venerdì 9 marzo 2012

Le parole per dirlo: cos'era Marco Alemanno per Lucio Dalla?

In questo paese di merda, dove la merda si chiama religione cattolica, con la sua ideologia sadica, totalitarista e necrofila, ogni questione seria e delicata si corrompe sempre nell'aspetto più esteriore, superficiale, da pettegolezzo.
Così la questione del mai avvenuto coming-out di Lucio Dalla è stata trasformata in un inutile sibilo insinuante (lo era o non lo era?) dove ovviamente quel che ci si chiede è cosa faceva Dalla a letto e con chi.
Il gossip, la critica a Dalla morto, è venuta anche dal fronte amico: molti froci noti e meno noti hanno spalato la loro merda su una persona che, da morta, come è stato giustamente ricordato non può replicare.
Non che Lucio Dalla lo avrebbe probabilmente fatto, sarebbe rimasto in silenzio come sempre, ma, almeno, ne avrebbe avuto la possibilità. Da morto invece...
Non entro nei dettagli di una storia che non conosco né mi interessa particolarmente. Le dichiarazioni dei necrofili malati di mente che rispondono al nome di preti, cosa ha letto Marco Alemanno al funerale di Lucio Dalla, di tutto questo già altri, meglio informati di me, hanno riferito e commentato.

Io voglio parlare d'altro.

Del fatto che non avendo un posto istituzionalizzato nella società, l'amore che rimane clandestino, sia esso etero o gay, scompare con la morte di uno dei due partner.

Non c'è vedova o vedovo.
Non c'è riconoscimento della sofferenza di chi è rimast* in vita.

Quando muore una persona la cui affettività non esiste non ci sono storie interrotte, persone distrutte ma, al limite, solo il sesso già consumato.

Abbandonati dallo Stato e dalla società a queste coppie che non sono tutelate né legalmente né moralmente non resta che trovare un modo per tutelarsi.
In questi giorni si è letto anche di questo, di quel che Dalla avrebbe dovuto fare o non fare per tutelare il suo compagno, la sua famiglia, la sua eredità.
C'è chi ha suggerito l'adozione come mezzo per sancire legalmente la propria unione clandestina. Ma nemmeno questa estrema ratio sancisce e ricosnoce il legame affettivo, sessual-sentimentale che lega due persone.
Infatti ufficialmente Marco Alemanno non fa parte dell'asse ereditario.

Ora, se nemmeno Dalla che ne aveva mezzi e potere ha pensato a tutelare il suo compagno, mi chiedo un poveraccio qualunque, uno che guadagna 1200 euro al mese, cosa può fare? Come si può tutelare?

Se il nostro modo cattolico (ipocrita e amante della morte) di fare senza dire ci obnubila la mente cosa possiamo fare per uscirne fuori?

Se anche le avanguardie del movimento (nel senso di chi vive al confine di una accettazione sociale che in Italia, paese di merda, feccia dell'occidente, continua a essere scarsissima) vivono con una approssimazione tenace e temeraria senza quel know how che ci potremmo aspettare da chi si spinge ai confini di un sistema-paese che non vuole permettere a nessun costo che stili di vita altri escano alla luce del sole, cosa possiamo fare noi pavidi comuni cittadini?

Forse possiamo cominciare col rifondare il linguaggio e usare le parole per costruire un immaginario collettivo che ancora manca che finalmente riconosca dignità e statuto di affetto all'amore omosessuale sganciandolo dalla sfera sessuale cui è relegato.
Perchè non si tratta solamente di fare l'amore ognuno come gli va come molti hanno risposto a chi criticava il mancato coming out di Dalla, ma si tratta, casomai, di AMARE alla luce del sole.

Se tutti hanno avuto difficoltà a indicare il legame tra Lucio e Marco non è solo per ipocrisia, per sprovvedutezza o imbarazzo ma è anche per la mancanza di un modello sociale condiviso e da tutti riconoscibile.

Si ha difficoltà a indicare le due componenti di una coppia etero non sposata (Compagni? Conviventi? Amanti? Partner? Innamorati? Il mio uomo? La mia donna?) figuriamoci due persone dello stesso sesso legate da un sentimento d'affetto, di amore svilito solo al sesso (e sappiamo bene a quale pratiche sessuali...).

Dire che Marco è amico di Dalla non è solo (ma anche) un tentativo censorio contro l'omosessualità ma anche (ma non solo) segno della sprovvedutezza di una società che non annovera un modello morale cui le persone omosessuali possono identificarsi.

Parte della mancanza è anche nostra, visto che ancora oggi, in nome dei motivi i più diversi (tutti sbagliati) si critica la voglia di matrimonio di tante coppie gay e lesbiche, criticandone l'aspirazione borghese, la normalizzazione eterosessista.

In realtà (e parlo di noi maschietti che conosco meglio) a noi gay spaventa abbandonare il modello edonistico-consumista che abbiamo abbracciato all'incirca trent'anni fa quello che ci permetteva di uscire alla luce del sole (grazie alle lotte di visibilità della generazione precedente) accodandoci al neo-consumismo degli anni 80. Quel consumismo che permetteva di avere di un partner diverso ogni fine settimana (beninteso chi ci riusciva...) trascorso magari a sculettare in maniera più o meno macho nelle discoteche il week-end per poi tornare il lunedì mattina a lavorare, in giacca e cravatta, magari per l'agenzia stampa del Vaticano che sa perchè si vede lontano un miglio perchè magari sei molto effeminato (non parlo teoricamente mi riferisco a una persona che conosco) ma ti tollera finché non dici, finché non rivendichi. Uno stereotipo di omosessuale cui molti si sono allineati per conformismo, per mancanza di un modello migliore, per sprovvedutezza, per comodità, per pigrizia, per ignavia. Un modello che si basava sull'ideologia del sesso e non del sentimento che ci permetteva di dire "uuh bello avere tanti cazzi diversi perché accontentarsi sempre dello stesso (cazzo) come fanno quelle sprovvedute delle donne che si sposano ?". Così niente coppia fissa (al limite la coppia "aperta"), nessun legame sentimentale, che quelli sono roba da etero. L'amore universale. Però poi tutti a piangere della propria solitudine.

Mi chiedo quanto questo cliché una generazione e più di gay se l'è subito e quanto abbia contribuito a svilupparlo.

Mentre questi gay visibili confondevano le acque, sdoganavano per i maschi etero una serie di cure del corpo fino a quel punto ascritte al femminile (e dunque anche gaio come vuole il cliché) molte coppie di uomini e di donne, in sordina, senza proclami, senza nessuna voglia di fare chiasso o di provocare, ma semplicemente con la voglia di vivere, di essere, e di farlo alla luce del sole, hanno costruito famiglie, occupato spazi lasciati scoperti dalla legge, aggrappandosi a quel che il legislatore disattento ha concesso o non negato loro.

Anche le persone omosessuali hanno conquistato, costruito, ripensato la famiglia, non necessariamente quella partiarcal-maschilista che si è andata sgretolando dagli anni settanta in poi, ma una famiglia di ritorno, costruita a muso duro, con la tigna di chi nonostante tutto ama e vuole essere amat*.

Così oggi, invece di criticare Dalla perchè non ha gridato ai quattro venti sono gayyyy , forse dovremmo tutti indicare, guardando alle sorti di Marco ora che Lucio non c'è più, che è giunto il momento che i vari Marco abbiano non solo diritto al riconoscimento morale di coniuge ma anche a quello legale. E che il patrimonio vada a lui e non alle 5 cugine di terzo grado come la legge dice...

Invece i media sono invasi da uno squittio di pettegolezzi su Dalla e la sua omofobia interiorizzata (sic!) - tacendo sul fatto che Dalla non ha abbia mai speso una sola sillaba contro le persone omosessuali - perchè non ha abbracciato il modello di gay sculettante e promiscuo e disimpegnato che a molti continua ancora ad andare a genio, l'unico modello sociale riconoscibile di gay che sia purtroppo disponibile (propagato da siti, giornali e quella sotto sottocultura modaiola e pettegola gay).

E dato il lerciume che è stato detto, e scritto, come dargli torto se Dalla non ha mai fatto coming-out per entrare in una giungla di pettegole isteriche e misogine checche?

Invece di criticare costruiamo il mondo di domani, perchè se la nostra generazione ha perso almeno che la prossima nasca e cresca in un mondo meno ostile.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

sì! Sono incapaci di parlare della relazione. E in fondo in fondo lo sei anche tu. Non mi piace il tuo moralismo profondo, che neanche riesce a provocare un pensiero. Non condivido neanche quello che dici. Se il partner di Dalla si sentiva tale, avrebbe potuto approfittare di quel momento pubblico, per dire, per dichiarare il legame. Non lo ha fatto, o meglio lo ha fatto secondo i suoi legittimi pensieri. Basta. Chiudete questa storia e lasciate le persone sole a decidere cosa si sentono di fare. PS forse quando parli degli impiegati del Vaticano che ogni fine settimana cercano un partner diverso parli di te. (Ma beato chi ci riesce ad avere un partner diverso ogni fine settimana. Dovresti congratularti con lui... Impara ragazzo).

Alessandro Paesano ha detto...

Ti sbagli. Io non ho detto "sono", ho detto "siamo", tutti, come società, gay ed etero...

Quando dici che in fondo lo sono anche io non so a cosa ti riferisci, se alla difficoltà di trovare una parola, coma riporto nel mio post (che non è difficoltà mia ma dell'immaginario collettivo) oppure a cos'altro...

Non ti piace il mio moralismo ma lo chiami profondo che non è un aggettivo negativo, quindi di nuovo non capisco dove mi critichi e dove mi complimenti (se me li fai...).

Dici che non condividi quello che scrivo ma poi parli di tutt'altro, commentando quello che Marco Alemanno poteva fare e non ha fatto (mentre io non parlavo di lui ma propri di quelli come te che dicono cosa lui avrebbe o meno dovuto fare...). Quindi, ancora, non capisco perchè non sei d'accordo su quello che dico... Perchè lo dici ma non lo spieghi.



Il mio amico che non lavora al vaticano ma per il vaticano e non ha un partner diverso ogni fine settimana a sera ma è gay evidente e viene accettato perchè lo nasconde...

Parlo di tante altre cose nel mio post. Della voglia di sposarsi, di mettere su famiglia, di come questo nuovo modus di vivere non abbia un riconoscimento sociale. Di come Alemanno sia rimasto non tutelato davanti la legge e di come non venga nemmeno riconoscimento come compagno vedovo di Dalla. Ma di questo taci e non dici nulla...

P.s. io non lavoro al vaticano. E a differenza tua ci metto faccia e nome e cognome.

Anonimo ha detto...

Per la cronaca, Dalla avrebbe avuto un modo semplicissimo per tutelare il suo compagno: fare testamento in suo favore. L'avrebbe potuto fare senza alcun problema, visto che non aveva parenti in linea diretta (fratelli, figli, genitori), e sarebbe stato tutto perfettamente legale, incontestabile e non impugnabile da chicchessia. Quindi il caso Dalla-Alemanno citato per denunciare quanto poco siano tutelati i diritti delle coppie gay, e del partner che sopravvive all'altro, nello Stato italiano (problematica vera e sentita, per carità) non mi pare calzante.

Fabiola Colombo ha detto...

Però è lecito anche domandarsi: uno nella sua posizione avrebbe potuto dichiararsi senza per forza finire a fare la pettegola a fianco di Signorini, no? E allora perché non dirlo? Menefreghismo, scelta di comodo? Paura di perdere l'appoggio dei francescani o di venire coinvolto da personaggi che non gli piacevano delle associazioni? Se lui in vita non ha mai rivendicato pubblicamente questo suo status civile non riconosciuto, che diritto abbiamo noi di rivendicarlo per il suo compagno? Forse stavolta non è tutta colpa della Chiesa...
Sia chiaro, la sua scelta è legittima, ma è altrettanto legittima una critica, e quello che ha scritto Busi è quantomeno un paio di gradini sopra rispetto alle polemiche di altri illustri sconosciuti, perché credo tocchi il punto cruciale: probabilmente Dalla ha scelto di rifugiarsi in una fede che gli offriva qualcosa di più rassicurante rispetto ad una lotta che al contrario l'avrebbe ribaltato in un campo minato.
Ultima cosa: c'è da riflettere sul fatto che dopo il coming out nella nostra società vieni etichettato semplicemente o principalmente come gay, e quest'etichetta sembra mettere in ombra qualsiasi altra cosa tu sia o faccia. Se Wilde vivesse ai nostri giorni sarebbe "un famoso scrittore gay". Forse Dalla temeva anche questo

Alessandro Paesano ha detto...

Si Fabiola, esatto!
Credo che Dalla rifiutasse l'etichetta di "cantante gay". Io credo sempre a quel diritto all'indifferenza che per noi è davvero una meta lontana.

Il senso del mio post è, detto semplicemente, invece di rimproverare Dalla per non avere fatto coming out perchè non denunciamo l'assenza di uno spazio sociale per il suo compagno, per il\la compagno\a di tutte le persone omosessuali?

Quello che dice Busi per me è irricevibile, primo perchè spiega quel che solo dalla poteva sapere (sui motivi del suo mancato coming out) secondo perchè lo fa a dalla morto ma non se ne è mai occupato prima. Allora mi chiedo quando Busi usi dalla per far parlare di sé. E non credo affatto che le sue argomentazioni siano più alte. Pescano dagli stessi schemi ideologici semplificatori per me irricevibili. E Busi è molto più colluso col potere di Dalla. Chi è andato d a fare lezione da Maria de Filippi è stato lui non Dalla....

Alessandro Paesano ha detto...

Gli argomenti sono due qui. La tutela legale che lo

Stato non ricosnoce alle coppie di fatto e lo spazio sociale e morale.

Se nememno Dalla che poteva farlo non ha fatto testamento è sintomatico di quanto non siamo abituati a pensare le nostre relazioni clandestine come relazioni a tutti gli effetti, anche dopo la nostra morte, come accade col matrimonio.

In ogni caso che a Marco Alemanno non sia stato riconosciuto il dolore del compagno ma quello dell'amico la dice lunga sulla mancanza di spazio anche nell'immaginario collettivo dell'omoaffettività.

In ogni caso mi pare pertinente...
Anche perchè Dalla un notaio poteva permetterselo ma tanti altri no. Se invece ci fosse una legge...

Fabiola Colombo ha detto...

perché è lo stesso Dalla che non ci ha pensato. Anche sfruttare l'occasione per parlare di unioni civili può essere letta come strumentalizzazione, esattamente come la critica di Busi.
A me fa più riflettere il rapporto tra chiesa e omosessualità, e non posso non vedere in d. una certa mancanza di coraggio: se ne stava a tavola con gli stessi che non perdono occasione di sparare a zero su un'intera categoria... mi viene da pensare che ora della fine avesse introiettato una sorta di complesso di inferiorità.
Il problema è come se ne parla e separerei la questione meramente legata al diritto da quella sociale: è un'opportunità per riflettere sul significato di amore omosessuale in sè, più che sul matrimonio. Riaffermare la grande dignità di un rapporto che merita rispetto in quantità inversamente proporzionale alla vergogna che dovrebbe ricadere su una chiesa che condanna la cosa più cristiana che ci sia, che è l'amore.
Se la gente comune non è in grado di comprendere il discorso sulle unioni civili perché purtroppo è un linguaggio che pochi conosciamo, lasciamo che sia l'amore a parlare