Visualizzazione post con etichetta emancipazione femminile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emancipazione femminile. Mostra tutti i post

lunedì 28 novembre 2016

La mia esperienza a uno dei tavoli di discussione per il piano antiviolenza femminista di "Non una di meno".

Ieri ho partecipato a uno degli otto tavoli di discussione per il piano
antiviolenza femminista organizzati da Non una di meno il giorno dopo la manifestazione fiume contro la violenza contro le donne (e non sulle per far capire che la violenza è sempre contro le persone su cui la si fa).

Una assemblea nazionale, dopo quella dell'8 ottobre, articolata per tavoli tematici, alla conclusione dei quali si sono presentati in plenaria i temi emersi dai tavoli per decidere su come dare continuità e respiro al percorso di elaborazione, di confronto e proposta per il piano.

Tra gli 8 tavoli, tutti interessanti, ho scelto quello più affine al mio lavoro di formatore,  dal titolo


Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità: la formazione come strumento di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere (per leggere le linee tematiche del tavolo, così come l'argomento degli altri sette tavoli, cliccate qui).

Credo che il nostro fosse il tavolo più nutrito visto che ci è stata data l'aula magna della facoltà di Psicologia a Via dei Marsi,  che comunque era piena a metà.

Al primo colpo d'occhio colpiva la bassissima percentuale di uomini che non superava il 3% delle persone convenute.
Un dato che nessuna durante la mattinata ha voluto notare o rimarcare, sicuramente perché l'organizzazione è femminista e si rivolge a donne abituate a stare tra donne, che non hanno motivi di cercare la presenza maschile, ma molte altre sono le ragioni politiche, sociali, antropologiche e di movimento di questa agghiacciante asimmetria.

C'è intanto il problema  generale che nelle nostre scuole il 79% del corpo docente è donna.
Una percentuale che sale fino a quasi il 100% nelle scuole dell’infanzia, è al 95% nella scuola primaria e all’85% in quella secondaria di primo grado.
Nella scuola secondaria di secondo grado le docenti costituiscono il 59% del totale ma le percentuali variano in base al tipo di Istituto, nei licei pedagogici si sale all’85%. 
Questi dati, relativi all'a.s. 2013-2014, sono estrapolati dall'indagine TALIS del Miur. 

Evidentemente l'insegnamento viene percepito come una funzione di cura e dunque annoverato tra quelle caratteristiche prettamente femminine.
Questo però non vuol dire affatto che l'istruzione sia in mano alle donne.
Man mano che saliamo di grado e andiamo all'università vediamo come la presenza femminile nella docenza diminuisce. Al vertice della piramide ci sono sempre i maschi. 

In un articolo del Fatto Quotidiano del 2014  Barbara Mapelli, docente di pedagogia delle differenze all’Università Bicocca di Milano commenta così questi dati:

“La conseguenza della femminilizzazione (...) è che vengono meno figure maschili autorevoli di riferimento che sarebbero importanti per i bambini e per i ragazzi che in genere hanno come unico parametro il padre, spesso assente. Inoltre molti di loro vivono la scuola come un luogo di donne, dalle quali mantengono un certo distacco e diffidenza. Questo crea un allontanamento verso la cultura in generale che viene identificata come femminile. Il fenomeno ha conseguenze disastrose: gli uomini leggono meno, vanno meno a teatro e al cinema, rendono meno a scuola in termini di voti e si laureano meno delle donne”
Un commento discutibile che però riconosce il portato di un problema culturale (e sociale) che in un consesso come quello di ieri, di donne che vogliono stilare un programma femminista di lotta alla violenza contro le donne in ambito scolastico e formativo, non è stato nemmeno preso in considerazione.

Il fatto che rispetto il campione nazionale (79%) le donne ieri fossero il 97 % delle persone presenti richiede qualche ulteriore domanda: come mai questo ulteriore abbassamento?
Non dico bisognasse rispondere durante il tavolo, ché l'argomento era un altro, ma almeno porsi la domanda e riconoscere il problema del dato statistico emerso sarebbe stato d'uopo. 
Gli uomini non partecipano perché non sentono il problema della violenza contro le donne un problema loro? Oppure a fare educazione alle differenze sono solamente le docenti e le formatrici ? 
Sono solamente le prime domande che mi vengono in mente.
Ieri invece nessuno degli interventi ha nemmeno sfiorato l'argomento... 

Gli interventi... 
L'organizzazione del tavolo ha pensato di dare parola a chi lo voleva chiedendo di intervenire sui contenuti e le priorità rispetto l'argomento del tavolo, suggerendo una griglia di 4 domande:

Cosa? 

Cos'è l'educazione di genere? Cosa non è? 

Per chi? A chi si rivolge?

Chi deve attuarla?
il Miur?
le ASl?
I centri antiviolenza?
Le associazioni?

Cosa c'è? Quale il quadro di riferimento legislativo?


Gli interventi non si sono attenuti alla griglia che raramente è stata presa in considerazione almeno come riferimento diretto, poi, naturalmente, quanto detto negli interventi poteva essere riportato alla griglia ma non tanto perché gli interventi vi interagivano  ma semmai perché era sempre possibile ricondursi ad essa.

Il tempo concesso  a ogni intervento - due minuti - non ha permesso di approfondire nessuno degli argomenti trattati così il report che ha dovuto sintetizzare gli oltre 50 interventi  ha giocoforza dovuto appiattire ancora di più quel che ogni persona aveva già dovuto appiattire di suo nei due minuti concessi.

Credo che il tavolo di ieri - così condotto - non sia servito a nulla (per tacere dei 45 minuti di ritardo rispetto i tempi previsti...).

Sarebbe stato meglio preparare prima le persone che vi si erano iscritte proponendo in mailing list le domande di griglia e invitando tutte, e tutti, a scrivere una propria proposta articolata, e una volta compilato un regesto o una sintesi delle proposte fatte, individuare gli argomenti più caldi e discutere specificamente su quelli nel tavolo di ieri. 

L'impressione che ho avuto sentendo gli interventi (di caratura diversissima, a cominciare dal mio nel quale mi sono limitato a lanciare l'allarme per l'incidenza delle Ist sulla popolazione giovanile) è che ognuna, sono stato l'unico uomo a intervenire, abbia più sentito ed espresso l'esigenza di dire la sua che piuttosto quella di contribuire davvero ai contenuti del tavolo.

Ad essere maliziose sembrerebbe proprio che la prima esigenza delle donne intervenute sia quella di parlare, segno evidente che la società non dà loro questa possibilità.
Parlare spesso pacatamente, ma qualche volta urlando, in alcuni casi solo perché infervorate, in altri invece come forma convinta di comunicazione, troppo ormonale per i gusti di chi scrive.

In ogni caso non basta esprimerne quello che si pensa per fare di un intervento un intervento politico.

Nessuna ha pensato a confrontarsi con un pensiero generale ma ha preferito un'autoreferenzialità un po' sterile e fine a se stessa. Performativa. Un po' come quando ci indigniamo su facebook cliccando la faccina arrabbiata. A che serve? Cui prodest?

Non vorrei essere frainteso. I contenuti ci sono stati ma sono indicazioni così di massima da costituire un abc per principianti che in un consesso come quello di ieri dovrebbe essere dato per garantito (granted...). Invece così non è.

Evidentemente è ancora necessario spiegare cosa è l'educazione alle differenze di genere. 

Gli interventi migliori sono emersi da docenti anziane, dove l'aggettivo si riferisce non tanto all'età anagrafica ma alla preparazione politica, quelle donne che  il femminismo lo hanno fatto davvero perché le giovani donne presenti al tavolo il femminismo lo cercavano di dire in base a ragionamenti iperbolici al limite dell'offesa, come quella donna che negava l'esistenza dell'omofobia, parlando di riflesso psicologico (?) mentre per lei si tratta di eteronormatività, come una cosa escludesse l'altra.

Di seguito alcune delle cose dette, scelte con un personalissimo e sindacabilissimo criterio soggettivo basato su quello che ha colpito me che non vuol dire necessariamente sia quello più importante che è stato detto, anzi.

1) L'educazione alle differenze di genere non è una disciplina a sé (con buona pace della rappresentante della rete delle conoscenze che ha chiesto, urlandolo, un'ora di educazione sessuale). Non è una materia di insegnamento. E' un punto di vista, un bagaglio di saperi curricolari che attraversa e informa di sé  ogni disciplina insegnata a scuola, dalla matematica alle scienze, all'italiano.

Molte hanno suggerito di riformulare curricola e programmi o di riformulare i libri di testo che devono essere riscritti, non contenere delle appendici sui temi femminili o di genere o di identità sessuale.

2) Il linguaggio. 
Intanto non sessista mentre alcune (comunque troppe) delle donne presenti usavano con troppa disinvoltura un maschile inclusivo che ha dato da fare a molte delle astanti senza che la presidenza si preoccupasse di almeno notare il problema (eppure siamo in un consesso femminista...).

Il linguaggio comune richiamato da molte non per uniformarci a un pensiero unico ma per capire di cosa parliamo quando diciamo educazione affettiva o alla sessualità.

Alcuni interventi interessanti sull'idea di pedagogia nella disposizione delle aule per esempio, che però diluisce troppo il portato femminista e contro la violenza contro le donne in un discorso troppo vasto e dunque politicamente inincisivo (si dirà?).

3) Il problema della violenza sulle donne migranti, sulle persone migranti di seconda generazione, sulla necessità di intermediazione culturale, o, dal lato più scolastico, sulla vita di strada dei e delle minori senza accompagno che, invece di andare a scuola, stanno nei centri di accoglienza e dunque per strada.

 4) Quale femminismo?

Quello dell'uguaglianza o quello della differenza?

Le pratiche non violente son davvero legate alle donne non per un loro percorso di liberazione ma per una essenzialità femminina che le distingue dai maschi guerrafondai come ha detto qualcuna molto disinvoltamente? 
Ci sono stati alcuni interventi che valorizzano quella capacità di accoglienza e accudimento che vengono ancora letti come femminili e che io, fossi una donna, rispedirei al mittente.

Almeno personalmente credo che l'accoglienza femminile sia il risultato di una organizzazione sociale ed economica del lavoro e non derivi da una specificità femminile.

Che le donne ancora oggi adibiscano a queste funzioni è un dato di fatto ma la funzione sociale è tutto da dimostrare che derivi da una predisposizione naturale.

Da questo punto di vista sembra molto interessante l'idea di praticare per il prossimo 8 marzo uno sciopero delle donne. Cioè uno sciopero dalle funzioni sociali cui ancora oggi le donne, qualunque posizione sociale o lavorativa abbiano raggiunto, sono chiamate e indirizzate. 

E qui torniamo alla scarsissima presenza maschile ai tavoli...

5) La formazione delle persone adulte. Una formazione autogestita, permanente, dal basso. Questo vuol dire rivalutare i collegi docenti svuotati di ogni funzione decisionale, vuol dire sensibilizzare la docenza a una formazione consapevole ma anche aprire le scuole alle associazioni, magari costituite in una rete, per garantire la scientificità degli interventi e non permettere a chiunque di dire la qualsiasi.

Non sono rimasto alla plenaria, a dire il vero ho abbandonato il tavolo subito dopo la lettura del report, anche perché le persone iscritte a parlare  dopo la lettura del report invece di riferirsi al report magari aggiungendo quel che non c'era (moltissime cose) hanno continuato a dire IO IO IO.

Sono rimasto deluso dall'organizzazione e dall'umanità, dalla donnità, delle donne presenti che, tranne qualche notevole eccezione, mi sono tutte sembrate chiuse in un individualismo che purtroppo sminuisce le rivendicazioni di auto emancipazione a un revanchismo borghese e solipsistico che nasconde una totale mancanza di vita in comune, di vita insieme, tra donne, come succedeva negli anni 70...

Credo che sono questi gli argomenti sui quali le donne e non solo di non una di meno debbano interrogarsi se questo movimento vuole davvero costituirsi come soggetto politico e non come l'ennesima organizzazione di rappresentanza che sostiene solamente se stessa in un suicidio politico talmente evidente del quale - a quanto pare - nessuna se ne accorge.








lunedì 1 febbraio 2016

Lucia Ocone "Bandierò" e l'insulto maschilista.

Apprendo da Gay.it che ieri a "Quelli che il calcio" la televenditrice Veronica, il personaggio inventato e interpretato da Lucia Ocone, ha venduto Baindierò.

La struttura dello sketch, per chi non lo conosce, prevede la vendita di un oggetto molto comune presentato come oggetto innovativo da utilizzare per gli usi più improbabili...

Una truffa evidente e comica.

Nel caso della bandiera rainbow, presentata come Bandierò, viene venduta come localizzatore di presenza "quando incontri su tinder o grind" od offuscatore di luce "quando ricevi in casa (e non in camera come dice gay.it). 
 
Evidentemente anche per Ocone quando si parla di omosessualità viene in mente solamente il sesso, quello vicino al libertinaggio, e mai i sentimenti.


La continua allusione al sesso liberitno è presente in tutti gli sketch non solamente in questo: lo si capisce dai continui innuendo, Veronica o, almeno, la sua amica Marika, si prostituisce.

I continui riferimenti alla prostituzione (nei commenti di Veronica anche i due della Gialappas sarebbero clienti di Marika) sono triti e confermano tutto l'impianto valoriale maschilista e patriarcale su cui si basa lo sketch.

Veronica\Ocone nel commentare gli e le astanti al Family Day non trova niente di meglio che lasciare intendere che gli uomini presenti sono sue conoscenze di vecchia data (cioè clienti) e le donne sue "vecchie amiche" (cioè prostitute).

Insomma per sfottere chi ha partecipato al family day Ocone non trova niente di meglio che dare della mignotta alle donne e del puttaniere agli uomini.

Ci mancava solo l'insinuazione che gli uomini fossero froci... ma a quello ci ha pensato Travaglio col suo editoriale del 27 di cui ho già parlato.

Credo nella buona fede di Ocone e le concedo pure che non si sia resa conto dell'offesa che le sue osservazioni "comiche" fanno alla dignità della donna, di tutte le donne, anche di quelle omofobe del family day.

Ma lo sport nazionale di dare della mignotta a una donna non è accettabile mai nemmeno per scherzo, non in tv almeno.

Negli anni 70 i froci vantavano la mignottagine propria e delle altre froce, non la nascondevano, non la usavano come una arma di discriminazione e di offesa.

Anzi lucciole e froce trovavano nell'uso del corpo autodeterminato quella comune sororanza con la quale si smarcavano dalla morale borghese che, a quanto pare, oggi nel tempo del family day anche il movimento di liberazione lgbt ha riabbracciato.

Magari le donne del family day fossero tutte mignotte, cioè donne che sono libertine come gli uomini. Purtroppo le donne del family day sono sessualmente represse come ci insegna Costanza Miriano e la donna sottomessa.

E poi che vuotezza politica quella di chi per criticare una posizone omofoba e antidemocratica non ha meglio di dire che chi ha quella posizone è una mignotta.

Eppure gay.it ha trovato questo sketch positivo solo perchè Ocone solidarizza con gli amici orgogliosi con quei froci che trasfromano la professione di misoginia in uno sport machista.

Il patriarcato è ancora talmente diffuso che family day e family gay (con marrazzo che inneggia ai diritti gay) sono le due facce della stessa medaglia di una soceità profodnamente divisa tra uomini e donne tra etero e gay dove il fallocentrismo patriarcale rende comuqnue gli uomini, anche quelli forci, migliori e con più potere delle donne. Una società che è la stessa identica di quella mussoliniana del ventennio.

La generazione che ha fatto la differenza, quella che faceva politica 40 anni fa, oggi è superata per mere ragioni anagrafiche.

Il nuovo che avanza non ha la capacità di andare al di là di queste stantie contrapposizioni  e invece di integrare le persone in una soceità complessa ma coesa e solidale dove la singola persona convive con chi intraprende una vita a tre (o più) si preferisce etichettare e dividere la gente in sottocategorie (tutte quelel assurde della queer theory per esempio) illudendosi che ognuno e ognua abbia un minimo di libertà di manovra, anche se dentro a un recinto sempre più angusto.

Ci si dimentica che se non si partecipa non c'è libertà e senza libertà non c'è democrazia.

L'unico collante è ancora quello del maschilismo che ci fa dire a tutti e tutte di una donna che avversiamo che è mignotta senza che nessuno o nessuna si arrabbi mi chiedo come facciamo poi a rivendicare una più equa distribuzione dei diritti, sviliti a diritti gay, senza vergognarci un po'.

Beh, io me ne vergogno, tanto.

martedì 5 gennaio 2016

Qualche riflessione sulla gestazione per altri

Vi sarà capitato di sentire amici e amiche dire la loro sulla gestazione per altri (e altre) senza saperne nulla a riguardo, pescando da una retroica discorsiva reazionaria e sessista quando non apertamente misogina, anche quando viene da donne.
Così come non basta essere gay e lesbiche per non essere omofobi e omofobe lo stesso vale per la misoginia.

Una letteratura sterminata di documenti, proclami, appelli, firmati da donne e uomini, in Italia e all'estero, una firma di adesione spesso guidata dall'afflato del'indignazione che poi porta a ripensamenti imbarazzanti come nel caso di Dacia Maraini, firmataria dell'appello italiota di Se non ora quando che ha avuto poi un ripensamento chiedendo scusa per la sua firma frettolosa.

Un ripensamento nato in seno alla stessa organizzazione Se non ora quando una parte della quale ha preso le distanze dall'appello per cui ora esistono due correnti, Se non ora quando Libere che ha scritto l'appello e Se non ora quando Factory che ne hanno preso le distanze.

In tutti questi appelli (anche quello francese che vede tra le firmatarie la filosofa e femminista Agacinsky) non ci si limita a denunicare lo sfruttamento del corpo femminile o il rischio della compravendita della prole ma si fa riferimento anche all'assortimento sessuale delle coppie che ricorrono alla gpa o all'orientamento sessuale delle persone single che vi ricorrono aprendo un'altra questione quella della legitimità o meno per le persone in coppia omosessuale di avere prole.

Una strumentalizzazione della gpa per contrastare il riconoscimento dei diritti delle persone non etero che, in Italia, non godono di alcuna tutela riconsociuta solamente alle perosne in coppia di sesso diverso.

Se uso questa espressione di persone in coppia è per non indurre nell'equivoco che le due persone in coppia omosessuale siano necessariamnete omosessuali cioè di orientamento sessuale gay o lesbico, perchè, ce lo dicono le persone in carne ed ossa che costituiscono le famiglie omogenitoriali, sono persone bisex o che provengono da un lungo matrimonio con persona dell'altro sesso e che per giustificare questo percorso che sembra loro contraddittorio si raccontano la propria vita dicendo di essersi scoperti e scoperte omosessuali a 40 anni.

Manca un modo di pensare che sia in grado di indicare la realtà evenemenziale dei fatti: ci si innamora e si fanno figli con persone di entrambi i sessi senza soluzione di continuità.
Non siamo rigidamente gay o lesbiche o perfettamente bisessuali, siamo come siamo, con la nostra storia intima e personale e possiamo innamorarci di una donna senza dover diventare lesbiche o innamorarci di un ragazzo senza dover rinunciare alle donne.

Se me lo concedete però non vorrei parlare della questione omosessualità in relazione alla gpa ma riflettere su alcune delle affermazioni di pancia che, come me, avete letto sentito o magari scritto sui social o sulla carta stampata.

Sono riflessioni sparse che non hanno certamente la pretesa di esausitività, tutt'altro. Mi sembrano però dei punti forti intorno ai quali produrre una riflessione più pensata, più ragionata, più di cuore che di pancia.
Di cuore e non di testa perchè anche se spesso ce lo dimentichiamo non stiamo facendo un esercizio di speculazione etica ma stiamo decidendo della vita di persone in carne ed ossa.

Prima di inziare il discorso una premessa indispensabile.

In quanto maschio, so di non avere il diritto di stabilire cosa una donna può fare o non fare con il proprio corpo, qualunque siano i miei valori etici non possono mai travalicare il fatto che io non ho un utero e dunque quando parlo di utero parlo qualcosa che non ho cosa sulla quale dunque non ho la stessa voce in capitolo rispetto a chi l'utero ce l'ha.



La prole 

Chi è contro la gpa accusa questa pratica di barbarie perchè strappa la madre dalla prole (loro veramente dicono dal bambino, al maschile, ma il sessismo, si sa, è ben lungi dall'essere sconfitto).


Come si può permettere a una madre di privarsi della prole per darla ad altre persone, magari dietro compenso economico?

Ci si dimentica, cioè, si omette, che nella gpa la donna che porta avanti la gravidanza non è la madre biologica del feto.
L'ovulo fecondato in vitro e poi impiantato nel suo utero non è il suo ma ma è quello di un'altra donna, quella che poi crescerà il bambino o la bambina, o quella di una donatrice.

Questa distinzione però non toglie il fatto che la donna che ha effettivamente partorito la bambina o il bambino poi non la o lo cresca ma lo dia ad altre persone.

E' questo che non va giusto?

In Italia la legge consente ad ogni donna, anche alle donne straniere, anche a quelle senza regolare permesso di soggiorno, il parto in anonimato, cioè di non riconoscere il bambino o la bambina e di lasciarlo o lasciarla nell’Ospedale dove è nato o nata (DPR 396/2000, art. 30, comma 2).

Non è crudele anche questa decisione ?
Ancora di più visto che in Italia il bambino o la bambina in questione finiscono in orfanotrofio e vengono adotatti con dei tempi lunghissimi (e intanto crescono senza figure genitoriali).

Non è più crudele di quella della madre della gpa che invece sa di dare il figlio o la figlia (che non è biologicamente suo o sua) a una famiglia che lo o la cresce?

Negli Stati Uniti una donna puà decidere di non riconsocere  il nascituro o la nascitura e di darlo o darla a una coppia che lo o la adotterà.
Questo in italia non è consentito.
Eppure eviterebbe al bambino o alla bambina di crescere in  un orfanotrofio...

E' evidente che quel che dà fastidio non è affatto la separazione di per sè tra  madre (biologica o fisica) e prole ma la progettualità di questa decisione.

Sembra andare bene si rimane incinta per sbaglio e invece di abortire non si riconosce la prole e la si dà in adozione non va più bene se ci si fa mettere incinta con l'intenzione di dare in adozione la prole ad altre persone.

Si entra nella sfera dell'autodeterminazione ed emancipazione della donna usando come grimaldello la tutela della prole (atrimenti si dovrebbe rifiutare anche il parto in anonimato) per porre dei limiti alla libertà individuale della donna.

Anche in questo caso come in quello delle sentinelle in piedi, la questione in discussione non è quella delle coppie dello stesso sesso (lo stesso appello di Se non ora quando Libere ammette che alla gpa ricorrono per l'80% coppie di sesso diverso) ma un attacco all'autonomia della donna la quale continua ad essere investita di un dovere etico superiore a quello individuale perchè è madre.

Quel che dà fastidio è rimettere in discussione il determinismo biologico che sinora ha condannato la donna al parto alla maternità ideologicamente coatti tolgiendole ogni facoltù di scelta, in noem di un etica o di una morale guardacaso sostenute ed espresse dai maschi (a cominciare da dio che è uomo...).

A chi è contrario dà fastidio l'emancipazione altrui.
Fa sentire i propri limiti per una metalità reazionaria gretta e sessuofoba come degli e delle imbecilli cosa che fondamentalmente si è, e invece di accettare la verità ci si rifà sulle altre persone decidendo per loro quel che si può o non si può fare.

E' smepre la stessa differenza eica tra chi proibisce e chi consente.
Chi proibisce decide per tutte e tutti chi consente non obbliga:  chi non vuole può continuare a non farlo.

E anche questa è una asimettria etica insostenibile