martedì 4 settembre 2012

Asimmetrie nell'identtà sessuale: a proposito della distinzione tra comportamento e orientamento sessuale (1)

Sapete (ah non lo sapete?) che per me le parole omosessuale, eterosessuale, bisessuale, in quanto aggettivi sostantivati,  hanno come loro unico significato quello descrittivo.

Io sono omosessuale se intesso relazioni sessuali e o sentimentali con persone del mio stesso sesso, ovvero dell'altro (etero), ovvero di entrambi (bisex).

Ma in un mondo dove la norma è eterosessista e dove l'omosessualità (e la bisessualità vieppiù) stentano ad avere un posto di pari dignità nell'immaginario collettivo (cioè, più o meno, nei media, anche se l'immaginario collettivo comprende ben altro, dalle leggi ai costumi agli archetipi con cui memorizziamo il nostro vissuto sistematizzandolo secondo alcune direttrici narrative tramite le quali ci autorappresentiamo e ci spieghiamo comportamenti ed esiti di vicende personali) c'è da più parti l'esigenza di percepirsi (di definirsi) come gay e lesbiche.

Molto meno come bisessuali forse per lo stigma fortissimo tra le persone omosessuali con cui  la doppia opzione viene percepita come un furbesco escamotage per non scegliere e dunque per non definirsi. E anche perchè mentre per quanto macchiettistico e maschilista l'omosessuale, uomo e donna, un loro spazio nell'immaginario collettivo e l'hanno il e la bisessuale sono ancora praticamente sconosciut*.

Esigenza, questa della visibilità  non solo legittima o comprensibile, ma necessaria se vogliamo davvero crescere le nuove generazioni a un'abitudine alle omosessualità che vada al di là della tolleranza (pessimo termine visto che si tollera qualcosa che non ci piace) o della condivisione (termine migliore ma che tradisce una non piena diffusione) e si attesti verso l'unica vera istanza che sanziona la raggiunta eguaglianza: l'indifferenza, come ben spiegato nel mitico, profetico spot dell'ILGA portoghese.

Purtroppo le categorie che usiamo per essere visibili sulle quali e con le quali costruiamo la nostra identità sessuale (il cui orientamento è una parte cospicua) non sono neutre ma nate in un orizzonte eterosessista e patriarcale e portano con sè delle differenze di valore, di confine, di persistenza e di percezione.

Dalla psicanalisi (la cui vocazione ultima, non dimentichiamocelo mai, è sempre quella di normalizzare, sistematizzare, dirimere e redimere)  giunge una distinzione sulla quale si insiste tanto e che, riconoscendo la validità della mia premessa (il significato puramente descrittivo di questi aggettivi) differenzia un comportamento sessuale (l'uso descrittivo cui accenno io) e l'orientamento sessuale.
Che significa?

Che, per esempio, io posso percepirmi, dichiararmi, identificarmi come etero, ma avere un comportamento non esclusivamente eterosessuale.

In soldoni (chi psisomething perdonerà la brutale semplificazione) un conto è come mi percepisco o pretendo di percepirmi (mi sento etero anche se faccio sesso prevalentemente con persone del mio stesso sesso) un conto è il mio comportamento (in questo esempio caso omosessuale).


La cosa sospetta (almeno per me) in questa distinzione è che per spiegare in cosa non si è esclusivamente eterosessuali non si usa mai l'aggettivo bisessuale ma il suo opposto omosessuale.

Io posso identificarmi come eterosessuale ma avere un comportamento anche omosessuale.

Strano come la categoria bisessuale non venga usata.

Se sono anche omosessuale vuol dire che ho un comportamento bisessuale.

D'altronde l'omosessualità  viene percepita, grazie una certa opposizione definitoria che cade facilmente nel pregiudizio, di natura patriarcale e maschilista, come esclusivizzante: anche il più incallito degli etero diventa frocio e basta nell'immaginario collettivo quando ha anche una sola esperienza omosessuale tanto è forte lo stigma e il divieto all'omosessualità: anche solo il sospetto ti marchia.  (sintomatica la barzelletta del tipo che nella prova di resistenza dopo aver copulato con 98 donne di seguito alla 99ma non ce la fa e il pubblico, che fino a  quel momento lo ha incensato come esempio vivente di virilità, gli dà del frocio).

A ben vedere infatti le eterosessualità così come sono declinate nei due sessi, nel nostro immaginario collettivo eterosessista, patriarcale e maschilista, non sono distinte dallo stereotipo di genere.

Tradizionalmente le eterosessualità sono declinate in una femminilità e una mascolinità  squisitamente sessiste che vanno al di là del genere sessuale, tant'è che fino agli anni cinquanta, ma è un pregiudizio ancora fresco e latente pronto a risvegliarsi alla prima occasione, le omosessualità erano sussunte sotto le categorie di inversione sessuale: l'omosessuale maschio è una femmina mancata l'omosessuale femmina un uomo mancato.

Per cui a ben vedere l'eterosessualità non è un orientamento sessuale ma un modo di definire l'attrazione fisica e sentimentale come connaturata non già alla persona ma al genere.
Il maschio è per definizione attratto dalle femmine la femmina è per definizione attratta dal maschio. Ogni deroga è contronatura. Queste, tra l'altro sono le motivazioni per cui, ancora oggi, in Italia si giustifica il diniego all'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

L'annoverare l'eterosessualità nella sfera semantica degli orientamenti sessuali è dunque, in un certo senso, una forzatura.
Meglio, una risistematizzazione fatta dal movimento lgbt(qi) che  viene data troppo per scontata portando con sé, anche in chi si batte per spezzarne l'uso patriarcale, alcuni valori che rischiano se non di rendere vana la risistematizzazione di condurre a un'asimettria discriminante dove omosessualità ed eterosessualità non hanno lo stesso peso


La prima asimmetria è naturalmente con a differenza dell'omosessualità l'eterosessualità non viene mai dichiarata perchè, essendo la norma, viene data per scontata. Ma, a ben vedere l'eterosessualità è un concetto troppo generico e troppo labile per accomunare un gruppo di persone.
Tra due persone eterosessuali ci sono differenze talmente grandi che a nessuno  verrebbe davvero in mente di accomunarle solo perchè entrambe eterosessuali.

Due uomini eterosessuali possono avere e in realtà hanno nei confronti del mondo delle posizioni e punti di vista diversi tra di loro.
Altrimenti si potrebbe dire che Papa Ratzinger e Marx sono uguali perchè entrambi eterosessuali.

L'eterosessualità  di per sè non implica una stessa Weltanschauung, uno stesso occhiale ideologico. Proprio come non lo implica l'omosessualità.

Questo lo hanno creduto alcune lesbo-femministe separatiste e alcuni omosessuali (Mario Mieli in testa) confondendo cose diverse.

Per criticare il patriarcato eterosessista maschilista misogino e omofobico si è finito col criticare l'eterosessualità tout-court e tutte le sue forme di organizzazione sociale. (Basta leggere quel che scrive Mieli nel suo Elementi di critica omosessuale).

Per questo ancora oggi qualcuno (vero Cathy La Torre?) crede che la richiesta di estendere il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso sia una vocazione limitante (ci sono altre forme i convivenza oltre al matrimonio)  e borghese perchè confonde l'ideologia maschilista, quella che iscrive i ruoli sociali direttamente nell'essere uomo ed essere donna con l'orientamento eterosessuale tout court.

Scrivo questo con cognizione di causa essendo stato fino a pochi anni fa un convinto avversario del matrimonio gay proprio come oggi sono il più convinto sostenitore dell'estensione del matrimonio anche per le coppie dello stesso sesso.

Ma torniamo alle asimmetrie.

Mentre l'eterosessualità non fa fronte comune, l'omosessualità lo fa ma non per un motivo interno, per un qualcosa che riguarda l'omosessualità in sé,  ma per lo stigma che discrimina tutte le persone omosessuali (e bisessuali).

Per questo c'è l'orgoglio gay, quello che faceva basire Gaber e Biagi facendo loro chiedere cosa avranno mai da essere orgogliosi quelli, per combatere lo stigma.
Tu dici che sono malato, moralmente disordinato e io invece affermo con orgoglio la mia omosessualità. 

Un concetto politico che non è di immediata comprensione non solo per gli etero come Gaber e Biagi  ma anche per molti gay che non sopportano i militanti (e le militanti) col loro (nostro) orgglio con commenti come che cosa c'è da essere orgogliosi nell'avere gli occhi azzuri?

Tutti questi signori (e signore) si dimenticano che pur se di per sé l'omosessualità dovrebbe essere irrilevante proprio come il colore degli occhi o l'altezza COSI' NON E' dimentica o fanno finta di ignorare che nessuno è mai stato ricoverato in manicomio e sottoposto a diciannove elettroshock e undici coma insulinici per degli occhi chiari, come è successo nel 1971 a Giovani Sanfratelli, il giovane compagno di Aldo Braibanti, per guarire dall'omosessualità.


Quando dico che l'eterosessualità non fa fronte comune intendo dire che lo stesso patriarcato maschilista che si accanisce ancora oggi contro le persone omosessuali si accanisce anche contro quegli eterosessuali che proprio in quanto eterosessuali rifiutano una certa Weltanschauung sui ruoli di genere e annessi stereotipi, perchè si può essere etero e non maschilisti proprio come è vero il contrario, si può essere gay ed essere maschilisti e misogini.

Insomma si torna all'origine di questo mio post. L'appartenenza a uno di questi due orientamenti sessuali non definisce una ideologia, o una politica, un occhiale ideologico, uno stesso modo di guardare al mondo.

Se per le persone eterosessuali questo è abbastanza evidente (quanti etero si sentirebbero offesi dall'essere paragonati a Giovanardi?) non è altrettanto chiaro nel mondo lgbt.
Tant'è c'è chi, confondendo discriminazione con militanza crede che a essere omosessuali si è di sinistra perchè solo la sinistra combatte le discriminazioni. Il che è ridicolo perchè non solo ci sono omosessuali di destra ma ci sono pezzi di merda anche omosessuali, come ci sono tra i neri, tra le donne, tra i cittadini stranieri. Solo che, a differenza  degli omofobi, dei misogini, dei razzisti, l'essere prezzi di merda non deriva dal loro essere gay, donne, stranieri ma dalla loro persona la cui identità va ben al di là dell'orientamento sessuale o dell'identità sessuale.

Ma allora che senso ha distinguere tra comportamento e orientamento? Oltre alle innegabili convenienze descrittive questa distinzione a cosa serve, a cosa porta?

Ovviamente non ho risposte certe, né mi interessa cercare, da solo, qui di seguito riporto alcune osservazioni sparse e asistematiche, dei dubbi e perplessità che vorrei sviscerare con voi, mie e miei lurker.

Ma siccome stavolta vorrei davvero che mi commentaste e diceste la vostra per oggi mi fermo qui rinviando continuando questo discorso lungo e complesso in altri post.

4 commenti:

Giancarlo Russo ha detto...

Non è un commento pertinente, me ne rendo conto, ma, psicanalisi a parte, io non mi definirei nemmeno come omosessuale, semplicemente perché credo di essere solo una persona con orientamento omosessuale: non penso siano due espressioni equivalenti. Ciò che, secondo me, dobbiamo far sì che venga capito - ed in questo dobbiamo essere noi a saper educare - è che la persona è molto più del suo orientamento sessuale. Il termine gay, poi, ed in special modo, sai bene che non l'ho mai digerito, sia perché assume una connotazione più politica che culturale, sia perché porta con sé lunghi strascichi di luoghi comuni che, per loro stessa definizione, sono fasulli e ghettizzanti (il ragazzo efebico, eternamente sorridente, promiscuo, fruitore di droghe, perennemente in palestra, in sauna, in discoteca, necessariamente ballerino, cantante, parrucchiere, truccatore e via discorrendo). Pertanto, per come la vedo io, la strada maestra rimane quella di far capire che i diritti che reclamiamo non sono in relazione all'orientamento sessuale, ma all'amore (concetto che va oltre il sesso e l'orientamento sessuale) che proviamo per i nostri partner, per la dedizione nelle nostre relazioni, che lo Stato relega alla sfera privata come se non fosse di pubblico interesse, e ciò non è evidentemente così. I diritti che rivendichiamo sono negati a noi in quanto persone in ragione di qualcosa che, in un mondo civile, avrebbe la stessa rilevanza dell'essere moro, biondo, mancino o destrorso.

Alessandro Paesano ha detto...

Mi sembra un commento pertinentissimo invece e mi trova sostanzialmente d'accordo.

Nei prossimi post conto infatti dimettere in discussione l'identità gay così come vine sviluppata in psicanalisi (anche in base a certe posizioni sul transgenderismo su libri americani come The Transgender Child di cui ho avuto modo di parlare nei post dedicati alla terza edizione del Gender DocuFilm Fest.

Così come non sopporto l'idea di una cultura gay. Ma non sono argomenti da poco voglio rifletterci insieme a te a tutti quanti vorranno!

Segue mail

Anonimo ha detto...

Ma...
Il discorso psicoanalitico converge esattamente sull'opposto di quello che sostieni tu: 'la cui vocazione ultima, non dimentichiamocelo mai, è sempre quella di normalizzare, sistematizzare, dirimere e redimere'.
Sono parole che non condivido, prima di tutto per esperienza personale. Non so a quale psicoanalista o cultore tu faccia riferimento, ma davvero stai tagliando con l'accetta - come si dice - un discorso molto più ricco e complesso di quello che sostieni. Ricordo che perfino per Freud il bambino è un 'perverso polimorfo'. Espressione che al di là dell'uso della parola perverso (che ha un senso per un uomo dell'epoca come Freud) apre mille interrogativi e stimola mille riflessioni, altro che sistematizzare, redimere, ecc.
Gendibal

Alessandro Paesano ha detto...

Veramente non lo dico io...

Comunque fa niente.

Voglio solo capire come fa Freud che mette l'omosessualità tra il feticismo e la zoofilia, a dimostrare che la psicanalisi non voglia spiegare tutto e incasellare tutto e lasciare invece aperte varie possibilità, quando fa derivare tutto dallo stesso polimorfismo...

Bentornato! Forse.