento sempre più scollato dalla realtà e le istituzioni male informate da un movimento che vuole solo più potere e soldi (briciole ma sempre soldi)  come cittadini e cittadine con una coscienza politica siamo chiamati e chiamate a intervenire in prima persona.

Il coming out, la visibilità, la dimostrazione tangibile che la popolazione lgbtqi è ben più varia e variegata di quella che il cliché pretende e impone, è uno strumento importante e necessario per far capire alla massa omofoba che ci siamo e non abbiamo nessuna intenzione di scomparire.


Grazie  a Giovanni per il suo bell'esempio.

p.s.

Nota sul lessico.

Così mentre una volta tanto il pezzo non firmato sul sito tgcom24 parla un italiano corretto e privo di pregiudizi e riporta le circostanze in cui Giovanni si è fatto la cicatrice con questa frase
Muscoloso, ma soprattutto coraggioso: a fargli meritare la vittoria, infatti, è stata la cicatrice sul suo sopracciglio che si è procurato difendendo un suo amico da un pestaggio omofobo in discoteca  

Gay.it scrive Giovanni ha raccontato durante la competizione organizzata da Gay.it l’episodio legato alla cicatrice che porta sul sopracciglio, che si è procurato difendendo un amico picchiato in una discoteca etero, perché gay.

Picchiato in una discoteca etero (se andava in una discoteca gay non veniva picchiato, vedi che succede a uscire dal ghetto?) perchè gay non per omofobia, non cioè perchè qualunque atteggiamento non conforme alla norma maschilista vine percepito come non normale, ma perchè gay. Infatti l'amico ce lo aveva tatuato in fronte e aveva l'alone rosa.


domenica 1 settembre 2013

Il nome della cosa.
Sull'uso della parola Genitore come sostituiva delle parole madre e padre

La consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi, con la delega ai Diritti civili e contro le discriminazioni, ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido sostituendo le parole padre e madre con la parola genitore.

In un video dell'Ansa Siebezzi spiega così il motivo della sua decisione:

La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono, semplicemente li comprende.
Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che vada a iscrivere i propri figli alla scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli viene compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”.

Inutile dire che la decisione presa dalla Consigliera ha sollevato le critiche polemiche e criminali (visto che Seibezzi è stata minacciata di morte) dei partiti e della cittadinanza conservatrice cattolica.

Viene da chiedersi la reale necessità della decisione e, soprattutto, se la parola scelta in sostituzione sia coerente con i diritti civili e accolga il riconoscimento davvero di tutti e tutte.

Intanto non posso non notare il linguaggio sessista della Consigliera che parla di figli, al maschile, e non di prole, termine che Alma Sabatini ed Edda Billi suggerirono quasi 30 anni fa, nel libro Il sessismo della Lingua italiana, come sostituto davvero neutro al termine maschile figlio in uso e sostituzione anche di quello femminile figlia.

Una osservazione d'obbligo, non solo perchè il sessismo va combattuto sempre e comunque, ma perchè si sta analizzando un provvedimento linguistico che sceglie una parola che si pretende più includente di altre, considerate discriminatorie di qualcuno e qualcuna.

Mi chiedo se genitore verrà usato come termine neutro sostituendosi anche alla controparte femminile genitrice, cancellando così il genere della persona indicata dalle parole padre e madre, sostituite e spalmate su un nome maschile proditoriamente preteso come neutro.

Non è un caso che il dizionario online dei sinonimi del Corriere della sera riporta come sinonimi della parola genitore
  • 1. padre, capo famiglia, fam. papà, babbo
  • 2. (al pl.) padre e madre
Solo al plurale, dunque, il maschile genitori comprende sessisticamente (esiste sempre genitrici) entrambi padre e madre.
Al singolare, genitore è sempre e solo lui, il capo famiglia, definizione disgustosamente maschilista che ci portiamo dietro dalla legge mussoliniana sullo stato di famiglia del 1942.

Insomma  per non discriminare nessuno e nessuna le parole padre e madre, chiare e semplici vengono diluite in una parola maschilista e sessista che cancella le differenze sessuate che quei termini portano con chiarezza.

C'è un precedente in cui la parola genitori, al maschile plurale, ha sostituito un'altra parola.  
La legge 54 dell'8 febbraio del 2006 Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli (definizione sessista ma tant'è) che prevede sempre l'affido congiunto (bigenitorialità) della prole  (vedete quanto può essere semplice, indolore ed elegante impiegare un termine non sessista?) non distinguendo più tra coppie sposate e coppie conviventi e parla dunque di genitori e non più di coniugi.

In questo caso è chiaro che il termine genitore include anche le madri e i padri non coniugate\i e dunque è davvero un termine più inclusivo di coniugi che invece indica solo le coppie sposate.


Ma chi sono le persone che le parole padre e madre discriminerebbero e che la parola genitore secondo Seibezzi invece non fa?

Non certo quelle degli esempi da lei riportati.

La madre single è madre e non si capisce perchè dovrebbe diventare un generico e grigio genitore al maschile proposto come termine neutro col quale si pretende di sostituire il femminile che, non esistendo in italiano il genere neutro, di fatto, viene cancellato.

Il padre vedovo
è padre e, lo stesso, non si capisce perchè dovrebbe essere deprivato del suo statuto di padre per un più generico
statuto di genitore, anche se in questo caso il maschile non è sostitutivo ma rappresentativo del vero sesso della persona in causa (anche se c'è poco da rallegrarsene).

La prole di una
coppia eterosessuale è sempre fatta da un padre e una madre, se un membro della coppia non è il padre o la madre della prole vuol dire che c'è da qualche altra parte, magari in un'altra coppia, un padre o una madre. 

Per cui per quanto io possa voler bene al compagno di mia madre lui non si sostituisce mai a mio padre che vedo tutti i fine settimana assieme alla sua compagna o, perchè no, al suo compagno.

E qui veniamo all'ultimo esempio fatto dalla Consigliera.

La coppia omosessuale.


Anche qui a ben vedere non si capisce perchè si debba usare la parola generica genitore  in presenza di partner dello stesso sesso e non usare invece due volte la parola madre o  la parola padre.


Il termine genitore con la scusa di includere quello che è già incluso nelle espressioni le mie due mamme e i miei due papà, in realtà lascia indefinito l'assortimento sessuale della coppia con un termine fintamente neutro e in realtà maschile che vale per tutto il resto.


Chi sono quei signori?

Tra le due risposte possibili Sono i mie due padri oppure
sono i miei genitori, come vorrebbe la Consigliera, l'assortimento sessuale della coppia emerge con chiarezza solamente nel primo caso perchè il secondo caso vale qualunque sia l'assortimento sessuale della medesima. 

Forse qualcuno trova meno imbarazzante dire quelli sono i miei due genitori che dire quelli sono i miei due papà, quelle sono le mie due mamme.

Alla faccia della decisione presa per non discriminare nessuno e nessuna!

Con la scusa di voler includere tutti e tutte non si include in realtà nessuno e nessuna perchè non li si riconosce come persone e coppie sessuate ma come persone sessualmente neutre.

La questione potrebbe finire qui ed essere liquidata come non necessaria e, anzi, discriminatoria.


Purtroppo però non abbiamo ancora toccato il punto centrale di tutta la faccenda.

Ci viene in aiuto il servizio dell'Ansa, quando, dopo le dichiarazioni di Seibetti, la giornalista commenta che la scelta della Consigliera è in linea con quanto fatto all'ospedale di Padova dove il braccialetto per il secondo genitore non riporta più la parola padre ma partner. 


Non è una questione da poco.   

Se una mamma è in sala parto è giusto pensare che accanto a lei ci può essere un'altra donna e non per forza un papà. 

Per cui è giusto che quella persona pur non essendo madre biologica della prole in nascenza sia riconosciuta come partner della madre.


Quello che fa di un uomo o di una donna un padre e una madre non è certo esclusivamente il legame biologico con la prole.

Sono padri e madri anche il genitore e la genitrice adottive di un bambino o di una bambina. 


Con l'introduzione della fecondazione assistita la genitorialità biologica ha perso il suo statuto di unicità.

Se una coppia etero (=di sesso diverso) ) convivente o sposata utilizza la procreazione assisita eterodiretta il coniuge o il compagno è padre anche se non è il genitore biologico.  

Se la coppia è sposata lo è d'ufficio. Se è convivente l'uomo deve riconoscere la prole. 



L'omogenitorialità introduce una variante sia nello statuto legale che in quello ontologico della coppia genitoriale.

Nel caso di una coppia di donne o di uomini lo stato italiano riconosce la maternità della madre biologica e la peternità del padre biologico ma non riconosce al\alla parnter il diritto alla maternità o alla paternità come per il partner maschile di una coppia etero.

E' questa la vera discriminazione.

Quel che vale per il padre non biologico in una coppia di sesso diverso non vale per la madre (o per il padre) non biologica della coppia dello stesso sesso. 


Per lo Stato italiano la partner della amdre biologica e il partner del padre biologico in una coppia dello stesso sesso non esiste e se la madre biologica (il padre biologico) muore, tecnicamente figlio o figlia posso essere affidati a strutture di sostegno e non all'altra metà della coppia.


Non d'ufficio almeno.
 

Sta all'apertura mentale e all'onestà intellettuale del giudice o della giudice decidere altrimenti. 

Basterebbe fare una legge che riconosce in caso di madri single (ai padri single) la possibilità di riconoscere il figlio anche alle (ai) partner conviventi dello stesso sesso così come adesso permette di farlo al compagno non genitore biologico.


Ecco allora cosa Seibetti sta in realtà tentando di fare.

Dare ai padri non biologici e alle madri non biologiche all'interno di una coppia omosessuale (=dello stesso sesso) la possibilità di segnarsi amministrativamente come genitore non biologico del figlio o della figlia.


E siamo finalmente giunti al cuore della questione.

Così facendo Seibetti crede di eludere una differenza che anche lei deve considerare fondamentale che cioè il padre è solamente quello biologico e la madre è solamente quella biologica con l'unica deroga della coppia adottive e, per effetto della stessa deroga, anche ai padri non biologici e alle madri non biologiche delle coppie etero, che sono ricorse alla fecondazione eterodiretta.

Altrimenti ricorrerebbe ai termini madri e padri.


Anche per Seibetti insomma è ancora la famiglia etero a fare di un uomo e di una donna un padre e una madre poco importa se biologici o meno per il fatto che almeno potenzialmente entrambi possono essere padri e madri biologici. 



Proprio in linea con la chiesa cattolica che riconosce come unica e vera famiglia quella etero indivisa con entrambi i genitori biologici (niente donne single, niente donne risposate, che, guardacaso sono proprio gli esempi scelti dalla Consigliera) l'unica nell'alveo della quale, secondo i cattolici, la prole cresce sana.

Due donne e due uomini non sono due padri e due madri ma dei più generici e neutri genitori che costituiscono si una famiglia ma meno salda perchè priva del legame biologico... 

Non si vede quale altro motivo impedisca a una coppia di donne o di uomini di scrivere due volte mamma o due volte papà
sulla modulistica per l’accesso agli asili nido invece del generico e grigio genitore.

Genitore mette tra parentesi una questione culturale importante cioè che sono l'amore e l'affetto con cui si cresce la prole a fare di un uomo e di una donna un padre e una madre non certo il legame biologico con essa.




No Night Is Too Long in 28 fotogrammi.

No Night Is Too Long

(GB\Canada, 2006) di Tom Shanklad
Tim è un giovane studente universitario che ha un grande successo con le donne...
...che lo spompinano in luoghi esotici dicendogli "Ti amo"...

un bacio in ascensore lo fa invaghire di un professore del campus...
che prima non vuole saperne di lui
ma alla vigilia di capodanno lo va a trovare.
E se lo incula...
...e ancora....

..e ancora.
Sempre da dietro come fosse l'unica posizione...
 
Ma il professore è geloso e manesco e il giovane Tim
non vorrebbe più frequentarlo ma non vuole deluderlo...

Così durante un tour di conferenze del professore Tim conosce una donna
ed è subito amore che, come diceva Tozzi, a letto si fa

Tim cerca di prendere tempo col prof, che, nonostante Tim non voglia se lo incula di nuovo
ma stavolta Tim non ride...


Messo alle strette Tim gli confessa di non amarlo più già da parecchio e di amare una donna.
Il prof prima piange...

poi in un eccesso di ira cerca di strozzarlo minacciando di dire alla donna, che non lo sa,
che ha avuto una relazione con lui

Ne nasce una colluttazione alla fine della quale il prof cade malamente...
E Tim lo abbandona esanime

Roso dai sensi di colpa Tim è disperato anche perchè l'indirizzo della donna amata è rimasto nella giaca di pelle del prof e lui gira a Vancouver senza meta.
La fortuna gli fa incrociare la donna su un pullman che Tim si mette a inseguire
Ma qualcosa di tremendo lo blocca
Gli sembra di vedere il prof dappertutto
Alla ricerca di qualcuno con cui parlare del delitto commesso Tim si lascia rimorchiare da una marchetta

Che se lo incula
(in una posizione che con il prof non ha praticato mai...)


E Tim stavolta piange

Intanto a casa della donna, ignara che Tim sia in città a cercarla, ritorna il marito
che l'aveva abbandonata per la quarta volta.

Qualcuno altro arriva in casa. Sorpresa! E' il fratello della donna, cioè il professore, che non è morto!!!
e il fratello la mena perchè lei gli ha rubato il ragazzo che lui amava tanto

Il marito la difende dalle ire del cognato? No quando il prof finisce la mena pure lui perchè lei lo ha tradito con Tim...

Dopo varie vicissitudini (il prof ammazzato dalla marchetta che lo aveva preso per Tim) solo e triste Tim
un giorno vede la donna venire verso la sua casa.
Tim si accascia dietro l'uscio


La donna chiama inutilmente il suo nome...



...Tim fa il gesto di aprire la porta ma non riesce a raggiungere la maniglia.
FINE DEL FILM


Tratto dal romanzo omonimo di Barbara Vine (pseudonimo di Ruth Rendell) il film offende per la sessualità tra uomini vista esclusivamente in chiave penetrativa. Dove Tim si fa sempre scopare e dove il coito anale all'inizio visto come una gioia è anche una umiliazione subita (col prof.) e cercata (con la marchetta in segno di espiazione per l'omicidio commesso). Un film maschilista dove le donne sono talmente sprovvedute da fare pompini e dire ti amo e dove la sorella del prof viene picchiata da chiunque perchè fedifraga (nel caso del prof ladra di uomini altrui) e dove Tim è descritto come personaggio deleterio e ambiguo in base alla propria irrisolta bisessualità (anche da bambino aveva irretito un compagno di scuola più grande).

sabato 31 agosto 2013

quarta edizione del GenderDocu Film Fest: la seconda serata

Tre i documentari in programma per la seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Fest.

Si è cominciato con il piccolo (per la durata) sorprendente film documentario di Filippo Demarchi, Taglia corto! (Svizzera, 2013). Giovane di Losanna, nato a Zurigo, Demarchi ha girato il suo film in Italiano, che è la lingua madre del padre ma non della madre.
Il corto, che è il saggio di fine corso alla École Cantonale d'Art de Lausanne, ritrae i genitori del regista mentre discutono con lui della sua omosessualità che entrambi non riescono ad accettare. Il padre gli garantisce il rispetto ma non il sostegno mentre la madre è più interessata che il figlio si lasci la porta aperta anche verso le ragazze.

Girato senza una particolare ricerca formale dell'inquadratura, il corto, selezionato da diverso materiale registrato, restituisce con una icasticità commovente un confronto familiare tra tre adulti: padre, madre e figlio 24enne, il cui rispetto individuale è riscontrabile sia nella reciprocità sia nella onestà intellettuale con la quale sanno tutti e tre guardarsi dentro e comunicare l'uno con l'altra .

Così il figlio chiede solidarietà ai genitori non in nome di un astratto rispetto per la diversità ma perchè vorrebbe avere dei consigli sul ragazzo del quale è innamorato.
Il padre a vedere la foto del ragazzo (molto giovane, con i capelli lunghi biondi e fluenti) commenta che sembra quasi una ragazza e quini tanto varrebbe che e che pensando agli uomini si immagina persone più maschili di quelle che piacciono al figlio.
Nessuna imposizione, nessun dover essere, solo un onesto confronto tra quello che si pensa, si sente, ci si aspetta.

Il figlio può così dire al padre senza rimproveri di esserci rimasto male quando una volta, prima del suo coming out, gli ha presentato un suo amico, del quale il padre gli aveva chiesto se fosse gay perchè il figlio si è snetito sentito sminuito nella sua amicizia, platonica,  con quel ragazzo, che il padre riduceva a una questione sessuale.

Mentre il padre commenta che all'epoca lui non sapeva che il figlio fosse gay il figlio da un lato afferma il suo risentimento per quel modo di pensare, dall'altro riconosce al padre, come individuo, il diritto di esprimere le proprie idee anche se lui le aborre chiedendogli poi come dovrebbe reagire (ti dovrei forse odiare?).
La madre dal canto suo lo esorta a non farsi influenzare negativamente dalle loro reazioni o commenti negativi.

Ai dialoghi tra padre madre e figlio, insieme o separatamente, nei quali il figlio è presente solo in voce trovandosi sempre dietro la videocamera e dunque fuori campo Demarchi alterna alcuni momenti di vita familiare (le cure del giardino dove il padre gli dice cosa potare e cosa no o come muovere ila tosaerba in un confronto tra quotidianità ed eccezionalità che restituisce l'idea di una vita familiare è già una ricostruzione dei rapporti e degli assetti genitori figli che per gli standard della famiglia Demarchi è un processo normale pur in una dialettica di rifiuto ma che, visti con l'occhio cattolico italiano è un paradigma quasi irraggiungibile.


Senza insistere troppo sulla chiave religiosa intesa qui nella sua dimensione culturale e non confessionale la statura etica di queste persone, di questa famiglia è anni luce lontana dalle bassezze delle famiglie italiane, quelle in cui ancora oggi i figli e le figlie omosessuali vengono letteralmente buttati e buttate fuori di casa dai genitori senza che i figli e le figlie così illegalmente trattai\e non si ribellano e non rivendicano i propri diritti rivolgendosi come si dovrebbe sempre fare a un giudice. Perchè anche nell'Italia omofoba a un genitore a una genitrice non  è più consentito di cacciare di casa e smettere di mantenere un figlio o una figlia perchè omosessuali. Sono lontani per fortuna i tempi del caso Braibanti.

Invece nella maggior parte dei casi la prole non rivendica i propri diritti perchè in fondo, là dove si annida l'omofobia interiorizzata, non vogliono imporsi ai propri genitori e si sottraggono a un confronto anche duro, aspro, inchiodandoli alle loro responsabilità.

Questo cortometraggio mostra come se la forma documentario sa cogliere la realtà (a saperlo usare bene naturalmente non è un risultato che si ottiene automaticamente) questo non è certo garantito dalla presa diretta ma dall'operazione che segue (il montaggio del materiale selezionato) e precede le riprese.

All'inizio, ha raccontato Demarchi presente al Village, i genitori non volevano affatto parlare del suo coming out e pretendevano di essere presentati come esperti di capitalismo ai quali il figlio doveva rivolgersi dando loro del lei.
Poi l'insistenza e la pratica di ripresa hanno ammorbidito i genitori ed è stata resa possibile una modalità comunicativa così intima e spontanea nonostante la presenza della videocamera.
Un processo graduale e non sempre facile del quale rimane una traccia anche nella  selezione drastica fatta da Demarchi (appena 13 minuti di durata, essenziale anche in questo in controtendenza rispetto una certa tendenza alla pletoricità che molti cineasti della camera verità hanno)  quando a un certo punto il padre si sottrae all'intervista definendola una pagliacciata e Demarchi continua a riprendere il suo posto vuoto.

Sottraendo il corto all'equivoco che la verità di quanto accade sullo schermo scaturisca naturaliter dalla spontaneità della diretta e non dall'istanza produttrice che riprende e monta le riprese Demarchi si attesta nel cuore del meccanismo documentario che è sempre un meccanismo traslato perchè la verità non sta nelle immagini mostrate ma in quell'oltre che hanno determinato quelle immagini, in un prima e un dopo la ripresa di cui il cortometraggio è un esempio paradigmatico della stessa una pratica discorsiva dei tre protagonisti. Un confronto d'altissima onestà intellettuale.

Presente anche sulla rete con altri lavori Demarchi si distingue per il discorso intelligente e l'occhio sincero che sanno usare gli strumenti video della contemporaneità sottraendosi alla estetica farlocca dell'immediato e della spontaneità sostenuta dal mercato e cerca, riuscendoci appieno, di usare il video per mostrare quell'oltre pirandelliano raggiungendolo con incedibile efficacia.



Più tradizionale e privo di novità formali il mediometraggio con alcune lungaggini e ripetizioni  My Love – The Story Of Poul and Mai (danimarca, 2013) di Iben Haar Andersen.
64 minuti di durata che potevano benissimo scendere a 50 nei quali la regista allestisce un materiale raccolto nell'arco di sei anni (ma nel documentario non ne viene dato conto oltre alla didascalia due anni dopo)  raccontando della storia d'amore tra Poul uomo danese ultrasessantenne che ha fatto coming out solo dopo la morte della figlia 17enne in un incidente d'auto (che l'ha vista morire carbonizzata) e del quarantenne thailandese Mai che ha conosciuto in un locale. 
Il documentario ci racconta delle vicissitudini burocratiche per ufficializzare la loro unione, l'accesso al registro per le unioni civili prima, la richiesta di permesso permanente di soggiorno dopo, alle quali si alternano alcuni racconti dei due uomini.
La famiglia che Mai ha in Thailandia e che vediamo quando Poul va in visita, una figlia grande, un figlio più piccolo e una sorella (della donna madre dei sui figli nulla sappiamo) e le vicissitudini di Poul la gioventù dell'uomo che pur sapendo da sempre che gli piacevano gli uomini non ha mai fatto sesso con un ragazzo in gioventù e ha deciso invece di farsi una famiglia (etero) e avere dei figli.
Tra immagini del menage familiare, molto sessista, Mai che cucina e Paul che fa il marito aspettando in salone (perchè Mai non lo vuole in cucina), alle interminabili giornate di lavoro (Poul è pescatore di salmoni), tra i racconti di gioventù di Paul e la brama di Mai di portare il figlio più piccolo, maschio, con lui in Danimarca (la figlia pi grande, fidanzata, è già di un altro maschio)  quello che manca completamente nel documentario è la sfera affettiva e sessuale della coppia che la regista non affronta minimamente.
Nemmeno un cenno alla sessualità di Poul che è stato con un uomo quasi da anziano (a 60 anni), non la restituzione pornografica o voyeuristica del suo rapporto con Mai ma il vissuto emotivo  della sessualità (com'è stato fare sesso con un uomo per la prima volta a età così avanzata?) della quale nel documentario non è presente nemmeno come assenza allusiva, ma, più semplicemente, non c'è. La storia d'amore fra questi due uomini è quella di una amicizia platonica di solidarietà e reciproca assistenza che farebbe contento anche Papa Francesco visto che nel film i due uomini vivono una vita casta dove il sesso viene sublimato nella solidarietà proprio come consiglia il catechismo cattolico alle persone omosessuali. Anche i baci che i due si danno sono rigidi e poco spontanei.
Quando l'ho fatto notare alla regista, anche lei presente al Village, lei mi ha risposto, piccata, che non sentiva l'esigenza di entrare nella camera da letto dei due uomini e che la loro storia d'amore non aveva bisogno del sesso.
Durante questa sua risposta il pubblico presente ha applaudito confermando la sessuofobia di noi italiani (e italiane) che separiamo borghesemente  il sesso dall'amore per cui a casa bacini e coccole mentre andiamo a cercare il sesso dalle prostitute o magari dagli escort...

E no cara Iben Haar Andersen la sessualità è parte integrante di ogni storia d'amore che posa definirsi tale e che nel tuo documentario del vissuto sessuale non ci si preoccupi nemmeno di spiegarne l'assenza è un atto di censura figlio di una visione della vita borghese e sessuofoba che inficia completamente il film che, da questo punto di rappresenta una negazione della pienezza della dignità dell'opzione omosessuale che quando assume le forme di una amicizia affettuosa tra adulti con alle spalle un vissuto etero ed entrambi padri di figli nati da quelle relazioni, questa relazione legittima ma non paradigmatica assurge a storia omosessuale tout court.  Perchè il sesso è amore anche non si fanno figli.

Terzo film della serata Ein Wochenende In Deutschland (Germania, 2013) di Jan Soldat, l'unico autore non presente al Village,  che in 25 minuti racconta del fine settimana di una coppia di uomini maturi (molto sopra la sessantina) che praticano del sesso sm abbastanza soft (spanking e l'uso di ortica).
Un sesso esplicito nelle riprese video (il sedere arrossato i corpi nudi dei tre uomini) non incentrato sull'orgasmo o sull'erezione ma su alcune pratiche sadomaso vissute nella loro centralità del piacere per il dolore, ricevuto e inferto, tra confidenze, dialoghi ricordi e risate, in amicizia e con tanto di caffè e torta dopo le sessione di pratiche sm.

Un film che deve tutto alla capacità del  regista Jan Soldat, classe 1984, di relazionarsi con la coppia della quale il regista è amico tramite la videocamera dietro la quale rimane sempre celato e restituire con uno guardo schietto divertito e non morboso la quotidiana assoluta normalità delle pratiche svolte sdoganando così anche la sessualità (n)(d)ella terza età che nella nostra società ipergiovanilista ruba il sesso riconcedendo la legittimità di pratica solo della gioventù. Nella realtà così non è  ce lo dimostrano questi tre signori divertenti e divertiti.

Questa seconda serata della quarta edizione del GenderDocu Film Festival, che ha visto ripristinati i voti del pubblico grazie alla presenza delle brochure assenti nella prima serata, ci ha regalato tre documentari molto diversi tra loro che costituiscono tre esempi squisiti di come il documentario può raccontare delle storie vere restituendo uno sguardo quello dei loro autori e autrici cui in qualche modo fa da specchio quello stimolato e suggestionato dello spettatore, il cui merito dall'assortimento alla qualità va all'intelligenza di Giona Nazzaro che tramite la sua creatura offre una comune pietra di paragone per misurare la comunanza di una stessa lingua parlata pur se delcinata in istanze assai diverse tra loro.

Chi ha avuto la fortuna di assistere alle proiezioni ha potuto godere di un programma di altissima qualità proposto da Nazzaro con una umiltà e e una onestà intellettuale molto poco italiane che fanno pensare a un brano di una canzone di Gaber:  Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Ecco ieri sera Giona ci ha fatto pensare che tutto sommato è ancora una fortuna essere italiani.